Lunedì, 10 Ottobre 2011 21:54

Doppio Addio: breve ricordo di Sergio Bonelli e Steve Jobs

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Si sono spenti a pochi giorni l’uno dall’altro ma a migliaia di chilometri di distanza. E sebbene non fossero mestieranti della settima arte, i due artisti hanno creato un vuoto anche tra i cinefili

Il mondo del cinema è costantemente colpito dai lutti. Attori, registi, comparse, sceneggiatori, addetti alla fotografia o al montaggio, doppiatori: moltissime sono le categorie legate alla settima arte, e tanti i paesi che hanno dato natali e funerali ai suoi professionisti più e meno noti. La risonanza maggiore è appannaggio delle dipartite più celebri, mentre la scomparsa dei nomi minori è relegata per lo più a trafiletti di riviste o siti di settore. Ma ci sono anche casi in cui la morte di un artista riesce ad avere un riverbero mediatico ed emotivo così forte da investire trasversalmente tutti i media, compresi quelli che non hanno beneficiato direttamente della loro opera. Di recente, questo è successo con l’addio a Sergio Bonelli e a Steve Jobs. Due personalità agli antipodi, vissute a migliaia di chilometri di distanza, in lingue, contesti ed impegni diversissimi.

Il primo, fondatore della Sergio Bonelli Editore - scomparso lo scorso 26 settembre - è stato un punto di riferimento indiscutibile per il mercato del fumetto italiano. Il suo impegno editoriale ha portato al successo serie come Tex, Zagor, Mister No (ormai conclusa) e, in tempi più “recenti”, fenomeni innovativi come Dylan Dog, Nathan Never, Julia e molte altre collane e miniserie destinate a soddisfare le esigenze di un pubblico sempre più eterogeneo. Erede artistico e nominale diGian Luigi Bonelli, Sergio amava anche cimentarsi nella sceneggiatura dei suoi fumetti con lo pseudonimo di Guido Nolitta (scelta dettata dalla volontà di allontanare dal proprio lavoro la notorietà del nome paterno). La sua casa editrice ha imposto il formato dell’albo a fumetti tradizionale (chiamato appunto “bonellide”), che ora caratterizza quasi tutte le testate da edicola. E per quanto le sue serie siano sempre state accusate di essere immobili e reiterative, i personaggi di casa Bonelli sono una presenza costante del panorama nostrano da oltre 50 anni ed hanno davvero rivoluzionato la fruizione del fumetto nel nostro paese, rendendola regolare ed estendendola a più generazioni. L’incursione dell’opera di Sergio Bonelli nel cinema in senso stretto è marginale. Nel 1985 fu tratto, dalla serie ammiraglia della sua casa editrice, il western tutto italiano di Duccio Tessari dal titolo Tex e il signore degli abissi. Il fumetto dell’indagatore dell’incubo invece, prima del recente (e imbarazzante) Dylan Dog – Il film di Kevin Munroe, aveva ispirato l’adattamento italiano di Michele Soavi Dellamorte Dellamore (che in realtà trasponeva il romanzo omonimo di Tiziano Sclavi piuttosto che le avventure della sua creatura cartacea). Ma altri personaggi bonelliani sono stati adocchiati, nel tempo, da registi o sceneggiatori italiani e non, e si spera che in futuro almeno qualcuno di questi progetti possa andare in porto.

Steve Jobs, invece, spentosi il 5 ottobre, apparteneva ad un mondo legato più ai media che all’arte. Informatico geniale ed innovativo, è stato il padre fondatore (sebbene non unico) della Apple Inc, l’azienda con il logo della mela, rivale per eccellenza della Microsoft di Bill Gates. Il suo rapporto con il ricchissimo collega è stato sempre sintetizzato nel contrasto tra i rispettivi sistemi operativi di punta: il costoso ma affidabile Macintosh contro il diffuso ma fastidioso Windows. Sulla gioventù e sulla collaborazione di Jobs Gates, anni fa Martyn Burke diresse un ottimo tv movie dal titolo I pirati di Silicon Valley (che richiama la culla dell’industria informatica situata nella la parte meridionale della San Francisco Bay Area). Nel film, la figura di Steve Jobs sembrava uscire quasi a testa alta rispetto a quella di Bill Gates, che invece appariva più un cinico calcolatore e ladro di idee. Inoltre Jobs – non dimentichiamolo - è stato proprietario della Pixar dal 1986 fino all’acquisto della Disney, fatto che ha contribuito a rendere gli studios della lampada la più importante fabbrica di meraviglie in 3D che il cinema di animazione abbia mai conosciuto.

Due nomi molto lontani, quindi, accostati arditamente solo ora - nella triste occasione della loro morte – forse solo da una platea italica. Un doppio peccato.

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