Nel pomeriggio presso l'auditorium del Palazzo delle Esposizioni, sono stati proiettati i corti in concorso per la categoria: Izorane, Lala, Metropolis Ferry, Unutma (Forget me not) e Una vida mejor.
Il tema ricorrente in tutti, la morte e come viene affrontata dai protagonisti.
In Izorane, di produzione marocchina, una ragazza costretta a letto dopo che anni prima ha avuto un incidente in macchina con il padre, dove quest' ultimo è morto, è accudita da una donna che un giorno riceve una lettera dalla madre della ragazza. Dall' espressione del viso della donna si capisce che su quella lettera non sono riportate buone notizie. I dialoghi soo assenti e un ruolo importante lo giocano sia la musica che le espressioni dei personaggi. Si passa ad una scena dove si assiste ad un rito, che si conclude con la ragazza, che in veste bianca, raggiunge il padre che è venuto a prenderla in sella ad un cavallo bianco, quasi come fosse una visione onirica. La donna che per molto tempo si è presa cura di lei, la saluta gettando la sua bambola in acqua dove sa, e come si vedrà, la ragazza arriverà per prenderla con sè.
In Lala, Jesus, nipote della donna, è ossessionato da una storia che la donna gli raccontò quando era un bambino, ma di cui non svelò mai la fine. Così mentre il resto della famiglia è stretto intorno al proprio lutto e al piccolo scandalo familiare della storia tra Jesus ed una sua cugina, il ragazzo cerca di scoprire la conclusione della storia.
In Metropolis Ferry, tre ragazzi spagnoli, di ritorno da una vacanza in Marocco, assistono alla violenza della polizia portuale contro un clandestino. E mentre inizialmente tentano di aiutarlo, dopo lo lasciano al suo destino.
In Unutma, sono due i protagonisti: una ragazza dai capelli rossi, che si autoscatta delle foto con una polaroid, e poi le commenta ma non riconosce mai se stessa in quelle immagini; ed un uomo, un antiquario che entra in possesso di quelle foto, e come la ragazza dai capelli rossi, anche lui vede altri volti prima di riconoscere quello della ragazza, che da un fotogramma iniziale ed uno finale, si capisce essere morta. Anche in questo corto sono assenti i dialoghi, e importante diventano la musica e le espressioni dei volti dei due protagonisti.
In Un vida mejor, una donna con i suoi figli, cerca di scappare come clandestina, e si unisce ad un gruppo. Ma assaliti dai banditi, si separano dal resto del gruppo e si perdono nel deserto, dove uno di loro troverà la morte.
Presentato oggi 29 ottobre il fitto programma del XV MedFillmFestival 2009, a Roma dal 7 al 15 novembre, anno europeo della Creatività e dell’Innovazione.
La conferenza stampa, istituzionale come non mai, concede spazio alle rappresentanze istituzionali che affollano di premi il Festival: dall’Ambasciata del Marocco e Francia, i due Paesi Ospiti d’Onore, al Parlamento Europeo fino all’ Istituto Cervantes. Ognuno di loro concederà premi specifici ai film in rassegna, in tutto 132 opere fra lungometraggi, corti e documentari, per la maggior parte in anteprima. Fuori dalle Istituzioni “istituzionali” ma di diritto dentro quelle cinematografiche Giuliano Montaldo, che con grazia ha espresso la difficoltà attuale nel fare cinema, farlo in co-produzioni, e sempre “col cappello in mano” a chiedere sovvenzioni.
Ad inaugurare il festival, il 7 novembre presso l’Auditorium della Conciliazione, il film marocchino/francese Le Grand Voyage (Viaggio alla Mecca) del regista Ismael Ferroukhi, Interessante ripescaggio dalla 61esima edizione del Festival di Venezia, vincitore del Leone del Futuro.
Il coraggio, il viaggio, le donne e l’amore sono i focus tematici del Festival, nei quali rientrano tutte le storie che verranno presentate.
Premio Speciale Koinè a Tahar Ben Jelloun, che riceverà il premio il giorno dell’inaugurazione, unione e ponte fra i paesi delle due sponde del Mediterraneo, un cammino di dialogo, comprensione e cooperazione.
Della selezione ufficiale Premio Amore e Psiche fanno parte 11 lungometraggi, quello italiano unico in concorso è l’opera prima del regista Claudio Noce, coadiuvato da Valerio Mastrandrea nella doppia veste di attore e produttore.
Il Concorso Eurimages-Nuova Europa, alla sua V edizione, lascia uno spazio particolare agli autori dei Balcani che affrontano il loro recente passato di guerra, e in generale verte sull’importanza delle co-produzioni, veicolo di cultura e intersezione fra i popoli.
E’ presente anche un Concorso Nazionale Premio Italia nel Cinema, al quale partecipano i giovani registi italiani alla loro prima o seconda prova. La giuria è composta da giornalisti della stampa estera.
Molto interessante il Concorso Internazionale Documentari Premio Open Eyes, col tema specifico che indagherà le differenze/analogie delle “Frontiere, Confini…”, curato da Angelo Loy.
Del Concorso Internazionale Cortometraggi si occuperanno i giovani diplomati delle scuole di cinema dell’intero territorio coperto dal Festival insieme ai detenuti di uno degli Istituti di Pena italiani aderenti al Progetto Methexis, destinato a promuovere opere dedicate al dialogo interculturale.
Due le Sezioni Speciali, dedicate al “Nuovo cinema marocchino: elogio dell’erranza” e “Le Regard des Autres”, la Francia nella sua espressione migliore di co-produzione col mondo libanese, marocchino e algerino.
Dei cortometraggi più innovatori nell’ambito del MEDFILM Festival si occuperà l’Istituto Cervantes, la cui giuria sarà composta dai giovani studenti delle scuole di cinema dei paesi mediterranei.
Premio Nuovi Talenti all’attrice marocchina Sanaa Alaoui ed all’artista creatore dell’immagine della manifestazione Francesco Cuomo.
Premio alla Carriera a Claire Denis, regista francese pluripremiata nei festival del mondo, , presente nella rassegna con oltre 10 fra lungometraggi, corti, documentari e progetti collettivi.
I luoghi del Festival saranno l’Auditorium della Conciliazione, il Palazzo delle Esposizioni, Villa Medici, il Nuovo Cinema Aquila, il Teatro dei Dioscuri e l’Acquario Romano.
Il MedFilm Festival, giunto alla quindicesima edizione, è cominciato nella capitale sabato scorso, coinvolgendo un gran numero di persone con un programma davvero ricchissimo.
La giornata odierna, martedì 10, propone appuntamenti davvero interessanti.
Di tutto rispetto le tre sedi che faranno da cornice alla giornata: il Palazzo delle Esposizioni, a Via Nazionale, il Nuovo Cinema Aquila, ricavato da un locale sequestrato alla banda della Magliana nel quartiere Pigneto e la suggestiva Villa Medici al Pincio.
Si parte da Via Nazionale alle 10.30 con Hijab El-Hobb (Veiled Love), film del marocchino Aziz Salmy. In contemporanea, a partire dalle ore 11 e per tutta la giornata, nella sala Auditorium, si potrà assistere alla proiezione di cortometraggi provenienti soprattutto da Spagna e Italia. Subito dopo il film di Salmy, invece, si prosegue col lungometraggio in concorso Eynaim Pkohot (Eyes Wide Open): il regista Haim Tabakman, in questa produzione franco-israelo-tedesca, racconta la storia di un amore omosessuale nell’ultraortodossa Gerusalemme.
Ricco il pomeriggio offerto al Nuovo Cinema Aquila e a Villa Medici: al Pigneto, alle 16.30 ci saranno le proiezioni dedicate ai documentari per il concorso Doc Open Eyes e alle 18.30 Diverso da chi? di Umberto Carteny con Luca Argentero, Filippo Nigro e Claudia Gerini.
A partire dalle 18.00, al Pincio, si terrà l’omaggio alla regista francese Claire Denis con il suo Nenette et Boni.
Difficile scegliere dove trascorrere la serata di domani: il Palazzo delle Esposizioni offre alle 20.30 Les Beaux Gosses (The French Kissers), dell'esordiente francese Riad Sattouf, alla cui anteprima presenzierà la produttrice, Anne-Dominique Toussaint e alle 22.30 Mascarades di Layes Salem, una divertente commedia ambientata in un villaggio algerino.
Al Nuovo Cinema Aquila si parte alle 20.30 col turco Uzak Ihtimal (Wrong Rosary) di Mahmut Fazil Coskun, una storia d’amore tra un muezzin e un’infermiera cattolica; si prosegue alle 22.30 col tunisino Dowaha (Buried Secrets), un drammatico thriller al femminile della regista Raja Amari.
Inizia alle 21, infine, la serata di Villa Medici, che propone L’ultimo Pulcinella, col regista Maurizio Scaparro presente in sala per salutare il pubblico.
Resta solo l’imbarazzo della scelta.
L’ affollamento delle sale, la partecipazione costante ai dibattiti con gli autori prima e dopo i film – sempre in versione originale sottotitolati - e la scelta di lungometraggi e cortometraggi di gran spessore, testimoniano il successo di questa quindicesima edizione del MedFilm Festival, curato evidentemente da cinefili esperti nel settore.
Oggi, 11 novembre, si potrà partecipare alla kermesse nelle solite sedi di Palazzo delle Esposizioni, Nuovo Cinema Aquila e Villa Medici, con l’aggiunta dell’ Acquario Romano Casa dell’Architettura. Ma andiamo con ordine.
Entrando al Palazzo delle Esposizioni da Via Milano 9A, si potrà assistere alle 10.30 alla proiezione di La Journee de la joupe (Skirt Day), del regista-sceneggiatore francese Jean-Paul Lilienfeld, in concorso per il premio Amore e Psiche: Isabelle Adjani, la protagonista del film, interpreta magistralmente una professoressa che prende, suo malgrado, la classe in ostaggio. Alle 16.30 sarà riproposto il film tunisino Dowaha (Buried secrets) e alle 18.30 continua l’omaggio alla regista parigina Claire Denis con la proiezione di 35 Rhums, la storia di un travagliato rapporto padre-figlia.
La serata comincia, invece, alle 20.30 con Kala Krymmena Mystika, a Thana Sia (Well Kept Secrets, Athanassia), un film melodrammatico in concorso diretto dal greco Panos Karkanevatos – presente in sala e disponibile per un dibattito – ambientato tra l’isola di Karphatos e il Canada. Alle 22.30, il Palazzo delle Esposizioni chiude la giornata con il road movie d’apertura del festival, Le grand Voyage, del marocchino Ismael Ferroukhi.
Da non dimenticare, inoltre, le proiezioni nella Sala Auditorium del Palazzo di numerosi e diversi cortometraggi dalle 11 di mattina in poi: sarà possibile vedere commedie e animazioni tanto quanto drammi e viaggi surreali grazie alla potenza del formato breve e del cinema-zero.
Altrettanto ricco il programma del Nuovo Cinema Aquila al Pigneto che offre, oggi, tre documentari per il concorso Doc Open Eyes: si comincia alle 16.30 passando dai viaggi della speranza dei migranti nel deserto algerino, ai ghiacci della Groenlandia, al dramma dell’Alzheimer. Alle 18.30 sarà presentato Non è ancora domani, dell’altoatesina Tizza Covi e dell’austriaco Rainer Frimmel, al loro esordio nel lungometraggio: si tratta della toccante storia di Asia, abbandonata in un parco e ritrovata da una coppia che lavora in un circo; fa da sfondo la periferia romana di San Basilio.
Alle 20.30 sarà la volta di una produzione franco-israelo-tedesca: è il cosiddetto “Brokeback Mountain israeliano”, Eynaim Pkohot (Eyes Wide Open); il regista israeliano Haim Tabakman racconta qui la storia si un amore omosessuale nella ultraortodossa Gerusalemme. Il cinema chiude i battenti dopo la proiezione delle 22.30: è Le bureaux de Dieu (L’ufficio di Dio), un dramma corale al femminile con Nathalie Baye.
A Villa Medici il Med Film Festival, comincerà invece alle 18.00, con le proiezioni di due film della sezione Le Regard des Autres: il primo è La Main d’Or (La mano d’oro), del giornalista/scrittore Pierre Guicheney, presente in sala, che racconta nel lungometraggio la storia di uno sciamano attraverso le immagini. Si prosegue alle 21.00 con Melodrama Habibi, film d’esordio del libanese Hany Tamba, che tratta di un destino che ruota intorno a una canzone degli anni Settanta.
Nel pomeriggio, presso il Nuovo Cinema Aquila, sono stati proiettati i docu – film di tre registi per la sezione Doc Open Eyes del MedFilm Festival, che si sta svolgendo in questi giorni a Roma.
Slepe Lasky (Blind Loves), è un docu - film di Juraj Lehotsky, con il quale il regista slovacco, esplora la vita di quattro persone non vedenti e come queste abbiano trovato l’ amore. Abbiamo Peter, un insegnante di musica sposato a Iveta, entrambi non vedenti. Simpatica è una scena dove sua moglie sta facendo la maglia e si sentono in sottofondo rumori di spari, come se la tv stesse trasmettendo un film poliziesco, ma quando l’ inquadratura si allarga, vediamo che è Peter a ricreare alla tastiera quei suoni, ed entrambi sono molti divertiti dalla cosa. Un altro personaggio è Miro, un ragazzo rom, innamorato di Monika, una ragazza parzialmente cieca, i cui genitori non approvano la relazione che la ragazza ha con Miro. Poi c’ è Elena, incinta del suo primo figlio, nel panico più totale ma allo stesso tempo molto curiosa su come sarebbe vedere crescere sua figlia o vederla correre, ma adesso ha paura che anche la bimba nasca cieca. Infine c’ è Zuzana, una ragazza non vedente, che su internet, ha trovato l’ amore in un ragazzo che non sa della sua condizione. Lehotsky ha utilizzato uno stile di regia spoglio, lasciando che siano i diversi punti di vista di ciascun personaggio a parlare per lui.
Was Ubrig Bleibt (Left behind), di Fabian Daub, è un docu – film di denuncia. Indaga su alcune miniere ufficialmente chiuse da anni in Polonia, ma dove lavorano in clandestinità ancora molti cittadini polacchi.
Taste the Revolution, di Buthina Khoury, è una sorta di documentario sulla vita della famiglia della regista. Racconta di come il fratello, andato in America per imparare l’ arte del business, sia poi tornato in Palestina, investendo la sua esperienza, la sua conoscenza ed i soldi di famiglia per aprire una birreria.

HIJAB EL HOB (Amours voilée)
Arts Film Productions, Marocco, 2008, 109', 35mm, color
Regia: Aziz Salmy
Sceneggiatura: Aziz Salmy
Fotografia: Denis Gravouil
Montaggio: Pierre Goupillon
Cast: Hayet Belhalloufi, Younes Megri, Saadia Ladib

UZAK IHTIMAL (Wrong Rosary)
Turchia, Hokusfokus Film, 2009, 35mm, color
Regia: Mahmut Fazil Coskun
Sceneggiatura: Tank Tufan, Görkem Yeltan, Ismail Kilicarslan
Fotografia: Refik Çakar
Montaggio: Çiçek Kahraman
Cast: Nadir Saribacak, Görkem Yeltan, Ersan Uysal
Un giovane muezzin si innamora della sua vicina di casa, un’infermiera cattolica. Da una sinossi simile ci si aspetterebbe un film alla“Uccelli di Rovo”, o qualcosa che divida o alimenti le differenze fra le due religioni. Di certo non ci si aspetterebbe il film delicato, riflessivo, a tratti comico, tra due esseri impacciati e un po’ fuori dal mondo, religiosi entrambi e simili, davvero simili come nella pellicola del turco Mahmut Fazil Coskun.
Galata, Istanbul. Il muezzin Musa appena arrivato in città va a vivere in un vecchio palazzo, abitato da una giovane donna infermiera e trovatella del convento vicino, che si occupa di una vecchia donna in punto di morte. Le normali attività del muezzin vengono in qualche modo turbate dalla presenza della giovane donna, Clara, che colpisce subito Musa per il suo essere impacciata e timidamente schiva. I due si conoscono a causa dei piccoli problemi incontrati da Musa nello stabile: una luce elettrica che va via, l’ascensore che si blocca. Un giorno Clara perde il suo rosario, e Musa la segue fin dentro la chiesa dove lei prende le elemosine per restituirlo. In quell’occasione, a causa di un libro, conoscerà il vecchio Yakup, libraio che segue Clara e che nasconde qualcosa. Il trio è completo. Lentamente i tre si avvicineranno, e i due uomini, profondamente legati a Clara che non sembra accorgersi di nulla, riusciranno ad affacciarsi nella sua vita così schiva.
Le persone molto religiose tengono molto alla propria interiorità. L’essere profondamente legate a Dio e alla propria religione fa parlare il cuore, non la mente. E il cuore trabocca d’amore. Così si immagina una persona in grado di trasmettere tutto l’amore del mondo verso l’altra persona. I due protagonisti invece sono completamente bloccati ognuno nella propria interiorità, non riescono a concedersi all’altro se non con movimenti lentissimi e comunque sempre distanti. Nessun gesto, nessun bacio, nulla tra di loro se non il cercarsi per poi guardarsi, nulla di più. Se non fosse per la religione, forse i due potrebbero davvero capire i propri sentimenti. Ma di fronte all’assenza di passioni entrambi si bloccano, rimangono silenziosi, non cercano davvero l’altro, anche se Musa è, tra i due, quello che cerca un po’ di più Clara. Lei è totalmente chiusa, ed infatti alla fine decide di andare in Italia e lasciare i due uomini che la amano (del cui amore rimane il dubbio che lei lo abbia davvero compreso) per seguire la propria strada che la porta verso il suo Dio. A tratti fastidiosamente ottusi, i personaggi rimangono fluttuanti nella realtà, estranei al peccato così come all’amore.
Il film affronta quindi la storia di due esseri impacciati, chiusi e incapaci d’amore, che in qualche modo unisce i due religiosi invece che dividerli, ma l’operazione del racconto che toglie invece di aggiungere (emozioni, amore, contrasti necessari) non arriva agli spettatori proprio perché toglie troppo, toglie tutto. Rimangono impressioni di affetto, impressioni di religiosità, impressioni di amore. E un tipo di narrazione che alla fine non lascia molto. Si salva il finale, non coronato dall’happy end, ma questo non basta certo a farne un grande film.

GOOD MORNING, AMAN
Italia, 2009, 35mm, color
Regia: Claudio Noce
Cast: Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli, Amin Nur, Giordano De Plano, Adamo Dionisi, Sandra Toffolati, Rino Diana
Tanti premi, tanti membri di giuria, un po’ pochi giornalisti a seguire il Festival, tanta istituzione ma anche tanto coraggio nel premiare pellicole dai contenuti molto forti per un paese che ospita il premio, bloccato da regionalismi e razzismi che non riescono a farci guardare il mondo a noi circostante senza la lente deformante dell’ignoranza verso l’altro.
Il principale premio del Concorso Ufficiale è il Premio Amore e Psiche, la cui giuria è composta da personalità del cinema e della cultura come il regista Marco Bechis (tra tutti i suoi lavori, Garage Olimpo), la giornalista Maria Pia Fusco (La Repubblica), la produttrice Anne-Dominique Toussant (alla quale dobbiamo il magnifico “Respiro” di Crialese)e la scrittrice, psichiatra, etno-psicanalista (si definisce “artista con una visione universalista della vita: una persona che vive, assorbe e poi riflette la vita attraverso i filtri imperfetti delle proprie esperienze”) Rita El Khayat ed il cui presidente è Dominique Baudis, Presidente dell’Istituto del Mondo Arabo di Parigi (giornalista, eurodeputato, ex sindaco di Tolosa).
Il premio è stato assegnato al film “Eynaim pkohot” (Eyes Wide Open) di Haim Tabakman, per la regia e la grande qualità formale del film che affronta un’imprevedibile promiscuità tra religione e sesso. Storia di un amore che nasce tra due uomini di Gerusalemme, un macellaio ed uno studente, capaci di allontanarsi dalla loro vita precedente per vivere appieno il loro amore. Menzione speciale ad “Ander” di Roberto Castón, per la sua ruvida sensualità, semplicità, originalità; per i tre protagonisti esemplari, per aver saputo proporre un’altra idea di famiglia. La pellicola spagnola ambientata nei Paesi Baschi racconta dello sconvolgimento di una famiglia di contadini la cui esistenza viene sconvolta dall’arrivo di un immigrato chiamato per aiutare la famiglia nel lavoro nei campi. L’arrivo di una persona “altra” che proviene da una differente realtà (il Perù) non può che portare sconvolgimenti.
Il Premio Espressione Artistica va ex-aequo a “Uzak İhtimal” (Wrong Rosary) di Mahmut Fazıl Coşkun, per il controllo del linguaggio cinematografico e la grazia delle immagini e del soggetto ed a “Hijab el Hob” (Veiled Love) di Aziz Salmy, per il coraggio del regista nell’affrontare un tema particolarmente audace nella società marocchina di oggi. Turchia e Marocco premiati ex-aequo per due pellicole tra loro distanti, perché se nel film turco dei sentimenti tra i protagonisti non rimane che l’impressione superficiale, in Veiled Love la protagonista vivrà tutte le tappe tipiche di chi decide di vivere in pieno i propri amori, anche se questo significa andare contro le regole sociali imposte.
Nessun premio dunque a Claudio Noce per il suo “Good morning, Aman”, nonostante gli sforzi di un Mastrandrea nella duplice veste di attore e produttore (unico film italiano in concorso ufficiale). Peccato.
Per il concorso “Eurimages Nuova Europa” la giuria, composta dal Tahar Ben Jelloun (premio Koinè, scrittore, poeta, giornalista), dall’attore tunisino Ahmed Hafiene (miglior attore non protagonista de “La giusta distanza” di Mazzacurati ai David di Donatello, unico attore arabo a vincere il premio)e dal giornalista Pietro Zardo (editor delle pagine culturali del settimanale “Internazionale”) ha riconosciuto vincitore il film “Pandora’nın kutusu” (Pandora’s Box)
di Yeşim Ustaoğlu per la sua umanità, per la verità dei personaggi colpiti dalla violenza irrimediabile della vita; per il modo delicato, diretto e al tempo stesso sottile in cui è messa in scena questa violenza cittadina che riguarda tutti noi; questo film fa riflettere sul posto degli anziani nella società mediterranea; particolarmente apprezzata l’interpretazione dell’attrice Tsilla Chelton. Coproduzione turca, francese, belga e tedesca, la pellicola racconta del viaggio (fisico) di tre fratelli costretti ad un viaggio (mentale) per raggiungere la memoria della madre appena scomparsa.
Per il Concorso Nazionale Lungometraggi Premio Italia nel cinema, la cui giuria composta dalla giornalista Defne Gursoy (autrice di saggi e collaboratrice di numerose riviste francesi), dall’altra giornalista Elizabeth Missland (direttrice artistica e Presidente Onorario dei Globi d’Oro dell’Associazione Stampa estera in Italia, membro del comitato artistico del Montecarlo Film Festival presieduto da Ezio Greggio) e dall’altro giornalista, ma anche scrittore e poeta Said Rifai (membro d’onore di numerosi cine-club del Marocco, sceneggiatore, corrispondente), vince “La casa sulle nuvole” di Claudio Giovannesi, per la perfezione del suo racconto che non solo riflette con grande sensibilità il ribaltamento dei ruoli nel quadro familiare, ma anche rimette in causa i preconcetti sull’immigrazione nel bacino mediterraneo. I due fratelli Michele e Lorenzo in road movie che parte da Roma per arrivare a Marrakech alla ricerca del padre scomparso da dodici anni.
Menzione speciale alla pellicola “Non è ancora domani” (La Pivellina) di Tizza Covi e Rainer Frimmel. La giuria ha inoltre deciso di attribuire una menzione speciale a La Pivellina, film che ha profondamente commosso i giurati. Storia di una bimba di due anni abbandonata e trovata da una donna che lavora in un circo, che deciderà di cercare la madre della piccola accompagnata da un ragazzino tredicenne.
Non ha colpito nemmeno in questa sezione il film di Noce, che nonostante il tam-tam, le presentazioni e le feste non ha ricevuto nessun premio.
Per il Concorso Internazionale Documentari Open Eyes, la cui giuria era composta dal regista, produttore e direttore artistico Agostino Ferrante (al quale, oltre ai numerosi documentari, dobbiamo esser profondamente grati della nascita dell’Orchestra Nazionale di Piazza Vittorio, fondata con Mario Tronco degli Avion Travel), dal giornalista turco Ugur Hukum (anche sociologo trapiantato in Francia, dalla quale cura numerose pubblicazioni e corrispondenze coi media del suo paese natale) e dalla scrittrice romana Igiaba Scego (scrittrice del libro “La nomade che amava Alfred Hitchcock”, collabora con “La Repubblica”, “Carta” e “il Manifesto”), vincono ex-aequo “Hanna e Violka” di Rossella Piccinno, per la sensibilità poetica con cui si racconta una vicenda privata, che coinvolge due famiglie, una italiana e una polacca, testimoni dirette delle trasformazioni dell’Europa di oggi, tra migrazioni e cambiamenti sociali e
“Welcome to Hebron” di Terje Carlsson : le frontiere tra le persone non sono sfortunatamente solo amministrative o politiche ma anche sociali e religiose. Il regista svedese Terie Carlsson descrive in modo scioccante quanto è profonda la differenza tra i palestinesi e le colonie israeliane ideologicamente manipolate a Hebron. Attraverso la vera storia di una ragazza diciassettenne scopriamo la vita di tutti i giorni delle famiglie palestinesi e dei loro figli. Risulta essere quindi un ottimo spaccato della lotta giornaliera in un luogo dimenticato della Pales.tina.
Menzione speciale al documentario “Blooming Businnes” di Ton van Zantvoort: tra le 17 opere in concorso, la giuria ha deciso all’unanimità di assegnare una Menzione Speciale a “A Blooming Business”, per le toccanti e coraggiose testimonianze dei protagonisti di questo film, che ha saputo investigare su cosa si nasconde dietro la produzione, in Kenia, di fiori poi esportati nei paesi ricchi. Un viaggio nel mobbing, nel disastro ecologico, nello sfruttamento umano e sessuale di un business che nasce nell’Africa Orientale e che, comunque consente a molti esseri umani di sopravvivere lungo la filiera.
Gli studenti delle Scuole Nazionali di Cinema, assieme ai detenuti del Nuovo Complesso di Rebibbia, coordinati da Angelo Loy, per il Concorso Internazionale Corti hanno premiato “Dans nos Veines” (In Our Blood) di Guillaume Senez, perché sviluppandosi intorno a una storia lineare, il film esplora con un approccio critico il nucleo familiare e le sue interconnessioni. Tensione, violenza, e disparità appartengono alla nostra società e sono elementi perfettamente rappresentati nel film. Sorprendente improvvisazione, notevole recitazione e coerenza tecnica fanno di questo film il vincitore del Premio Cervantes Roma per il cortometraggio più innovativo, mentre per il Premio Metexis “My Sixtine” di Jonathan Colinet e Sebastien Dubus, perché non c’è prigione che possa confinare il pensiero. Con questa frase la giuria all’unanimità ha voluto premiare un’opera che mostra come l’immaginazione renda gli uomini liberi.
Aaron è un uomo di mezza età che fa parte nella comunità ebraica ortodossa di Gerusalemme. Sposato con Rivka con cui cresce quattro figli, rileva la macelleria del padre scomparso. Durante una giornata di pioggia, conosce Ezri, un giovane studente della Yeshiva, arrivato da poco in città, solo e senza casa. Aaron gli offre un lavoro e lo ospita nel retro del suo negozio. Da quel momento la vita di un uomo ligio al dovere, dedito alla famiglia e alle leggi della Torah cambia radicalmente; Aaron scopre un'attrazione nei confronti di Ezri, durante il bagno di purificazione rituale, il Mikve.
Inevitabilmente l'amore tra i due uomini dovrà scontrarsi con la realtà sociale, culturale e religiosa, alla quale appartengono e con i sensi di colpa generati dal tradimento e dal peso opprimente del peccato.
Einaim Pkohot (Eyes Wide Open) di Haim Tabakman è un dramma umano e sentimentale, in cui il tema dell'omosessualità si intreccia con quello religioso. Il peccato e la condanna sociale, l'amore e la legge divina, il tradimento e i doveri coniugali vengono rappresentati in uno scenario evocativo che trae forza dalla propria sacralità. Nella comunità ortodossa, il giovane Ezri appare come il corruttore, il diavolo tentatore dalle fattezze angeliche che si insinua nella vita di un uomo rispettabile, religioso e osservante delle leggi divine. In realtà, il giovane consente al più saggio Aaron di squarciare il suo velo di Maya, di scoprire una realtà nuova, libera da schemi conoscitivi imposte e dogmi inviolabili. L'amore, dunque, è in un certo senso strumento di liberazione spirituale per Aaron, ma significa condanna, vergogna e peccato per il suo credo religioso. L'imprevedibile relazione tra religione e sesso mette in rilievo lo scontro tra una tradizione, fatta di riti e l'ossequiosa osservanza di una legge superiore, e la modernità di costumi e di pensiero di una società che si evolve e prende sempre più coscienza della propria sessualità e del proprio diritto ad affermarsi come individuo. Il regista Tabkman sa coniugare tematiche scottanti con una qualità formale degna di nota, una fotografia espressiva ed un'ambientazione che esalta il valore di una storia difficile da raccontare, che non si può né assolvere né condannare.
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