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Lost in Lost: diario della puntata 'Sundown' (6x06)

Una scena di questa puntataATTENZIONE: se seguite Lost ma per qualche motivo non siete ancora riusciti a guardare le puntate in questione, si non continuate a leggere: questo articolo contiene spoiler sulle puntate appena trasmesse dalla ABC!

Sayid, sempre più "infetto dall'oscurità", si fa convincere da Blackman (sempre nei panni di Locke) a passare dalla sua parte, con la promessa di riportare in vita Nadia; così Sayid uccide Dogen e il suo assistente, dando via libera all'irruzione nel Tempio del fumo nero che, senza più freni, fa strage dei suoi abitanti e riparte con un "esercito" molto più nutrito che in precedenza. Nell'alternative reality, Sayid si reca a Los Angeles a far visita alla sua amatissima Nadia, che nel frattempo è diventata sua cognata: si è infatti sposata con suo fratello Omer che, vessato dai debiti, convince Sayid a far fuori gli strozzini che lo stanno angariando.
La sesta puntata dell'ultima stagione di Lost rompe lo schema del parallelismo con la prima stagione: lì la puntata n.6 era dedicata a Sun e Jin, qui è incentrata sulle vicende "alternative" di Sayid. Episodio dai toni decisamente soft (per non dire mosci), con ben pochi sussulti e una vicenda che - come tutto ciò che riguarda il misterioso Tempio - fatica ancora a farsi seguire e farsi comprendere. Si capisce che: la morte del guardiano Dogen scioglie ulteriormente le briglie del Fumo Nero, ora libero di dilagare all'interno dell'edificio e di svolgere la sua attività di reclutamento - al quale, pare, non rimarrà estranea neanche la povera Kate (ma non era la cenere a tenerlo fuori?). Uno spesso velo pietoso sulla scena di "lotta" tra Sayid e Dogen, che sembra uscire direttamente dai peggiori b-movies di Carpenter; qui Dogen esita ad uccidere l'iracheno dopo aver notato la caduta della palla da baseball dal suo tavolo. L'unica svolta degna di nota è una non-svolta, nel senso che già si poteva intuire la conversione di Sayid alle forze del Male (se di Male poi si tratta sul serio, ma questo è un altro discorso) messe in piedi da Blackman-Locke; rimane perciò da annotare la momentanea sproporzione tra la squadra dell'Uomo Nero (che può contare presumibilmente anche su Sawyer, del quale si sono perse le tracce da due episodi) e quella di Jacob, sempre ferma alla non irresistibile accoppiata Jack-Hurley con l'incognita Ben (oltre agli altri personaggi di finora scarsa rilevanza, quali Lapidus, Ilana, Miles...). Alla fin fine, la parte migliore di un episodio evidentemente di passaggio (il prossimo, incentrato su Ben, si preannuncia scoppiettante) è curiosamente il titolo: Sundown, tramonto, allegoria della fine di un'epoca, oltre che di un telefilm.
L'alternative reality, con l'estemporanea apparizione di Keamy (subito freddato dal caro Jarrah), ribadisce una volta di più che i destini dei personaggi di Lost, anche quelli minori, non dovrebbero cambiare con e senza Isola: la frase di Charlie nel primo episodio, quasi contrariato con Jack per avergli salvato la vita ("Era destino che io morissi"), assume a questo punto ulteriore significato. Comunque interessante notare come Sayid non riesca a sfuggire dal proprio buio passato da aguzzino neanche nella realtà alternativa, ricascando negli stessi errori compiuti nel dopo-Isola (quando l'avevamo ritrovato come sicario di Ben). Un appunto: Nadia, Sayid e Omer, iracheni di nascita e di passaporto, non trovano di meglio che parlarsi in inglese per tutto il tempo.
E' comunque un fatto che, da due-tre puntate a questa parte, Lost si stia esclusivamente dedicando alla lotta tra Jacob e Blackman, abbandonando o dimenticando tutti quelli che erano stati i tormentoni delle serie precedenti: la Dharma, le sue misteriose origini, la figura enigmatica di Ben, i presunti "poteri" di alcuni personaggi (ad esempio il buon Walt, che sembra ormai essere stato sacrificato, mentre Desmond lo aspettiamo al varco). Se è davvero "tutto collegato", com'è auspicabile che sia, dove sono i link? Le puntate rimanenti sono solo dieci e non vorremmo che Lindelof e Cuse, egregi bluffatori per cinque stagioni e passa, al momento della verità finiscano per mostrare una misera coppia di 7. Parafrasando Truffaut in "Effetto notte": all'inizio, ogni sceneggiatore pensa che sta per cominciare a scrivere il suo capolavoro; ma, arrivati a metà copione, non desidera altro che arrivare alla fine del telefilm. Ma forse sono solo tipiche paranoie lostiane.
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Lost in Lost: diario della puntata 'Lighthouse' (6x05)

ATTENZIONE: se seguite Lost ma per qualche motivo non siete ancora riusciti a guardare le puntate in questione, si non continuate a leggere: questo articolo contiene spoiler sulle puntate appena trasmesse dalla ABC!

Jacob appare ad Hurley e lo convince a trascinare Jack presso un misterioso faro mai scoperto prima dai Losties; qui è sistemata una specie di goniometro in cui, ad ognuno dei 360 gradi, è associato un cognome (le associazioni sono le stesse già viste nella caverna di Jacob: 23 Shephard, 42 Kwon, 8 Reyes, ecc.). Intanto Jin, catturato da Claire novella Rousseau, le mente dicendole che suo figlio Aaron è stato rapito sull'isola e non portato via da Kate (com'è in realtà successo). Nella realtà alternativa, Jack ha un rapporto complicato con suo figlio David, appena adolescente: si vedono solo una volta alla settimana e il padre ignora molte cose del ragazzo, come ad esempio che frequenti il conservatorio e abbia un bel talento da pianista.
Quinta puntata della sesta stagione di Lost: dopo la portentosa "The Substitute", era d'obbligo una pausa per riprendere fiato. Salta nuovamente fuori un vecchio vizio duro a morire, e alla lunga seriamente destinato a diventare antipatico: vengono inseriti indiscriminatamente altri luoghi e personaggi inediti, un misterioso Faro di cui mai si era fatta menzione fino ad ora assume improvvisamente un'importanza capitale, un gioco di specchi carrolliano (continuano del resto i riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie": David ne sta leggendo una versione deluxe, un riferimento parallelo alla quinta puntata della prima serie, dal titolo "White Rabbit" e incentrata sempre sul personaggio di Jack) sembra essere divenuto la chiave di volta per spiegare l'onniscienza di Jacob riguardo ai "candidati". Sulle prime ci sono fondate ragioni di essere delusi, se non altro per l'apparente astrusità dell'intero meccanismo. 
Sempre riguardo alla scena del faro, desta curiosità il riferimento di Jacob a orientare la ruota a 108 gradi. Il nome corrispondente è quello di un tale Wallace, del quale non sappiamo nulla; un ennesimo nuovo personaggio o forse un tentativo di depistaggio da parte di Jacob, al fine di "far accorgere" Jack del fatto che il suo cognome sia associato al numero 23, e di conseguenza farlo smattare - reazione prevedibile - ?
Di riffa o di raffa, si diradano un altro pochino (ma non troppo) le nebbie che avvolgono le origini, le identità e i destini dei due Characters con la C maiuscola. Gli autori sembrano gradualmente fuggire i manicheismi da Bene/Male, per tratteggiarli in modo più complesso e multidimensionale, come due entità complementari e indivisibili, destinate a procedere a braccetto per l'eternità (a meno che... ma questo ancora non lo sappiamo). I metodi di reclutamento di Jacob sono inspiegabili ed è lui stesso che evita di fornire ogni chiarimento ai suoi adepti, convinto che i candidati debbano convincersi da sé ad accettare il gravoso onere della successione; Blackman-Locke, per indurre gli altri a diventare suoi adepti, si appella invece al libero arbitrio e offre loro un più allettante futuro da uomini liberi "di tornare a casa". Non necessariamente - a parte le suggestioni cromatiche - uno è la Luce e l'altro il Buio; non necessariamente Lost divide il suo cast in Buoni e Cattivi, dando alla gran parte dei suoi personaggi l'autorevolezza di una pedina da backgammon. Questa quasi-certezza è la parte migliore di un episodio per forza di cose interlocutorio, in cui i nuovi elementi narrativi sono infilati un po' forzatamente, senza troppa grazia, come se gli autori non vedessero l'ora di dedicarsi al copione dei ben più importanti episodi successivi.
Frattanto, la malvagia Claire (niente male, il rendere perfidamente perfido uno dei personaggi più candidi e "innocenti" della serie) dispensa accettate come Jack Torrance e dimostra in buona sostanza di aver completamente smarrito il lume della ragione. Insieme al suo "amico" Blackman-Locke tenterà con ogni probabilità di ghermire anche Jin; il finale dell'episodio non promette nulla di buono anche per il futuro di Sayid, del quale a questo punto ci si aspetta un progressivo peggioramento della propria "infezione", a meno di eventuali interventi di fattori esterni.
L'alternative reality (o i flash sideways, o l'universo parallelo, chiamatelo come volete), incentrato su Jack, dispensa parecchi motivi di curiosità, il principale dei quali è: chi è la madre di David? Non sarebbe molto lostiana la soluzione più elementare, e cioé Sarah; sui forum circola con insistenza il clamoroso nome di Juliet, però già promessa a Sawyer in quello che si preannuncerebbe come uno dei flash sideways più struggenti in assoluto. Intanto compare anche un Dogen in inappuntabile completo scuro, il che ci dice ben poco, visto che siamo ancora ignari delle origini e della storia del Dogen "isolano". Si conferma inoltre una certa sensazione di sconcerto e perplessità che prende Jack in questa dimensione temporale: scopre la cicatrice all'altezza dell'appendice, non si ricorda l'operazione (che era avvenuta sull'isola e condotta da Juliet) e mantiene sostanzialmente fissa per tutto il tempo la sua tipica espressione da cagnone meditabondo. 
Chicca finale: la frase che Dogen sibila in giapponese a Hurley, dopo che questi - su consiglio di Jacob - gli ha intimato di chiudere il becco, è "Sei fortunato ad essere protetto, perchè se non lo eri ti avrei tagliato la testa".
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Per favore non mordermi in questa puntata...

True Blood

Dal successo della cheerleader cacciatrice di vampiri, Buffy - The Vampire Slayer sembra essersi risvegliata una gran attenzione sui vampiri da parte degli sceneggiatori di serie televisive. Portatrice di quella tendenza che fu degli anni 80, di raccontare l’universo dei vampiri in ambiti meno legati all’horror, quali la fantascienza, la commedia o il comico-demenziale, la serie Buffy frullava generi e topics tra i più disparati dalle arti marziali, alla farsa, dal melodramma al romantico, celando sotto ai toni predominanti da commedia teen-horror un serial in grado di indagare intenzionalmente la complessità dei rapporti tra le persone. Questa estetica pop è risultata vincente portando la serie sino alla settima stagione e da cui è poi nato lo spin off Angel.

A voler però ricercare un padre antesignano della nuova ondata di serie televisive americane e inglesi a tema vampiresco, bisogna ritornare al cinema e a due film che nei primi anni 90 cambiarono le regole del genere: Bram stoker’s Dracula (1992) di Francis Ford Coppola e Intervista col vampiro (1994) di Neil Jordan, tratto dai famosissimi romanzi di Anne Rice. Se il primo riconciliava il vampiro al mondo romantico del suo creatore letterario, dove anche i non vivi sono capaci di provare sentimenti e amore, il secondo lo caratterizza come essere sensuale e lussurioso ma allo stesso tempo tormentato dai sensi di colpa per le azioni mostruose a cui il destino l’ha costretto, trovando quasi una giusta punizione la sofferenza eterna e il rifiuto con cui sono condannati a convivere. Lo spietato Lestat di Tom Cruise, che tortura e uccide per svago, per noia o semplice disprezzo per la vita umana, si contrappone al tormentato Louis di Brad Pitt, oppresso dal senso di colpa e pronto a dare un vigoroso colpo di spugna alla teoria secondo la quale i vampiri, una volta trasformati, perdono del tutto la loro umanità.

I vampiri nella loro rappresentazione contemporanea sono sempre melodrammatici ma allo stesso tempo anche pericolosi, sono esseri dalla forte sensualità, ambigui, con problematiche quanto mai attuali: il diritto a vivere la propria diversità, la solitudine della società contemporanea. Il loro sviluppo psicologico in questi film ha aperto la strada all’utilizzo del vampirismo come metafora della società, dei valori morali, della repressione sessuale. Sebbene queste tematiche fossero già presenti in Stoker, oltre un secolo prima, è come se il cinema avesse deciso di appropriarsene davvero, solo dopo aver dato fondo alla capacità del vampiro di terrorizzare gli spettatori. Se Buffy prospettava l’esistenza dei vampiri tra di noi come ancora una realtà segreta, nascosta, che vive ai margini della società, i vampiri della nuova generazione vivono alla luce del giorno, mescolandosi più o meno segretamente con l’umanità.

Tra le nuove serie è sicuramente da segnalare Being Human, che prodotta dalla BBC e trasmessa questo stesso anno in Inghilterra (in Italia ancora inedita), ci presenta una “famiglia” molto particolare formata da un vampiro, appunto, un lupo mannaro e un fantasma. Nonostante questa premessa possa sembrare l’inizio di una barzelletta da bar, la serie riesce a essere molto convincente nella descrizione della vita quotidiana di questi tre “diversi” alle prese con il continuo cercare di nascondere la loro vera identità. La solitudine diventa quindi il tema portante della serie, causata dalla difficoltà di essere se stessi e accettati dalla società. Obbligati a convivere con la propria natura soprannaturale Il vampiro Mitchell e il licantropo George scelgono di stare dalla parte degli umani, reprimendo la loro natura malvagia e cercando di adeguarsi alla loro parte umana. Alla ricerca di una vita normale lavorano come infermieri in un ospedale, mentre il fantasma Annie ricerca la causa della propria morte, ovvero la motivazione per cui è rimasta intrappolata nella realtà terrena. Sebbene si parli di tre tipologie differenti di “mostri”, sono i vampiri a reggere l’azione di tutta la serie: i tre protagonisti si ritroveranno a combattere contro un’organizzazione di vampiri malvagi (di cui Mitchell faceva parte nel suo passato) decisi a conquistare il mondo e uscire così dalla loro condizione di minoranza, e di solitudine. Spesso nella serie si usa il termine “coming out”, ammiccando alla stessa accezione utilizzata nell’ambiente omosessuale, per identificare la decisione di dichiarare apertamente la propria. Segnali questi, che ci comunicano la volontà degli autori di tematizzare una serie apertamente di genere quale l’horror con problematiche legate alla contemporaneità come appunto l’accettazione del diverso. A contribuire alla credibilità e alla godibilità del plot sta sicuramente un buon ritmo, il misurato utilizzo di situazioni comiche, l’ambientazione realistica del sobborgo degradato di Bristol dove vivono i protagonisti, i dialoghi e le caratterizzazioni dei personaggi di contorno mai banali, sino agli eccellenti effetti speciali.

Del 2008, è invece True Blood, prodotto dalla HBO e scritto dall’autore della serie di culto Six feet under, Alan Ball, che dopo alcune puntate e il successo su scala mondiale, è diventato il titolo di testa nella programmazione della famosa rete via cavo. Anch’esso come Being Human utilizza il vampiresco per parlare della diversità, ma questa volta spingendosi ancora più in là: Il coming out, in questo caso è già avvenuto. I vampiri vivono tra noi, e sebbene ritenuti ancora pericolosi, chiedono l’equiparazione dei diritti, con campagne politiche riprese dai media (“paghiamo le tasse come tutti anche noi meritiamo dei diritti civili basilari” dice la loro rappresentante politica in un talk show televisivo politico). Molti di loro hanno scelto la vita umana, si cibano di sangue sintetico, chiamato appunto true blood, mentre un'altra parte persegue nel nutrirsi del sangue degli uomini e nel soggiogarli trattandoli come oggetto sessuale. Gli esseri umani dal canto loro non provano più spavento di fronte alla loro presenza, bensì se da una parte ne inneggiano la morte dall’altra ne sono attratti sessualmente o ne bevono il sangue dal potente effetto allucinogeno. Su questo sfondo si muove la protagonista Sookie, interpretata da Anna Paquin, una giovane cameriera di una locanda immersa nel verde del piccolo paese di Bon Temps, capace di leggere il pensiero della gente. Colpita dall’ incapacità di usare il suo potere su un vampiro, se ne innamora. Da questo momento in poi, strane cose inizieranno ad accadere nella piccola cittadina: omicidi inspiegabili, riti satanici, tutte situazioni tese a svelare la diversità e la parte più animale insita in ognuno dei suoi abitanti. True blood rispetto a Being Human parte da un assunto per allargarsi a altre storie, altre diversità. La cittadina di Bon Temps, mano a mano che prosegue la serie, diventa sempre più una sorta di Twin Peaks alla Alan Ball, un mondo chiuso, a se stante con le proprie regole, in cui la diversità viene raccontata e sviluppata metaforicamente sia attraverso l’immaginario horror che quello fantastico ed erotico. Tutti i personaggi sono pervasi da una continua attrazione sessuale, fanno sesso sempre e ovunque, tanto i vampiri come gli umani. Alan Ball, come aveva già fatto in Six feet under, ha il pregio di non cadere nel tranello del bene contro il male. Gli umani si dimostrano crudeli quanto i vampiri. I buoni e i cattivi hanno contorni tanto labili che persino la protagonista difficilmente riesce a risultare totalmente simpatica. O lo stesso vampiro Bill, che sebbene ricalchi la figura del vampiro romantico, è in grado di compiere bassezze e procurare morte. Come dice il capo del partito politico dei vampiri “Noi non abbiamo mai avuto schiavi e non abbiamo mai fatto esplodere bombe nucleari”. E allora, ci chiede Alan Ball, sono veramente i diversi le persone da cui dobbiamo difenderci?

True Blood rischia molto nelle sue scelte estreme, nel suo aggiungere man mano che prosegue la serie storie, temi, registri, nel continuo ribaltamento dei personaggi, tanto che spesso gli equilibri tra le diverse parti non sempre risultano lineari e ben misurate. Ma permane, dopo la visione, la sensazione di quei corpi sudati dall’afa del sud dell’America, della freddezza del corpo morto del vampiro. Serie questa, si visionaria, ma anche profondamente corporea, sensuale ed erotica.

Discorso invece completamente diverso per quel che riguarda The Vampire Diaries, serie televisiva statunitense attualmente in onda sul network CW e in arrivo in Italia da Dicembre su Sky. Il pilot della serie sembrerebbe riprendere per filo e per segno il grandissimo successo della scorsa stagione cinematografica Twilight (2008) di Catherine Hardwicke. Stessa ambientazione, stessi personaggi, medesimo conflitto: L’impossibilità amorosa tra una bella ragazza della High school reduce da un lutto familiare e il tenebroso belloccio appena arrivato nella città che si scopre poi essere un vampiro. Ma con alcune differenze che si vanno a dispiegare nel corso delle sei puntate andate sinora in onda: all’impossibilità amorosa, si aggiunge l’arrivo del fratello del protagonista vampiro Stefan Salvatore, Damon Salvatore, che al contrario del primo continua a cibarsi degli esseri umani e a soggiogarli, impedendo l’unione tra i due giovani innamorati. Mentre in Twilight la famiglia è solidale con il protagonista contro la malvagità della propria razza, qui la lotta diventa interna tra fratelli stessi, che si ritrovano come molti anni prima a contendersi l’amore per la stessa donna, Helena, reincarnazione (?) di Katherine.

Dall’estetica patinata, dalla messa in scena cupa e con scene sicuramente più sanguinose e spaventose di Twilight, Vampire Diaries man mano che va avanti sembra intrigare, trovando il proprio racconto allontanandosi dal film di riferimento. Si colgono echi del Dracula Coppoliano nel richiamo a un passato romantico, ma anche riferimenti ai romanzi della Rice nella contrapposizione tra i due fratelli che ricorda molto quella tra Lestat e Louis di intervista col vampiro. Giunta per ora solamente alla sesta puntata della prima serie, aspettiamo nuovi sviluppi per poter trarre delle conclusioni generali. Certo è che viene meno il tema della diversità, che invece era completamente centrato nelle altre due serie citate. Insomma, un piacevole entertainment.

A queste aggiungiamo la serie Blood Ties, dove si racconta la storia di un’investigatrice privata che cerca di far luce su una serie d’inspiegabili omicidi con l’aiuto di un vampiro di 150 anni. La serie, nonostante il buon successo, è stata momentaneamente interrotta a causa dello sciopero degli sceneggiatori americani. E The Liar trasmessa e prodotta dalla HERE!, emittente interamente dedicata al popolo omosessuale, e ancora inedita in Italia. Giunta alla terza stagione: la serie palesa maggiormente la comparazione tra il mondo delle tenebre e quello omosessuale, quasi una sorta di Cruising di Friedkin in salsa vampiresca.

In Attesa di nuove serie sul tema (che a vedere dal grandissimo successo del secondo capitolo di Twilight, New Moon, non tarderanno ad arrivare), aspettiamo con ansia che la seconda stagione di Being Human e la terza di True Blood, che si prospettano assolutamente da non perdere.

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Lost in Lost: diario della puntata 'The Substitute' (6x04)

ATTENZIONE: se seguite Lost ma per qualche motivo non siete ancora riusciti a guardare le puntate in questione, si non continuate a leggere: questo articolo contiene spoiler sulle puntate appena trasmesse dalla ABC!

Il fumo nero riprende le sembianze di Locke e raggiunge Sawyer nel suo eremo; lo prende con sé e lo porta in una caverna, situata alle pendici di una ripida scogliera, dove - quale sorpresa! - il nostro caro truffatore scopre l'esistenza di alcuni graffiti (probabilmente opera di Jacob) che recano i cognomi di tutti i Losties, con accanto a loro un numero. Gli unici a non essere stati ancora cancellati sono quelli di Locke (4), Reyes (8), Ford (15), Jarrah (16), Shephard (23) e Kwon (42, ma non si sa se sia Sun o Jin).
Nella realtà parallela, Locke torna a casa dalla sua compagna Helen (con cui è prossimo al matrimonio), abbattuto perchè, a causa del suo handicap, gli è stato impedito di effettuare il walkabout per cui si era assentato per una settimana dal lavoro, con la scusa di partecipare a un convegno a Sydney. Proprio questa scusa gli costa il posto di lavoro; riesce comunque a trovare un posto da insegnante di educazione fisica in un liceo. Nel suo peregrinare, Locke s'imbatte anche in Hurley (ricco proprietario di varie aziende, tra cui un'agenzia di lavoro interinale), Rose (dirigente dell'agenzia interinale) e Ben (docente di storia europea nella scuola in cui va a insegnare Locke).

La quarta puntata della sesta stagione di Lost può già essere catalogata come una delle più eleganti di sempre: non regala colpi di scena memorabili nè offre rese dei conti risolutive, ma per quello che anticipa (e per come lo anticipa) è di valore assoluto. Se mancano sempre meno puntate alla fine, è naturale l'impazienza degli spettatori che hanno fin qui visto scorrere il count-down senza apparenti passi avanti nella spiegazione dei moltissimi misteri dell'Isola. Perciò, l'introduzione della caverna coi graffiti di Jacob è una trovata da antologia per tanti motivi: si tratta anzitutto di una svolta narrativa per nulla gratuita e anzi, a ben vedere, ampiamente annunciata non solo nelle puntate precedenti, ma anche nelle stagioni passate: l'associazione di un numero ad ogni personaggio è una suggestione di grande fascino e consente inoltre di seminare altri nuovi dubbi, molto stimolanti (perchè Hurley è il numero 8 e Locke il 4, e non ad esempio viceversa? Cosa ha spinto Jacob a compilare questa lista, e quali sono le ragioni che l'hanno portato a scegliere proprio loro? Questioni ovvie, spontanee, decisive). Ma, quel che è più importante, Lindelof e Cuse (o chi per loro) hanno finalmente riempito il barbecue: stanno arrivando le risposte, sembrano ottime (i flash di montaggio di Jacob che incontra i sei losties nel passato fanno supporre che tutto sia stato già pensato con ampio anticipo), sono di certo il preludio ad altre risposte, ancor più succulente. Una settimana alla volta, purtroppo.

Che sia una puntata di velluto lo sottolineano anche alcune notevolissime scelte registiche (la vorticosa soggettiva del fumo nero che attraversa la giungla prima di materializzarsi in John Locke è pane per pochi denti a livello di serie tv) e indiscutibili finezze, come quella di pronunciare per la prima volta la parola che dà titolo all'episodio ("substitute") non nel contesto in cui ce lo si aspetta (Sawyer che dovrebbe prendere il posto di Jacob) ma nell'apparente incongruità della realtà parallela, in una capriola formidabile in cui Ben è un irriconoscibile docente di storia europea. Ricicciano fuori anche i classici miraggi dell'Isola (qui un bimbo biondo con le mani forse stigmatizzate: un Aaron ormai bambino o un Jacob rinato dalle ceneri stile Araba Fenice o superuomo dell'Odissea kubrickiana? Propendiamo per la prima ipotesi), mai troppo amati da chi preferirebbe mantenere il più possibile il romanzone lostiano sui binari del raziocinio e della verosimiglianza (vabbè, è da mò che ci siamo allontanati...).

Chissà se è solo una coincidenza che in una delle puntate più stimolanti degli ultimi tempi manchino del tutto Kate e Jack. Privato dei suoi "rivali" (o co-protagonisti), Locke è mattatore con un one-man-show che lo vede addirittura in tre condizioni contemporaneamente, da morto, da vivo (e felicemente accoppiato) e da posseduto. Strappato ai piagnistei da film di Ozpetek delle puntate passate, Sawyer riprende colore e salacità e ingaggia col falso Locke una battaglia che dà energia a tutto l'episodio: una delle migliori performances di Josh Holloway in tutto il telefilm. Anche l'alternative reality, che scadeva nello zuccheroso nella puntata su Kate, riserva momenti all'altezza: si scopre ad esempio che Locke non è sulla sedia a rotelle per colpa del padre, poichè questi è addirittura tra gli invitati all'imminente matrimonio. Quando "Lost" procede con quest'armonia di movimenti e salti da una dimensione temporale all'altra, si comprende davvero la portata della rivoluzione che sta provocando nella storia della televisione.

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Lost in Lost: diario della puntata 'What Kate Does' (6x03)

ATTENZIONE: se seguite Lost ma per qualche motivo non siete ancora riusciti a guardare le puntate in questione, si non continuate a leggere: questo articolo contiene spoiler sulle puntate appena trasmesse dalla ABC!

Sayid, "resuscitato" dopo la sua morte apparente, viene sottoposto a diagnosi dal custode giapponese del Tempio (che scopriamo chiamarsi Dogen) e dal suo assistente; dopo averlo giudicato come "infetto", Dogen chiede a Jack di convincere Sayid a ingerire una pillola che lo aiuterà a guarire; ma nella pillola c'è del veleno, e Jack giustamente non insiste più di tanto con il suo amico. Dogen spiega a Jack cos'è successo a Sayid: è stato contagiato dall'oscurità, qualcosa che è in passato già successa anche a Claire. Nel frattempo, nella "realtà parallela", Kate scappa in taxi portando con sé anche Claire, incinta e sbarcata a Los Angeles per incontrare la coppia che ha deciso di adottare il bambino che porta in grembo (un accordo che però viene vanificato dal fatto che i due si sono lasciati e l'eventuale mamma non se la sente di affrontare da sola un impegno simile). Ormai prossima al parto, Claire viene ricoverata in ospedale con Kate sempre al suo fianco, nonostante sia ancora ricercata dalla polizia.

Avevamo perso le tracce di Claire ormai dalla quarta serie, quando l'avevamo trovata incongruamente seduta al fianco di suo padre Christian Shephard (che però poteva anch'essere semplicemente un involucro dentro il quale si nascondeva il Fumo Nero) nella capanna di Jacob, raffigurata come se fosse un'allucinazione di Locke; Aaron era stato abbandonato tra gli alberi, raccolto da Sawyer e riportato "a casa" da Kate. Assente nella quinta serie per motivi personali, rieccola come promesso dagli autori, a ispessire notevolmente il già denso viluppo. Come struttura, dunque, la sesta stagione non è molto diversa dalle precedenti cinque: apertura col botto e poi, fino a metà serie, lento e progressivo disvelamento di alcuni dei vecchi misteri, con l'inesorabile aggiunta di nuovi garbugli che vanno a complicare il tutto. Una Claire "modello Rousseau", che vediamo scorrazzare sull'Isola conciata come l'avventuriera francese seminando tagliole e altri divertenti ammennicoli, mentre l'infermiere Ethan Goodspeed - che fa la sua comparsa nella realtà alternativa -, presentandosi col proprio cognome naturale, ci fa capire che in quell'universo non esistono né Dharma né Others, né tantomeno l'Isola (ma come avrà fatto a fuggire con sua madre dall'esplosione? Vai a sapé...).

Per quanto riguarda il resto, andiamo per gradi. Sayid è stato colto da una misteriosa "infezione" e l'oscurità si sta impossessando di lui; Dogen dice a Jack che non è la prima volta che succede, visto che anche Claire era stata contagiata; a fine puntata vediamo Claire nei panni di una novella Danielle. Ergo, anche Danielle era "infetta"? E com'era stata contagiata? Di sicuro non nel Tempio: dunque, cade la tesi che Sayid abbia preso l'infezione dopo essere stato immerso nelle acque della sorgente, non più limpide come prima a causa della morte di Jacob, evento che le ha intorbidite. (Il veleno contenuto nella pillola è un qualcosa che probabilmente impedisce, ai corpi cui viene somministrato, di essere "catturati" dal fumo nero.) Sayid è morto ed è stato preso dal fumo nero, com'era del resto accaduto a Christian (arrivato morto in una bara e poi "resuscitato") e a Locke (con la differenza che il corpo di quest'ultimo continua a giacere riverso sulla spiaggia). Ma lo stesso trattamento è stato riservato anche a Claire, dunque? E di conseguenza anche a Danielle? Strano, perchè Rousseau non sembrava essere "cattiva"... e se le prospettive fossero invertite? Se Jacob, a differenza di quanto abbiamo creduto fin qui, fosse "il male" e il suo avversario "il bene", come del resto faceva presagire l'ultimo flash della quinta stagione? Dubbi su dubbi su dubbi...

Chiudiamo con una chicca: come opportunamente fatto notare dai forumisti di Lost-italia, nel fotogramma che trovate qui  (http://i109.photobucket.com/albums/n71/melcky411/Immagine2.png), catturato dalla scena dell'ecografia a Claire, la data indicata nella foto è il 22 OTTOBRE e non il 22 settembre 2004: esattamente un mese dopo il giorno dell'incidente, quindi... buon Lost a tutti.

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