Fervida attesa per gli amanti di Robert Downey Jr e i Marvel fan tutti per l’imminente uscita di Iron Man 2, in sala dal prossimo venerdì. Il bravissimo avatar attoriale del cartaceo Tony Stark si cimenterà nel primo sequel della sua carriera, indossando ancora una volta armatura e casco in lega metallica per svariati motivi, fra i quali anche salvare il mondo. E si apre a questo proposito una riflessione ben precisa sui recenti film tratti da fumetti. O meglio, su quello che potrebbe essere considerato un vizio logico alla base di questa nuova ondata di trasposizioni. Ma procediamo con ordine.
Come forse molti già sanno, nei fumetti Marvel come in quelli DC, personaggi di testate diverse spesso si incontrano, si scontrano, si parlano, si amano e - soprattutto – sono pressoché vicini di casa. Nei film degli ultimi anni ispirati ai supereroi, invece, evidentemente l’universo di riferimento non è quasi mai condiviso. Visto che siamo partiti da Tony Stark, concentriamoci sull’universo Marvel e sui film (numerosi) ispirati alle creature della celeberrima Casa delle idee. Tralasciamo i casi di sequel (Spiderman e X-men), reboot (il recente The incredibile Hulk con Edward Norton) e spin-off dedicati (Elektra dopo Daredevil, o il capitolo su Wolverine dopo la trilogia di X-men). Non è l’aspetto del crossover che ci interessa, ovvero quello che prevede collaborazioni (o lotte) fra supereroi in vista di improbabili minacce comuni. Del resto, questo è il trend che pare aver abbracciato la Marvel cinematografica per i suoi progetti futuri: dopo il cameo di Tony Stark nell’ultimo Hulk, è anche previsto un film su I vendicatori diretto da Joss Whedon (Buffy, Angel) con co-protagonista lo stesso Nick Fury di Samuel L. Jackson presente nei primi due Iron Man.
Ciò su cui si vorrebbe riflettere in questa sede è un altro fattore: la Storia. Non la trama del film; la storia intesa come il passato, lo status quo nel quale il nuovo eroe si inserisce. L’universo in cui la sua origine viene generata.
Quando uscì il fumetto di Daredevil, già da un paio d'anni c'era Spiderman a svolazzare fra i grattacieli della Grande Mela. E quando il giovane Parker risolveva i suoi primi dilemmi etici, era la Torcia Umana dei Fantastici 4 l'amico mentore - nonchè eroe già affermato - cui rivolgersi. Stessa cosa vale per gli X-Men, che hanno seguito la comparsa di alcuni colleghi e preceduto quella di altri. E così via
Come detto in precedenza, tale aspetto non riguarda solo le possibilità di interazione fra superamici. Il vizio cui si accennava prima è legato ad un aspetto più comunicativo, senz’altro delicato e a suo modo intrigante: la “preparazione” dell'opinione pubblica alla comparsa - o rivelazione - di un (nuovo) supereroe. Insomma: è verosimile pensare che dopo lo stupore delle prime volte, la scoperta di nuovi soggetti con poteri e costumi singolari provochi reazioni via via più moderate, quando l’universo di riferimento è il medesimo.
Ancora. Molto dipende anche dal contesto storico in cui la suddetta comparsa - o rivelazione - dei singoli eroi si palesa. o stupore ingenuo dei travagliati anni ‘40, il clima rivoluzionario dei favolosi ‘60, il complottismo paranoico negli anni 80, il bombardamento mediatico dei ‘90, la capillarità informativa trasversale del decennio successivo, e chi più ne ha più ne metta. Senza dimenticare l'utilità marginale sempre minore – e lo scetticismo sempre maggiore - che la gente dovrebbe avvertire ad ogni new entry in costume.
E’ di questo che erano stati testimoni intere generazioni di lettori con il progressivo affacciarsi di nuovi eroi e collane a fumetti.
Vedere invece negli ultimi anni al cinema la nascita di nuovi supereroi diversi in pellicole diverse in un universo ogni volta quasi resettato (e per lo più contemporaneo) ha di certo mortificato questa componente. In effetti, la parte legata alla contingenza storica sarebbe stata impossibile da rendere per ovvi motivi. Però almeno trattare questo universo di riferimento cinematografico, per quanto giovane, come uno sfondo comune a tutti i supereroi, forse si poteva tentare di farlo fin dall’inizio. Ma non per amore sfegatato della continuity o per rendere il prodotto più specifico e meno universale: sarebbe un suicidio commerciale e di marketing. Tutt'altro. Per rendere coerente i nuovi film anche con la percezione reale del pubblico.
Ormai sono diversi anni che girano film sui supereroi, soprattutto Marvel. Quindi è ragionevole pensare che anche agli spettatori sembri un po' trita l'idea di vedere, nei nuovi film, il solito prevedibile carosello di reazioni stupite, di campagne mediatiche e di altre meccaniche legate alla comparsa dei nuovi beniamini del caso. Il che, tra parentesi, toglie anche gran parte del tempo che potrebbe essere dedicato alla formazione del personaggio (almeno nei primi capitoli dove le “origini” si risucchiano notoriamente quasi tutta la pellicola) a tutto vantaggio della sfruttabilità piena delle due ore circa di durata, per imbastire una storia davvero completa e che non sia solo una specie di mega introduzione. Ma logicamente ci saranno state ragioni commerciali complesse ben superiori alle velleità filologiche degli appassionati: la necessità di non creare legami o rimandi troppo stretti tra film differenti in tempi non sospetti; l’impossibilità di una programmazione organica e iniziale dei film Marvel in cantiere negli anni successivi; l’idea che il pubblico dei film marvelliani, ben più ampio e generalista di quello dei fumetti, non sarebbe stato lo stesso per le varie produzioni e non si sarebbe verosimilmente lamentato di effetti deja vu o cimentato in sterili quisquilie sociodinamiche.
Forse, a ben pensarci, è anche per questo che due fra i film più riusciti ispirati ai supereroi rimangono, ad oggi, il Batman di Burton e il recente Watchmen di Zack Snyder, entrambi stappati alla contemporaneità e fiondati in un'epoca passata (ma non troppo), capace di restituire un reale senso di estraniamento e di meraviglia mediatica. Che è cosa ben diversa dal frastornamento di effetti speciali e casting stellari.




