Tutto finisce, sentenzia lo slogan che ancora campeggia sui poster e i siti di tutto il mondo. Ma come diceva un noto cantautore, “non è cosa ma è come: è una questione di stile”. E di stile l’ultimo capitolo dell’avventura potteriana ne ha, questo non è in discussione. Harry Potter e i doni della morte Parte II è cupo, adulto, inquietante almeno come il film che lo ha preceduto pochi mesi fa, con in più l’apprezzabile vantaggio di essere risolutivo sotto tutti i punti di vista. La battaglia finale, che alcuni temevano potesse rivelarsi solo una lungaggine d’azione fine a se stessa, mantiene – anche grazie alla linea tracciata dal romanzo – una componente introspettiva notevole, impedendo così l’effetto fluviale e straniante da epilogo del Signore degli Anelli.
Insomma, si potrebbe desumere che il bilancio finale di questa epopea cinematografica durata quasi dieci anni si chiuda emotivamente in attivo. Ma è davvero così?
Bisognerebbe fare una distinzione a monte e considerare due target differenti. Da una parte coloro che (bambini, adulti o bambini diventati nel frattempo adulti) avevano cominciato a guardare i film senza aver letto i romanzi, i quali si sono trovati indubbiamente nel corso degli anni ad apprezzare film ad alto budget per lo più gradevoli e adatti a tutta la famiglia. Dall’altra i fan del ciclo letterario che, innestata la lettura dei libri in qualche momento della loro fruizione cinematografica, hanno sempre (o quasi) guardato ciascun nuovo film avendo conosciuto ed amato prima il tomo su cui questo erano basato. Ebbene: se per la prima categoria Harry Potter 8 può essere stato una degna conclusione della saga, sospettiamo che gli appartenenti alla seconda siano rimasti quantomeno delusi.
La critica cinematografica ama ripetere il principio, di solito condivisibile, secondo cui è inutile e controproducente mettere a confronto un film con il romanzo originale da cui è tratto. Sarebbe come, in qualche modo, sottrarre due grandezze non scalari. E’ comprensibile che i meccanismi dietro alla produzione ed alla regia di un film non siano le stesse che sottendono la scrittura e la pubblicazione di un libro: diversi sono gli intenti, il pubblico, le cause e gli effetti. Nel caso di Harry Potter, tuttavia, cimentarsi in una trasposizione seriale di tale grandiosità senza porsi il problema di dover accontentare i milioni di fan dei romanzi sarebbe stata un’operazione suicida infelice e miope. E infatti, in linea di massima, i registi dei film del maghetto si sono sempre basati abbastanza fedelmente sul materiale originale, secondo precise disposizioni di produzione e con frequenti consulenze della stessa autrice J.K.Rowling. Tuttavia, i nodi intrecciatisi nell’arco di questi due lustri sono venuti tutti al pettine nello strattone finale. La sensazione che i fan hanno avuto e’ stata quella di uno strattone doloroso che ha strappato via una porzione di verità, o per lo meno qualche pezzo del puzzle, lasciando intorno l’ombra di un non sequitur logico ed affettivo.
Che ne è stato delle debolezze adolescenziali (e del senso di colpa senile) del Silente arrogante e nazisteggiante così ben tratteggiato nel romanzo? Dov’e’ finita la complessa ambiguità del Piton combattuto tra odio e amore, lealtà e cattiveria? Che ne hanno fatto della frustrazione dell’Harry confuso, tentato al potere oscuro da un senso di disamore e manipolazione crescenti? Tutto ciò che nell’ultimo libro viene analizzato, spiegato, affrontato e – perché no – politicizzato con maestria autoriale, sul grande schermo sembra essersi diluito, annacquato, colorato e digitalizzato in favore di una chiusa che possa apparire conciliante e conclusiva senza però alcun retrogusto amaro. Senza quelle ombre di dubbio etico-morali che le vicende cartacee avevano voluto trasmettere. Senza più alcun prurito alla cicatrice. Proprio come Harry nelle sue ultime righe di vita.
Però un grande merito questo film ce l’ha. Il peso, leggermente maggiore, che ha voluto concedere a Neville. Quanto sarebbe stato bello se, in preda a delirio creativo, gli sceneggiatori avessero pesantemente deragliato dal binario e avessero optato per un finale paciockiano, in cui l’imbranato amico di Harry & Co si fosse rivelato il vero risolutore della battaglia finale. Del resto, qualche appiglio storiografico (peraltro offerto anche dai romanzi) per giustificare una svolta simile esisteva gia’.
Peccato. Ricorderemo questa lunga epopea per i volti, la simpatia o il carisma di quasi tutti i personaggi tranne che – ironia della sorte – quelli dell’occhialuto protagonista incarnato da Daniel Radcliffe, l’unico fra gli attori ad essere sembrato perennemente ancora “in prova”, poco convinto e ancor meno convincente.
Per lui, e solo per lui, auguriamo a tutti gli orfani potteriani un lungo e persistente oblivion.




