Incontro con Francesca Comencini

Venerdì 16 Ottobre 2009 01:00 Scritto da  Felice Carlo Ferrara Read 327 times
Published in Eventi

Oltre ad essere autore di tanti capolavori Luigi Comencini ha tra i suoi meriti quello di aver saputo trasmettere alle figlie la passione e l’etica necessarie per fare del buon cinema. Così Francesca Comencini, autrice di un film dai molti pregi quali Mi piace lavorare (Mobbing), nel presentare la sua ultima opera, Lo spazio Bianco, premiata a Venezia dal sindacato dei giornalisti, mostra acutissima intelligenza e piena consapevolezza di tutto il processo creativo con cui costruisce i suoi film.

“La prima volta che ho sentito parlare del libro Lo Spazio Bianco”, racconta la regista, “è stato alla radio, in un’intervista all’autrice, Valeria Parrella. Mi sono subito interessata alla storia, ho comprato il romanzo e l’ho letto, ma non ho pensato di trarne un film. E’ stato, invece, Domenico Procacci a chiedermi di farlo. Mi ha detto di voler iniziare un filone di film al femminile con registe donne. In effetti questo è il primo film della Fandango con una donna alla regia.” Fatto questo annuncio con un  certo orgoglio, passa alle sue incertezze. “All’inizio ho detto: voi siete pazzi! Non si può trarre un film da questo libro! Poi ho pensato che nel romanzo è tutto molto compresso e contenuto e mi veniva voglia di aprire delle finestre. C’era lo spazio per riempire la storia con qualcosa di mio. E poi avevo voglia di raccontare la maternità. In parte già in un mio film precedente, Mi piace lavorare, c’era il ritratto di una madre, ma potevo metterci di più. Questa storia mi ha permesso di parlare con libertà di sentimenti vissuti personalmente. Io ho, infatti, tre figli. Così ho realizzato questo film, che per me tratta essenzialmente dell’apprendistato materno, dell’imparare ad essere madre. Tutto il film consiste nell’altalena di questo apprendistato.”

Ma che cos’è lo spazio bianco? “Lo spazio bianco è un periodo di indeterminatezza in cui non si sa se una bambina sta nascendo o sta morendo e una donna non sa se sta per essere madre oppure no”. E’ infatti la storia di Maria, che, abbandonata dal compagno in piena gravidanza, partorisce una bambina prematura. A quel punto comincia una snervante attesa, assillata dal dubbio che la neonata possa sopravvivere o meno.

“C’è un momento in cui Maria dice: ‘Io non so aspettare’. Aspettare è per lei motivo di angoscia”, spiega la regista, “Questo perché è una donna contemporanea e nella nostra società, fatta di trasformazioni rapide, l’attesa sembra una cosa inutile. Invece è fondamentale.”

Una metafora quindi: “In un libro gli spazi bianchi sono quelli tra un paragrafo e l’altro. Questi spazi tengono insieme le parole. Non possiamo cominciare un nuovo paragrafo, se non lasciamo uno stacco da quello precedente”.

Maria è un’insegnante di una scuola serale e nel suo lavoro ho visto un parallelo con la nascita della bambina, Irene. Da una parte abbiamo lei, che è troppo piccola per nascere, dall’altra ci sono persone troppo adulte per essere ancora a scuola. C’è da tutte e due le parti un tempo tolto che si deve recuperare. In una scena un allievo si blocca durante un esame e non riesce ad andare avanti con la frase. Maria gli suggerisce di proseguire con un verbo al futuro, ma lui risponde: “Non voglio metterci un futuro, voglio metterci un presente”. E Maria: “Lascia lo spazio bianco e mettici un presente”.

“Questo perché”, continua la regista, “il bianco permette al futuro di divenire un presente nuovo. Quindi è fondamentale, anche se sembra solo attesa”. “Tutti i personaggi”, precisa più volte, “sono come specchi della protagonista, che rendono visibili le sue difficoltà e le sue inquietudini”.

Così anche l’ambiente fisico non ha uno scopo puramente descrittivo. “Come location ho scelto l’Ospedale degli Incurabili di Napoli, un edificio antichissimo, che da fuori ha proprio l’aria di essere vecchio. Gli interni, però, sono stati ricreati in studio con dei soffitti apribili per permettere le inquadrature dall’alto. Questo per caratterizzare lo spazio come più astratto e geometrico, per ridurlo ad una scatola bianca.

I bambini, invece, sono bambolotti, mentre le incubatrici sono vere.”

In questo luogo candido, quasi sacro, irrompe ad un certo punto un elemento di disturbo: sono le forze dell’ordine, che intervengono per impedire l’aborto illegale di una gravidanza avanzata. La scena si ispira ad un fatto di cronaca realmente accaduto.

“L’ospedale è uno spazio ricco di umanità”, spiega la Comencini, “con persone degenti, corpi che cercano di guarire e altri che tentano di nascere. L’ingresso della polizia con le pistole e il loro rimando alla violenza e alla morte in nome dell’ordine costituito, è una contraddizione. E’ il nero che si oppone al bianco. Le due cose non possono stare insieme. Con questa scena ho voluto parlare del controllo politico che ormai non avviene più solo con le parole, ma si permette di agire anche sui corpi.”

Il film è intriso, infatti, di dibattiti attuali, tra cui quello sull’aborto e sulla legge 194. “Anche questa scena, però, è uno specchio di ciò che avviene nella mente di Maria”, sottolinea la regista, “Infatti la donna si era appena chiesta se voleva davvero essere madre e l’evento l’aiuta a capire, la risveglia.”

Uno dei motivi della resistenza della protagonista alla maternità è l’età. “Maria ha 42 anni. E’ un dato importante”, afferma la Comencini, “E’ in una età in cui se sei sola, cominci a pensare che lo sarai per sempre, perché dopo i quarant’anni il rapporto con gli uomini cambia: non c’è più un gioco di sguardi basati sul desiderio, perché si è ormai scivolate fuori dall’ombra del desiderio maschile. Allora ci si prospetta una solitudine sentimentale definitiva.”

L’Italia è ancora un Paese molto maschilista? La regista non ha dubbi al riguardo. “Le donne sono quotidianamente ingiuriate, tanto dalla televisione, quanto dai politici, che fanno passare l’idea che le donne siano oggetti da comprare. E’ ormai un’urgenza che le donne riprendano la parola per raccontare la propria vita e decidere da sé come vogliono essere rappresentate. Non tutte si lasciano comprare. Ci sono donne che fanno cose importanti, piccole o grandi che siano.” Tra queste Ilda Boccassini, che si intravede in uno dei personaggio del film, una donna magistrato che sacrifica la sua vita privata per il lavoro. “Ho avuto occasione di incontrare la Boccassini, la quale mi disse di aver lasciato a Milano due figli per poter seguire il suo lavoro a Palermo. Era stata una scelta pesante, ma coraggiosa. Spesso non diamo il giusto valore a queste scelte, perché dimentichiamo che queste donne sono anche madri. Così nel film ho inserito questa donna costretta a vivere sotto scorta, prigioniera anche lei di uno spazio, come Maria lo è dello spazio bianco.”

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