Festival di Roma, Muller in pole per la direzione

Alla guida dell’edizione 2010 del Festival di Roma potrebbe arrivare Marco Müller, che ricoprirebbe anche l'incarico di presidente della Fondazione Cinema per Roma (ora affidati a Gian Luigi Rondi e Piera Detassis): la notizia è stata pubblicata dal quotidiano Repubblica, secondo cui il direttore della Mostra di Venezia sarebbe stato contattato direttamente dal sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, e dal governatore della Regione Lazio, Renata Polverini, che non ha mai fatto mistero di voler accorpare il Festival del Cinema al Roma Fiction Fest, sostenuta finanziariamente proprio dalla Regione

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Il regista del mito

Il cinema dev'essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole.
E per me lo spettacolo più bello è quello del mito.
Sergio Leone

Sergio Leone è uno dei più grandi autori del cinema mondiale. Non è una leggenda che va’ rispolverata al momento della celebrazione perché non ha bisogno d’essere indorato in un bagno d’ovazioni e di rumorosi osanna: è inscritto nella storia dello spaghetti western, rigenerazione del più classico western, apprezzato non solo in Italia.
La sua opera rivive, ma mai potremmo parlare di un riciclo irrispettoso, in un meccanismo di citazioni e contaminazioni disseminate nel grande cinema internazionale – da Kubrick a Tarantino - che a partire dagli anni ’70 ne ha fatto inestimabile tesoro.
Da un esordio variopinto (legato al genere dello sword and sandals – che non parodizza il cappa e spada nipponico cui pure più tardi richiamerà nella sua cinematografia), Leone è penetrato nel cinema e, con sole sette opere, d’indiscusso successo e di apprezzato valore artistico, ha saputo fondere nel classico film americano, che cantava il mito degli Americani eroici e virtuosi, pivot della tradizione cinematografica italiana: un realismo che insabbiava i fondali desertici, una negatività che oscurava gli eroi spesso al limite degli antieroi stessi, uno stile registico originale dal forte impatto visivo, un accompagnamento musicale incalzante e inconfondibile.
Un autore forse oggi poco apprezzato dagli addetti ai lavori e dai cinefili erranti cui abbiamo voluto rendere doverosissimo omaggio a vent’anni dalla scomparsa, a vent’anni dal passaggio dall’uomo al mito, che a lui piaceva nominare e di cui era già inconsapevole veicolo.
Leone “c’era una volta”, Leone c’è un’altra volta. Ancora.
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Per un pugno di dollari

Le ragioni per cui “Per un pugno di dollari” (1964), capolavoro di Sergio Leone, è entrato nel mito, sono svariate. Innanzitutto esso rappresenta un' opera pionieristica ed insuperabile dello Spaghetti Western, film cardine e modello per decine di registi che si cimentarono nel genere negli anni a venire; la consacrazione di un attore che si rivelerà poi uno dei grandissimi della storia del cinema mondiale, il texano dagli occhi di ghiaccio, Clint Eastwood; quindi la colonna sonora, piena zeppa di pezzi indimenticabili e magistrali, composti dal maestro Ennio Morricone (indimenticabile il fischio del maestro Alessandroni...).

La storia del film è conosciutissima, con le avventure del pistolero solitario Eastwood impegnato nella lotta fra le due famiglie della cittadina di San Miguel, il suo doppiogiochismo, lo scontro con Ramon – Volontè. E' il caso, forse, di soffermarsi sull'estetica del film e sulle ispirazioni di Leone.

Siamo di fronte ad un western di una violenza inusitata per l'epoca; scontri cruenti, diretti, stragi, torture. Leone aveva intrapreso una strada che lo porterà alla rifondazione del genere western, stravolgendo così tutti i suoi archetipi (operazione che è accostabile, con i dovuti distinguo, a “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah, e quindi all'inizio del western crepuscolare, alla fine del mito della frontiera e dell'etica/epica western), creando una sorta di iperrealismo western, carico di ironia (e quanto vada di moda oggi il termine iperrealismo, ogni tarantiniano lo sa...). Il genere prenderà un ulteriore piega dopo il 68, divenendo spesso un vero e proprio genere politico.

Dunque un'estetica innovativa per l'epoca, almeno per quanto riguardava questo genere; nell'innovazione, però, si nasconde un particolare non certo trascurabile: il film di leone è un calco pressochè fedele di un capolavoro di Akira Kurosawa, “Yojimbo” (La sfida del samurai) del 1961. Vi fu una lunga causa fra le due case produttrici (poiché non erano stati acquisiti i diritti per il film di Leone), che si concluse con un compromesso che permetteva alla Toho (casa produttrice di Kurosawa) di avere una percentuale sui diritti di vendita nei paesi orientali (dopo un curioso cavillo legale della Jolly, casa produttrice di Leone, che asseriva che Kurosawa aveva a sua volta copiato la figura dell'eroe doppiogiochista addirittura dall' Arlecchino goldoniano...).

Problemi produttivi sicuramente dimenticabili, però, avendo visto il risultato finale dell'opera. Un'opera magniloquente, fondamentale, che, come detto sopra, fonda un genere (lo Spaghetti), e ne rifonda un altro (il Western), ormai vecchio ed esaurito. Un'operazione cardinale nella storia del cinema, che ridarà vita per anni ad una delle correnti più battute dai grandi registi del passato e che, dopo l'ultimo, crepuscolare Ford, si temeva non avesse più nulla da dire.

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Il buono, il brutto, il cattivo

Sullo sfondo della guerra di secessione americana, tre fuorilegge dal grilletto velocissimo sono sulle tracce di un tesoro di 200 mila dollari sepolto da un soldato confederato accanto a una tomba nel cimitero di Sad Hill. Tutti e tre sanno qualcosa ma non abbastanza per sbrigarsela da soli, e sono costretti loro malgrado a collaborare a vicenda.
Capitolo conclusivo e punto più alto della leoniana “trilogia del dollaro”: scandito dall’insistente motivo del numero 3 (tre i personaggi, tre le volte che Tuco viene appeso alla forca e tre le volte che il Biondo gli salva la vita sparando alla corda) e attraversato dalla Storia per la prima volta in Leone. I luoghi comuni del western tradizionale vengono qui ulteriormente ridicolizzati fino a svuotarli di ogni senso (i soldati, l’onore, l’amicizia, le divise) con una messa in scena volutamente dilatata e distorta fino alle estreme conseguenze (l’infinito “triello” conclusivo, dominato da un gioco di mani, di sguardi e di silenzi, è trionfo del cinema e basta); contano solo i dollari, le alleanze tra i personaggi sono tutt’altro che disinteressate. Viscerale esempio di arte per l’arte, senza nessun significato nascosto che superi il puro piacere della visione; tra celebri sentenze (”Dormirò tranquillo perché so che il mio peggior nemico veglia su di me”) e sequenze di portata viscontiana (la guerra), i tre protagonisti sono indistruttibili supereroi western e ogni scena è soltanto mattonella di un percorso che li porterà, inevitabilmente, allo Scontro Finale. Adorato un po’ dappertutto con trasporto spesso superiore a quello di noi italiani, è cult specialmente in America dove ormai da anni campeggia nella top 10 IMDB sui più grandi film di tutti i tempi (attualmente è quinto, ma è stato anche al primo posto). Memorabile battuta finale.
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C'era una volta in America

1968: il vecchio Noodles torna a New York 35 anni dopo esservi scappato, portando con sé il rimorso di essere responsabile della morte dei suoi tre fraterni amici Max, Cockeye e Patsy. Inizia per lui un viaggio nel passato che si concluderà in modo inaspettato.
Ultimo film di Sergio Leone (1929-1989); personalmente, il miglior film di tutti i tempi. Vero e proprio romanzo, Bildungsroman al contrario. La vecchiaia di Noodles fa crollare le sue amare certezze come un castello di carte, facendo di lui il più grande antieroe della storia del cinema: mediocre, vigliacco, fors’anche stupido, ma magnificamente degno di fronte allo schiaffo bruciante che il tempo gli infligge. Film omni-comprensivo: si narrano i massimi sistemi quasi senza parlarne, ma semplicemente evocandoli con le musiche immortali di Morricone (e il flauto di Pan di Gheorghe Zamfir) e la poetica leoniana degli sguardi che qui arriva alla massima espressione. L’amicizia prima infantile e poi adulta, il primo amore, i soldi, il coraggio, la vecchiaia, la disillusione, la morte. In un giro dell’anima lungo oltre duecento minuti, tortuoso e labirintico come nel miglior Borges, Leone trova anche il tempo e lo spazio per impartire una personale lezione sul mito Usa – che, com’è ovvio, riesce benissimo agli stranieri d’America. C’era una volta, infatti: come nelle fiabe i protagonisti sono bambini anche quando hanno trent’anni, con i loro incontrollabili peccati capitali. Per svolgere il suo (involontario) testamento Leone ci mise tredici anni: tempo ben speso. Qualcuno l’ha accusato di essere maschilista e misogino; ma le scene più belle sono proprio quelle d’amore, quando Noodles porta Deborah nel ristorante vuoto, con l’orchestra che suona “Amapola”, poi si sdraia accanto a lei e le dice: “Per non impazzire non dovevi pensare che fuori c’era il mondo. Proprio dimenticarlo. Eppure, sai, gli anni passavano, sembrava che volassero. Strano ma è così quando non fai niente. Ma due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominic, quando prima di morire mi disse “Sono inciampato”… e l’altra eri tu… tu che mi leggevi il Cantico dei Cantici. Ricordi? “Oh, figlia di principe quanto son belli i tuoi piedi nei sandali…” Sai che leggevo la Bibbia tutte le sere?…E tutte le sere pensavo a te. “Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino, il tuo ventre è un mucchio di grano circondato da gigli, le tue mammelle sono grappoli d’uva, il tuo respiro ha il dolce sapore delle mele.” Nessuno t’amerà mai come ti ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te… e mi dicevo Deborah esiste, è là fuori…e con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me?”.
Tutti dovrebbero vederlo almeno tre volte: a 20, a 40, a 60 anni.
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C'era una volta il West

A Sweetwater, dove sta per arrivare il treno, approda una donna di New Orleans pensando di trovarvi il fresco marito e i suoi tre figli: li trova che sono tutti morti, uccisi dal sicario di un magnate delle ferrovie.
Dopo l’acclamata trilogia del dollaro, che l’aveva reso noto in tutto il mondo, Sergio Leone alzò decisamente il tiro nel 1968 con questo western crepuscolare dalle dichiarate ambizioni di kolossal per la durata (2h45’), l’ambientazione (la Monument Valley di John Ford), la complessità della vicenda (quattro protagonisti e un quinto personaggio che influenza i destini di tutti loro) e l’ampio respiro finalmente “politico” della storia. Nonostante non sia del tutto a proprio agio con un soggetto più impegnativo dei precedenti (firmato anche da Dario Argento e Bernardo Bertolucci, del quale si nota la mano), il regista, aiutato dalla straordinaria colonna sonora, cavalca le emozioni puntando sui clichés e sulla parossistica dilatazione dei tempi e degli spazi; ne derivano alcune lungaggini ma anche momenti di grande cinema, come lo stillicidio dei primi dieci minuti. Leone si congeda dal genere che gli ha dato la gloria con una struggente veduta finale del selvaggio West, confermando la sua natura di “padre del western”: nel senso di genitore, di uno che ha voluto bene come pochi alle storie e ai personaggi che ha raccontato. Uscì nei cinema italiani il 21 dicembre 1968: come a dire che non ci sono più i film di Natale di una volta.
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