Alzi la mano chi, prima dell’ultimo festival di Cannes, sapeva chi fossero Michel Hazanavicius, Jean Dujardin e Berenice Bejo? Nomi per lo più sconosciuti ai più eccetto a chi non fosse un vero appassionato del cinema francese attuale. Non è strano, dunque, che negli articoli precedenti la kermesse francese, tra gli elenchi dei film più attesi, non si facesse alcuna menzione di questo The Artist se non per citarlo in quanto film muto e quindi come esperimento stravagante. Eppure il film è riuscito a conquistare la giuria capeggiata da Robert De Niro permettendo al suo protagonista di sbaragliare una concorrenza agguerritissima formata, tra gli altri, da Sean Penn, Michel Piccoli e Ryan Gosling e ad accaparrarsi il premio per la migliore interpretazione maschile. Senza parlare degli enormi consensi di critica, specie americana, che hanno gridato subito al capolavoro. Ma andiamo con ordine.
Tutto inizia quando il regista francese Michel Hazanavicius, dopo aver portato al cinema le avventure dell’agente segreto OSS 117 con due film smaccatamente pastiche, decide di osare di più e girare un film unico nel suo genere. Appassionato del cinema hollywoodiano degli anni del muto ( non a caso fa spesso i nomi di Murnau, Lang e Lubitsch), il regista decide di riprenderne lo stile e realizzare un omaggio a quel periodo. Dopo aver scritto la sceneggiatura, aver trovato incredibilmente i fondi necessari per girare ( e qui non si può che fare un grande plauso ai produttori per il coraggio dimostrato) Hazanavicius riesce ad imbarcare in questa assurda impresa i suoi due attori feticcio (già apparsi nelle sue opere precedenti): Berenice Bejo e Jean Dujardin. Se deve essere stato abbastanza facile convincere la bellissima attrice franco-argentina, che del regista è la moglie, deve essere stato un grande atto di fede quello compiuto da Dujardin. Scelto per le sue qualità istrioniche e per quella “recitazione alla Vittorio Gassmann”(parole del regista) l’attore francese è in qualche modo un astro nascente del cinema europeo avendo vestito i panni del personaggio cult Lucky Luke e per essere stato protagonista di film in cui non disdegna mai di duettare con attori italiani (suoi compagni di set sono stati Valeria Golino, Claudia Cardinale e Toni Servillo). Il film dunque viene finito e agli occhi di chi lo guarda appare subito un’opera ambivalente. Da un lato non si può non rimanere a bocca aperta di fronte all’ambizione di questa operazione.
Oltre ad una qualità tecnica incredibile, con una fotografia in bianco e nero che è una gioia per gli occhi, la pellicola ricalca tutte le caratteristiche di un film muto degli anni Venti. Non solo nell’uso della musica, dei dialoghi scritti e della recitazione degli attori, ma soprattutto nel riproporre lo spirito di quel cinema. Inoltre il regista non smette mai di portare avanti, con una coerenza encomiabile, la sua riflessione divertita sul rapporto tra suoni, rumori e silenzio riempiendo la pellicola di tantissimi riferimenti più o meno diretti (la scena dell’incubo è solo il momento in cui questi vengono fuori in modo evidente). Dall’altro la scelta di realizzare una pellicola cosi “tematica” ed estrema ha come rovescio della medaglia quello di disinteressarsi della storia, che sfiora la banalità con un finale dotato di potenza estetica ma debole sul piano narrativo. Molti potrebbero obiettare che è cosi perché questa è semplicemente una favola sul cinema. A questa obiezione si può rispondere dicendo che troppo sperimentalismo ( e anche i suoi cento minuti di durata) renda questa pellicola fragile sul versante emotivo e sia un abbagliante calamita per i cinefili più radical chic, come inducono a pensare la recitazione estrema dei due, bravissimi, attori e uno spazio forse eccessivo riservato al cagnolino co-protagonista.
Nonostante queste contraddizioni il film ha riscosso un enorme successo, riuscendo a stregare la critica statunitense. Mentre agli Efa il film è stato snobbato a scapito dell’accoppiata danese Von Trier-Blier, negli Usa gli hanno steso i tappeti rossi. Spinto dalla macchina da guerra del botteghino dei fratelli Weinstein, che di Oscar se ne intendono, The Artist sta seriamente rischiando di essere Il discorso del re del 2012. Facendo leva sul bisogno di classicismo e sull’esterofilia dei critici americani il film, nella strada che porterà al Kodak Theatre sta sbancando: menzionata in tutte le previsioni di nomination la pellicola, ad oggi, è stata considerata la miglior pellicola del 2011 dai premi della critica delle città di New York, Boston e Washington e presumibilmente ha grandi chance di confermarsi a Detroit, Houston e San Diego. Questo tipo di premi non ha molto peso poi in sede di Academy (diverso discorso va fatto invece per i Golden Globe), ma è un ottimo termometro per capire quanto la stampa specializzata americana (che su Rotten Tomatoes dà al film un clamoroso 95 per cento di gradimento) se ne sia innamorata follemente. Per scoprire se quella di The Artist sarà “vera gloria” tocca aspettare la notte degli Oscar quando la pellicola non vestirà certo i panni dell’outsider.




