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U2 3D - Recensione
Per 90 minuti sul palco assieme a Bono e The Edge. In attesa che parta il nuovo tour e che il leader degli U2 si riprenda dall'intervento alla schiena, la band irlandese arriva al cinema e lo fa in 3D. E' uscito, ieri, nelle sale italiane, U2 3D, un documentario musicale, un film in 3D, il live di un concerto e tanto altro ancora. Una pellicola realizzata per festeggiare i 50 anni di Bono, portata già al cinema nel 2007 e presentata al festival di Cannes e al Sundance Film Festival. Le riprese sono tratte dal tour Vertigo, girate in Sud America a fine tour 2006. Con l'aggiunta della tecnologia di ultima generazione (la 3ality Digital, ha ideato un sistema per le riprese dal vivo), musica e immagini rendono la perfomance di Bono e company unica e memorabile. L'esperimento vuole immergere completamente gli spettatori all'interno del concerto e ci riesce. La sensazione è di saltare e cantare a squarciagola assieme al pubblico di Buenos Aires, di assistere al concerto direttamente dal palco con un audio perfetto, grazie al suono surround multi-canale. Peccato non potersi alzare in piedi, saltare e cantare, perché la voglia tra le note di “Beautiful Day” e “One”, è davvero tanta. Il film, che a Dublino ha letteralmente sbancato, superando ogni record del box-office irlandese con la più alta media di spettatori, vanta, come regista d’eccezione, la direttrice artistica degli U2, Catherine Owens assieme a Mark Pellington con il supporto di National Geographic Cinema.
Si tratta della seconda prova cinematografica della band irlandese sul grande schermo, La prima risale al 1988 con lo storico "rockumentary" Rattle and Hum, che seguiva il tour, sul palco e dietro le quinte, attraverso gli Usa.
L'incontro tra alta tecnologia cinematografica e musica, dunque, con gli U2 è perfettamente riuscito. Non solo perché la band irlandese riesce a coinvolgere un pubblico estremamente vasto e variegato, ma anche perché, chiunque abbia avuto la fortuna di assistere a un loro live, sa che Bono e soci riescono a coinvolgere e "rapire" in maniera assolutamente dinamica e visivamente eccezionale.
Se Bono è arrivato a 50, dunque, gli U2 non invecchiano mai, la loro musica regala sempre indescrivibili emozioni a metà tra ricordi e nuove passioni. E la stessa band non può rinunciare alla tecnologia così come chi ama il rock non può fare a meno della loro musica.



Che Quentin Tarantino sia innamorato del cinema di genere degli anni '70 è un fatto noto. A partire dall'utilizzo di certi attori cult di quei tempi come Pam Grier in Jackie Brown, David Carradine nei due Kill Bill e John Travolta, resuscitato da Pulp Fiction dopo un decennio di delusioni, e passando per i combattimenti di Uma Thurman che ricordano esplicitamente l'action di Bruce Lee, ogni opera del regista è una dichiarazione d'amore nei confronti di un certo modo di fare film ormai morto. E questo amore raggiunge il culmine con la realizzazione del film Grindhouse, girato a quattro mani con l'amico Robert Rodriguez. Il lungometraggio, portato sugli schermi nel 2007, è nato con l'intento di celebrare quei film poveri e grezzi che negli anni 70 venivano proiettati in coppia. Lo stesso termine Grindhouse sta ad indicare un vero e proprio genere che prese piede in America per poco meno di un decennio e che offriva due film al prezzo di uno. 
Voglio scrivere contro Tarantino. So che è contro la moda, so di poter divenire facile bersaglio di pubblico ludibrio, ma ho i miei motivi. Dopotutto la critica è tale solo quando lascia spazio al contraddittorio ed all’esercizio dialettico. Sono da sempre stato contrario alle agiografie, agli incensamenti, soprattutto se rivolti a soggetti che ancora devono dire, dimostrare e dare a qualcuno. Questo è il caso di un regista (o autore letterario, o musicista) che è in piena attività. Porre sull’altare un soggetto che ha possibilità di errori è, secondo me, un errore. Tanto più se parliamo di Tarantino che, sempre per il mio modesto parere, di errori ne ha fatti. Ed oltre ad aver preso delle cantonate e ad esser stato sopravvalutato, ancora deve dimostrare moltissimo. Il ragionamento può filare solo se preso dall’inizio. Con le Iene il nostro firma un esordio, a mio dire, eccellente. Film ritmatissimo, senza pause, con una tensione ben costruita e dei dialoghi fantastici. Talmente riuscita quest’opera, che riprende il canovaccio in pulp Fiction, firmando un’altra ottima opera. Niente di nuovo però (al contrario di quanto disse e dice certa critica): la scomposizione dei piani temporali della narrazione, i flashback e forward continui, sono elementi presenti da tempo assai indietro nella storia del cinema; basti pensare a Kurosawa o a De Palma. Ottima, se lasciata nel contesto dell’opera, fu l’idea di centrare il discorso filmico su un’estetica totalmente bistratta dal cinema di serie A, il cosiddetto “pulp”, il grezzo, la serie B, C….Z. Ma è con Pulp Fiction che, sempre secondo la mia idea, ha inizio un vero e proprio cataclisma critico e cinematografico. Non è un discorso elitario o snobistico, ma il ritorno in auge (smodato ritorno, una tempesta…) del cinema da saletta di provincia, del cinema di genere (il più delle volte scadente), ha generato dei veri e propri mostri. Una nuova critica, che ritiene che per parlare di cinema si debba obbligatoriamente fare il percorso di Tarantino (tanta serie B, commedie all’italiana, poliziotteschi, film d’arti marziali, horror inverosimili), potendo tralasciare i capolavori, il cinema d’autore, il muto, i maestri. Il percorso di Quentin non è obbligatoriamente errato, ma è dotato di una sua unicità carica di sperimentazione, non replicabile. Ora sfido chiunque a dirmi che per parlare di cinema si debbano conoscere Castellari e la Bouchet, e si possono tralasciare Griffith e Capra. Certo, i film di questi non saranno colmi di sangue clamorosamente finto, di tette e culi, di battute grevi, di violenza verbale e fisica, ma il cinema di concezione tarantiniana è quanto di più monotono possa esistere, arrivati a questo punto. Monotono, sì. Si pensi alla squallida operazione Grindhouse (frutto, a mio parere, di un buco di ideazione clamoroso e di una bella cavalcata d’onda), al poco riuscito Kill Bill 8che riprende, come in grindhouse ed in parte Pulp Fiction, stilemi in maniera pedissequa per poi indorarli con un’estetica sgargiante, che fa venire l’acquolina in bocca al pubblico che esige revival, che vuole lo sdoganamento delle sue passioni più becere e mai mostrate poiché giudicate “ignoranti”, “basse”, “non di cultura”). Forse sto riprendendo il discorso che Truffaut fece sulla critica (quello in cui dice che al suo tempo ci si credeva critici senza mai aver sentito nominare Dreyer), ma oggi è più che mai attuale. Una cosa poi, non la potrò mai perdonare a Trantino e seguaci: l’utilizzo della persona come brand. E’andato di moda, per un periodo, apporre a dei film il suo nome: “prodotto da”, “consigliato da”, “visto da”, “il regista di questo film ha un poster di Tarantino in cameretta”. Le mode, si sa, sono passeggere, così come la creatività, ed eccolo, a dirigere un episodio di una serie tv, o a fare remake. Non giudico però “Inglorious Basterds”, al momento ancora non l’ho visto. La mia aspettativa è comunque bassa, e credo che rafforzerà le mie opinioni sopra espresse. Spero di essere smentito, di rimanere sorpreso. Ma non credo. Non posso rimanere sorpreso da un regista che ancora ci deve dire tutto. Da un regista che non ha ancora fissato il punto di svolta della sua produzione, che ancora non si cimenta con un genere diverso da quello che ha sempre fatto, il dramma ironico/grottesco intriso di humor e sangue. Un genio è obbligatoriamente (e lo dico forte) poliedrico, politropo come Ulisse, dalle molte forme dell’ingegno; e caro Quentin, fin qui di poliedrico ho visto solo la tua grande, spudorata furbizia.
Forse Quentin Tarantino è il Marcel Duchamp del cinema. È certo che il regista americano ami contaminare il mondo del cinema con i linguaggi di altre culture, da quelle visive a quelle letterarie e musicali così che le sue pellicole risultano irreali, poggiando invece su elementi reali, quotidiani. Ecco il suo ready- made e Pulp Fiction ne è sicuramente l’esempio per eccellenza. Tarantino, infatti, assorbe alcuni elementi televisivi della sit-com, dei fumetti, dei gangster movie, del cinema detto di serie B, della musica rock e pop e dalle pulp novels, che erano riviste di racconti stampati su carta di pessima qualità che simboleggiava anche il basso contenuto letterario di queste novelle che spaziavano dal poliziesco al western, dalla guerra alla fantascienza e Tarantino si abbevera della cultura della Pop Art. Il suo cinema è l’espressione massima della cultura popolare americana.
Sullo sfondo della guerra di secessione americana, tre fuorilegge dal grilletto velocissimo sono sulle tracce di un tesoro di 200 mila dollari sepolto da un soldato confederato accanto a una tomba nel cimitero di Sad Hill. Tutti e tre sanno qualcosa ma non abbastanza per sbrigarsela da soli, e sono costretti loro malgrado a collaborare a vicenda.