
L’arbitro ha fischiato. E’ finita anche questa partita durata ben 6 anni, ma la sensazione è che nessuno ne sia uscito davvero vincitore. Né i tanto parodiati sceneggiatori, sbeffeggiati e insultati in tutti i luoghi di discussioni tra fan, né il pubblico più e meno fedele di tutto il mondo, che a giorni di distanza dal triste epilogo cerca ancora di autoconvincersi di una presunta soddisfazione. Come succede fin troppo spesso nell’universo telefilmico, sembra che prima di terminare una serie di successo si debba averne violentato il cadavere.
Ma del resto, la delusione degli aficionados si era già affacciata con la terza stagione, che in realtà era ancora a livelli molto buoni ma stava sterzando verso toni diversi dalle premesse imbastite nelle prime due. Se tutto fosse finito lì, con gli “Altri”, la Dharma e gli orsi polari, probabilmente Lost sarebbe diventato un diamante. Forse, l’unica esperienza televisiva davvero paragonabile a Twin Peaks quanto a presa sul pubblico ed eco mediatica contemporanee. Invece no. Con la quarta stagione è iniziato l’esperimento dei flashforward, che non erano poi così male ma di sicuro non avevano il mordente dei vecchi flashback. E l’ingresso di al

tri “Altri” ha complicato inutilmente le cose, sia da un punto di vista relazionale che di trama. Tuttavia, si poteva ancora chiudere baracca e burattini con dignità. Ma no. Era noto già prima della puntata 4x01 che sarebbero state prodotte tre stagioni finali, più brevi delle precedenti, a conclusione dell’epopea isolana. Quindi il pubblico di allora ben si aspettava che i misteri si sarebbero trascinati fino al nuovo decennio. In qualche modo, la previsione di questa compiutezza ha incoraggiato però la continuità nella visione anche di chi era in procinto di scendere dal carrozzone. Come non dare fiducia ad un progetto che ha il coraggio di autolimitarsi con una scadenza triennale, senza pericolo di proroghe o trascinamenti vitalizi da soap opera?
E lì è scattata la trappola. Sicari spietati, viaggi nel tempo (prima mentali e poi fisici), scienziati pazzi, templi e santo
ni, luoghi e non-luoghi, morti viventi e tanto, tanto fumo nero senza arrosto. Fondamentalmente, fino al terzo anno, a parte alcune trovate allucinanti che potevano ancora trovare giustificazioni razionali, i misteri legati all’isola erano descritti con una sapiente ambiguità che avrebbe tranquillamente ammesso spiegazioni scientifiche (o pseudo tali). Già con la quarta stagione si era accarezzata fortemente la virata fantascientifica ma – come accennato prima – le cose erano ancora recuperabili. Certo, a parte la brutta e sempre più diffusa abitudine di parlare coi morti. Con la quinta, invece, si è dato libero sfogo alle fantasie più nerd degli autori, con periodici viaggi nel tempo e revival degli anni 70 (la golden age della Dharma), congelando però gli aspetti più interessanti legati all’operato dell’oscura compagnia e gran parte dei segreti dell’isola disseminati in precedenza.
Ed infine, ecco l’ultima stagione. La deriva totale verso il misticismo tascabile, il manicheismo sfumato con photoshop, il fatalismo da oroscopo settimanale, lo snaturamento di personaggi amati e ben delineati negli anni. E soprattutto, un filone alternativo che non è né un prima né un dopo, bensì un “ultraverso” (altriverso?) non ben specificato dove i personaggi sembrano vivere un gigantesco what-if legato ad un mondo dove l’isola non è più a galla da tempo immemore. Che a sentirlo così sembra fichissimo, ma dopo il primo episodio diventa presto una noia mortale.
Ma come finisce, alla fine, questo Lost? Non intendo spoilerare nulla, perciò dirò solo questo: Lost non ha un finale “aperto”, come qualcuno si ostina a pensare. Lost, semplicemente, non ha un finale vero. L’episodio 6x16 potrebbe considerarsi un episodio particolarmente riuscito e curato, ma non di certo l’epilogo della serie. E scomodando ancora una volta l’opera di Lynch, la conclusione di Lost non può affatto essere paragonata a quella di Twin Peaks. I misteri lasciati irrisolti nella fortunata saga di JJ Abrams non hanno nulla a che fare con i simbolismi disseminati dal genio lynchiano. E per quanto in entrambi casi si percepisca un retrogusto truffaldino, la smaccata aproblematicità del ciclo finale lostiano, che lascia provocatoriamente in sospeso le dozzine di questioni aperte negli anni optando per una soluzione onirico-cristologica strappalacrime, rasenta l’offesa.
Ma forse il vero problema si trovava a monte. Si è discusso così tanto su Lost che qualunque ipotesi sul possibile finale era già stata teorizzata, in tutte le sue varianti, in tutti i forum (virtuali e non) del mondo. E così la lezione ultima degli sceneggiatori non poteva che prevedere l’esatto opposto di ciò che trepidamente si attendeva: la negazione della fine. La non chiusura del cerchio. Come avrebbe detto il buon Daniel Faraday, l’eliminazione della costante dal cumulo di variabili. Certo, una presa di posizione arrogante e di sicura impopolarità, ma non necessariamente priva di coraggio. O magari, a sua volta, la negazione stessa di un atto di coraggio. Difficile dirlo, a mente ancora calda.

Di quest’avventura, tuttavia, rimarranno molte cose: i tormentoni dei personaggi, le speculazioni fluviali degli (ex)spettatori, le musiche inquietanti, la sigla essenziale, l’introduzione massiccia di dialoghi sottotitolati in un telefilm (trend che verrà adottato e amplificato dal supereroistico Heroes), l’occhio chiuso/aperto, nonchè un’innovazione registica seriale senza precedenti. Ma soprattutto, Lost ha catalizzato un’attenzione morbosa sul binario parallelo della fruizione pirata, che ha superato – non solo da noi – quella prestata dal pubblico della tv in chiaro o satellitare. E ha inoltre movimentato un universo metatestuale immenso in ogni angolo del mondo fra saggi, discussioni, eventi e merchandising delle più svariate ramificazioni.
Il sospetto (più che fondato dati precedenti analoghi) è che il vero mito di Lost cominci ora, con la sua fine. Come se questo polemico epilogo avesse fatto esplodere la “botola” dove i suoi fan erano rinchiusi nella meticolosa ricostruzione di trama e cronologia della serie.
E quale canzone, a concludere questa suggestiva immagine, se non questa?
“I Losties sono morti, viva Lost” (Giuseppe Pastore).
NAMASTE.



