Dal successo della cheerleader cacciatrice di vampiri, Buffy - The Vampire Slayer sembra essersi risvegliata una gran attenzione sui vampiri da parte degli sceneggiatori di serie televisive. Portatrice di quella tendenza che fu degli anni 80, di raccontare l’universo dei vampiri in ambiti meno legati all’horror, quali la fantascienza, la commedia o il comico-demenziale, la serie Buffy frullava generi e topics tra i più disparati dalle arti marziali, alla farsa, dal melodramma al romantico, celando sotto ai toni predominanti da commedia teen-horror un serial in grado di indagare intenzionalmente la complessità dei rapporti tra le persone. Questa estetica pop è risultata vincente portando la serie sino alla settima stagione e da cui è poi nato lo spin off Angel.
A voler però ricercare un padre antesignano della nuova ondata di serie televisive americane e inglesi a tema vampiresco, bisogna ritornare al cinema e a due film che nei primi anni 90 cambiarono le regole del genere: Bram stoker’s Dracula (1992) di Francis Ford Coppola e Intervista col vampiro (1994) di Neil Jordan, tratto dai famosissimi romanzi di Anne Rice. Se il primo riconciliava il vampiro al mondo romantico del suo creatore letterario, dove anche i non vivi sono capaci di provare sentimenti e amore, il secondo lo caratterizza come essere sensuale e lussurioso ma allo stesso tempo tormentato dai sensi di colpa per le azioni mostruose a cui il destino l’ha costretto, trovando quasi una giusta punizione la sofferenza eterna e il rifiuto con cui sono condannati a convivere. Lo spietato Lestat di Tom Cruise, che tortura e uccide per svago, per noia o semplice disprezzo per la vita umana, si contrappone al tormentato Louis di Brad Pitt, oppresso dal senso di colpa e pronto a dare un vigoroso colpo di spugna alla teoria secondo la quale i vampiri, una volta trasformati, perdono del tutto la loro umanità.
I vampiri nella loro rappresentazione contemporanea sono sempre melodrammatici ma allo stesso tempo anche pericolosi, sono esseri dalla forte sensualità, ambigui, con problematiche quanto mai attuali: il diritto a vivere la propria diversità, la solitudine della società contemporanea. Il loro sviluppo psicologico in questi film ha aperto la strada all’utilizzo del vampirismo come metafora della società, dei valori morali, della repressione sessuale. Sebbene queste tematiche fossero già presenti in Stoker, oltre un secolo prima, è come se il cinema avesse deciso di appropriarsene davvero, solo dopo aver dato fondo alla capacità del vampiro di terrorizzare gli spettatori. Se Buffy prospettava l’esistenza dei vampiri tra di noi come ancora una realtà segreta, nascosta, che vive ai margini della società, i vampiri della nuova generazione vivono alla luce del giorno, mescolandosi più o meno segretamente con l’umanità.
Tra le nuove serie è sicuramente da segnalare Being Human, che prodotta dalla BBC e trasmessa questo stesso anno in Inghilterra (in Italia ancora inedita), ci presenta una “famiglia” molto particolare formata da un vampiro, appunto, un lupo mannaro e un fantasma. Nonostante questa premessa possa sembrare l’inizio di una barzelletta da bar, la serie riesce a essere molto convincente nella descrizione della vita quotidiana di questi tre “diversi” alle prese con il continuo cercare di nascondere la loro vera identità. La solitudine diventa quindi il tema portante della serie, causata dalla difficoltà di essere se stessi e accettati dalla società. Obbligati a convivere con la propria natura soprannaturale Il vampiro Mitchell e il licantropo George scelgono di stare dalla parte degli umani, reprimendo la loro natura malvagia e cercando di adeguarsi alla loro parte umana. Alla ricerca di una vita normale lavorano come infermieri in un ospedale, mentre il fantasma Annie ricerca la causa della propria morte, ovvero la motivazione per cui è rimasta intrappolata nella realtà terrena. Sebbene si parli di tre tipologie differenti di “mostri”, sono i vampiri a reggere l’azione di tutta la serie: i tre protagonisti si ritroveranno a combattere contro un’organizzazione di vampiri malvagi (di cui Mitchell faceva parte nel suo passato) decisi a conquistare il mondo e uscire così dalla loro condizione di minoranza, e di solitudine. Spesso nella serie si usa il termine “coming out”, ammiccando alla stessa accezione utilizzata nell’ambiente omosessuale, per identificare la decisione di dichiarare apertamente la propria. Segnali questi, che ci comunicano la volontà degli autori di tematizzare una serie apertamente di genere quale l’horror con problematiche legate alla contemporaneità come appunto l’accettazione del diverso. A contribuire alla credibilità e alla godibilità del plot sta sicuramente un buon ritmo, il misurato utilizzo di situazioni comiche, l’ambientazione realistica del sobborgo degradato di Bristol dove vivono i protagonisti, i dialoghi e le caratterizzazioni dei personaggi di contorno mai banali, sino agli eccellenti effetti speciali.
Del 2008, è invece True Blood, prodotto dalla HBO e scritto dall’autore della serie di culto Six feet under, Alan Ball, che dopo alcune puntate e il successo su scala mondiale, è diventato il titolo di testa nella programmazione della famosa rete via cavo. Anch’esso come Being Human utilizza il vampiresco per parlare della diversità, ma questa volta spingendosi ancora più in là: Il coming out, in questo caso è già avvenuto. I vampiri vivono tra noi, e sebbene ritenuti ancora pericolosi, chiedono l’equiparazione dei diritti, con campagne politiche riprese dai media (“paghiamo le tasse come tutti anche noi meritiamo dei diritti civili basilari” dice la loro rappresentante politica in un talk show televisivo politico). Molti di loro hanno scelto la vita umana, si cibano di sangue sintetico, chiamato appunto true blood, mentre un'altra parte persegue nel nutrirsi del sangue degli uomini e nel soggiogarli trattandoli come oggetto sessuale. Gli esseri umani dal canto loro non provano più spavento di fronte alla loro presenza, bensì se da una parte ne inneggiano la morte dall’altra ne sono attratti sessualmente o ne bevono il sangue dal potente effetto allucinogeno. Su questo sfondo si muove la protagonista Sookie, interpretata da Anna Paquin, una giovane cameriera di una locanda immersa nel verde del piccolo paese di Bon Temps, capace di leggere il pensiero della gente. Colpita dall’ incapacità di usare il suo potere su un vampiro, se ne innamora. Da questo momento in poi, strane cose inizieranno ad accadere nella piccola cittadina: omicidi inspiegabili, riti satanici, tutte situazioni tese a svelare la diversità e la parte più animale insita in ognuno dei suoi abitanti. True blood rispetto a Being Human parte da un assunto per allargarsi a altre storie, altre diversità. La cittadina di Bon Temps, mano a mano che prosegue la serie, diventa sempre più una sorta di Twin Peaks alla Alan Ball, un mondo chiuso, a se stante con le proprie regole, in cui la diversità viene raccontata e sviluppata metaforicamente sia attraverso l’immaginario horror che quello fantastico ed erotico. Tutti i personaggi sono pervasi da una continua attrazione sessuale, fanno sesso sempre e ovunque, tanto i vampiri come gli umani. Alan Ball, come aveva già fatto in Six feet under, ha il pregio di non cadere nel tranello del bene contro il male. Gli umani si dimostrano crudeli quanto i vampiri. I buoni e i cattivi hanno contorni tanto labili che persino la protagonista difficilmente riesce a risultare totalmente simpatica. O lo stesso vampiro Bill, che sebbene ricalchi la figura del vampiro romantico, è in grado di compiere bassezze e procurare morte. Come dice il capo del partito politico dei vampiri “Noi non abbiamo mai avuto schiavi e non abbiamo mai fatto esplodere bombe nucleari”. E allora, ci chiede Alan Ball, sono veramente i diversi le persone da cui dobbiamo difenderci?
True Blood rischia molto nelle sue scelte estreme, nel suo aggiungere man mano che prosegue la serie storie, temi, registri, nel continuo ribaltamento dei personaggi, tanto che spesso gli equilibri tra le diverse parti non sempre risultano lineari e ben misurate. Ma permane, dopo la visione, la sensazione di quei corpi sudati dall’afa del sud dell’America, della freddezza del corpo morto del vampiro. Serie questa, si visionaria, ma anche profondamente corporea, sensuale ed erotica.
Discorso invece completamente diverso per quel che riguarda The Vampire Diaries, serie televisiva statunitense attualmente in onda sul network CW e in arrivo in Italia da Dicembre su Sky. Il pilot della serie sembrerebbe riprendere per filo e per segno il grandissimo successo della scorsa stagione cinematografica Twilight (2008) di Catherine Hardwicke. Stessa ambientazione, stessi personaggi, medesimo conflitto: L’impossibilità amorosa tra una bella ragazza della High school reduce da un lutto familiare e il tenebroso belloccio appena arrivato nella città che si scopre poi essere un vampiro. Ma con alcune differenze che si vanno a dispiegare nel corso delle sei puntate andate sinora in onda: all’impossibilità amorosa, si aggiunge l’arrivo del fratello del protagonista vampiro Stefan Salvatore, Damon Salvatore, che al contrario del primo continua a cibarsi degli esseri umani e a soggiogarli, impedendo l’unione tra i due giovani innamorati. Mentre in Twilight la famiglia è solidale con il protagonista contro la malvagità della propria razza, qui la lotta diventa interna tra fratelli stessi, che si ritrovano come molti anni prima a contendersi l’amore per la stessa donna, Helena, reincarnazione (?) di Katherine.
Dall’estetica patinata, dalla messa in scena cupa e con scene sicuramente più sanguinose e spaventose di Twilight, Vampire Diaries man mano che va avanti sembra intrigare, trovando il proprio racconto allontanandosi dal film di riferimento. Si colgono echi del Dracula Coppoliano nel richiamo a un passato romantico, ma anche riferimenti ai romanzi della Rice nella contrapposizione tra i due fratelli che ricorda molto quella tra Lestat e Louis di intervista col vampiro. Giunta per ora solamente alla sesta puntata della prima serie, aspettiamo nuovi sviluppi per poter trarre delle conclusioni generali. Certo è che viene meno il tema della diversità, che invece era completamente centrato nelle altre due serie citate. Insomma, un piacevole entertainment.
A queste aggiungiamo la serie Blood Ties, dove si racconta la storia di un’investigatrice privata che cerca di far luce su una serie d’inspiegabili omicidi con l’aiuto di un vampiro di 150 anni. La serie, nonostante il buon successo, è stata momentaneamente interrotta a causa dello sciopero degli sceneggiatori americani. E The Liar trasmessa e prodotta dalla HERE!, emittente interamente dedicata al popolo omosessuale, e ancora inedita in Italia. Giunta alla terza stagione: la serie palesa maggiormente la comparazione tra il mondo delle tenebre e quello omosessuale, quasi una sorta di Cruising di Friedkin in salsa vampiresca.
In Attesa di nuove serie sul tema (che a vedere dal grandissimo successo del secondo capitolo di Twilight, New Moon, non tarderanno ad arrivare), aspettiamo con ansia che la seconda stagione di Being Human e la terza di True Blood, che si prospettano assolutamente da non perdere.