- Pubblicato in Ultime notizie
Il cinema più piccolo del mondo a San Miniato, si guarda in auto
L'iniziativa è del Centro Cinema Paolo e Vittorio Taviani per valorizzare i cinema di un tempo, in contrapposizione con gli attuali multisala.
L'iniziativa è del Centro Cinema Paolo e Vittorio Taviani per valorizzare i cinema di un tempo, in contrapposizione con gli attuali multisala.

“Io amo il cinema italiano, posso citare Luchino Visconti, tra i miei registi preferiti, e film come Ladri di biciclette e Il postino
Reservoir Dogs (questo il titolo originale) è senza dubbio un film ricco di violenza, una violenza usata ragionevolmente senza criterio. Tarantino la usa per attirare, riesce a farlo con gusto e a creare così un prodotto unico nel suo genere, simile a uno splatter d’autore. La violenza si presenta in due forme: una è visibile chiaramente, fulcro di molte scene di grande impatto, l’altra è quella invisibile di cui sono intrisi i dialoghi e quella perversa con cui Tarantino fa leva su di noi, impressionando i nostri occhi, che inevitabilmente soffrono alla visione di scene forti e crude eppure desistono perché vogliono inspiegabilmente arrivare alla fine.
La storia è semplice: un noto personaggio della malavita di Los Angeles recluta sei uomini sconosciuti tra loro per portare a termine un furto di diamanti. Per non rischiare di essere scoperti decidono di mantenere l’anonimato chiamandosi con nomi di colori. Tuttavia, il colpo si rivelerà un fallimento, tra morti, feriti e inquietudini dei criminali che temono la presenza di un infiltrato.
Sin dalle prime scene, subito dopo i titoli di testa, ci troviamo davanti a una gran quantità di sangue che impressiona lo sguardo: il rosso predomina la scena, colora la tappezzeria dell’automobile, tinge la pelle di Harvey Keitel e Tim Roth, cambia colore alle loro camicie, bianche in origine. Intanto i dialoghi corrono veloci e trasudano violenza, incrociano urla, turpiloqui e sgarbati intercalare, mentre noi, seppur turbati, continuiamo a vedere incuriositi. E così prosegue tutto il film: quando non ci sono sangue, né spari, né torture, né risse, ci sono le parole: Tarantino sa – e lo dimostra – che le parole sanno essere violente e incisive tanto quanto il sangue.
Eppure è proprio il pezzo in cui il sadico Mister Blonde (Michael Madsen) taglia brutalmente l’orecchio di un poliziotto ad essere diventato celebre. Dopo averlo immobilizzato, la “iena” ride della sua paura e lo insulta; poi attacca un po’ di musica e, improvvisando un grottesco balletto, si accinge a torturarlo e sfregiarlo con un rasoio che estrae dallo stivale davanti ai nostri sguardi inorriditi. Quale miglior esempio della violenza invisibile di quella fatta senza sangue ma solo con una magistrale sequenza di azioni e parole che riesca a catturare la perversa voglia di vedere dello spettatore? Il tutto sfocia poi in quella che da alcuni è considerata, a ragione, tra le scene più forti e crude della cinematografia contemporanea, ma sul più bello, dopo ripetute inquadrature dal contenuto esplicito, la violenza torna a farsi invisibile, la macchina da presa si gira ed è tutto lasciato all’immaginazione dello spettatore, salvo poi rendere tutto più concreto, nell’attimo in cui Mister Blonde appare con l’orecchio insanguinato in mano.
Naturalmente il film ha collezionato una gran quantità di critiche negative: Tarantino è stato accusato di usare la violenza in maniera troppo gratuita ed eccessiva. I film di Tarantino, Le Iene in particolar modo, sono sempre imbevuti di violenza, visibile e invisibile, ma non è niente più e niente meno di ciò che accade realmente: le torture esistono, la violenza verbale anche. Il cinema è un mezzo forte per portarle alla luce e Tarantino sa farlo, senza risultare banale, trash o volgare. E’ il suo stile, il suo lavoro, il suo cavallo di battaglia, dal quale molti provano a esordire ottenendo raramente risultati di spessore come il suo.
In tanti temono che questo modo di fare cinema possa influenzare negativamente i giovani, tra i quali senza dubbio Tarantino riscuote un gran successo. Ma come lui stesso ha dichiarato “La violenza è cinema. È la forma più pura di intrattenimento cinematografico. Sono sicuro che Edison ha inventato il cinetoscopio per rappresentarla. Solo attraverso il cinema si può rappresentare la violenza, non lo puoi fare con la letteratura, non lo puoi fare con la pittura, non lo puoi fare con il teatro. Solo il cinema rende giustizia all’azione. Sono cresciuto guardando film violenti e mi sono fatto una precisa idea: vedere film violenti non fa diventare un bambino una persona violenta, ma fa diventare un bambino un filmaker violento.”
Sono ben altre le influenze sui giovani di cui dovremmo preoccuparci.
“Non sono mai andato ad una scuola di cinema, sono andato a vedere film”. Quentin Tarantino è sempre stato un grande amante di cinema, soprattutto le pellicole d’ exploitation, il cinema d’ azione di Hong Kong, gli spaghetti western ed il cinema italiano, la nouvelle vague francese ed il cinema britannico. Questa sua passione emerge in tutti i suoi girati, con citazioni, dialoghi ed omaggi. Ma Tarantino, nato come sceneggiatore, ha subito scoperto la passione di essere dietro la telecamera, e numerose sono state le sue incursioni nel mondo dei serial televisivi.
Era il 25 febbraio 2005 quando venne annunciato che Quentin avrebbe diretto un episodio della serie televisiva CSI. Indiscrezione confermata anche da George Eads, Nick Stokes nella serie, in un’ intervista subito dopo che CSI aveva vinto il Best Drama Ensemble ai Sag Awards (Screen Actors Guild Awards), premi consegnati ogni anno alle migliori interpretazioni degli attori che fanno parte dell’ associazione. Il 28 luglio l’ episodio Sepolto vivo – Grave Danger, vedeva Tarantino alla regia della serie più acclamata sia negli USA che in Italia. Il materiale girato era talmente tanto che vennero creati due episodi da 45 minuti ciascuno. In questi episodi, l’ agente Nick Stokes viene rapito e rinchiuso, sepolto vivo, in una bara di plexiglass, ripreso da una webcam che trasmette le immagini al quartier generale della squadra di polizia scientifica di cui Stokes fa parte.
Tarantino non è nuovo a tutto ciò. In passato aveva già diretto un episodio della serie televisiva medica ER, episodio 24 della prima serie, Maternità - Motherhood. Era in programma anche la regia di un episodio della serie X – Files ma a causa di problemi con la directors Guild, il progetto non andò in porto. Il 30 novembre 1996 il Chicago Sun Times scriveva che Tarantino non avrebbe diretto un episodio della serie, perché la DGA, la Directors Guild of America non glie
lo consentiva, poiché esserne membro era un requisito necessario per dirigere la serie. Heroes invece è stato rifiutato dal regista. Anzi di fronte a chi gli chiedeva perché avesse rifiutato la regia di alcuni episodi della seconda serie del telefilm, che in America sta facendo molti proseliti, ha risposto ad una maniera tutta tarantiniana: “Non ho neppure mai visto quel la fottuta serie”.
Da regista ad attore nel telefilm Alias, episodi 12 e 13 della prima serie La scatola – The box in cui interpreta Mckenas Cole, e 11 e 13 della terza Il passato – Full disclosure e Oltre i sei – After six. Di nuovo attore in Cuori senza età, episodio 6 della quarta serie ed episodi 25 e 26 della quinta e in All american girl, episodio 18 della prima serie.
Che Quentin Tarantino sia innamorato del cinema di genere degli anni '70 è un fatto noto. A partire dall'utilizzo di certi attori cult di quei tempi come Pam Grier in Jackie Brown, David Carradine nei due Kill Bill e John Travolta, resuscitato da Pulp Fiction dopo un decennio di delusioni, e passando per i combattimenti di Uma Thurman che ricordano esplicitamente l'action di Bruce Lee, ogni opera del regista è una dichiarazione d'amore nei confronti di un certo modo di fare film ormai morto. E questo amore raggiunge il culmine con la realizzazione del film Grindhouse, girato a quattro mani con l'amico Robert Rodriguez. Il lungometraggio, portato sugli schermi nel 2007, è nato con l'intento di celebrare quei film poveri e grezzi che negli anni 70 venivano proiettati in coppia. Lo stesso termine Grindhouse sta ad indicare un vero e proprio genere che prese piede in America per poco meno di un decennio e che offriva due film al prezzo di uno.
Suddiviso in due capitoli (Deathproof e Planet Terror), le cui storie niente hanno in comune se non l'utilizzo di alcuni attori, Grindhouse è realizzato con una maniacale attenzione per i dettagli, e se più volte alle spalle dei protagonisti sono affissi poster di film action datati, la colonna sonora attinge a piene mani da lungometraggi, soprattutto polizieschi italiani, realizzati negli anni 70 (La polizia sta a guardare, Dragon's claws, Italia a mano armata, Piombo rovente) e la fotografia è qualcosa di veramente sorprendente: il colore del sangue è quel rosso tempera finto e acceso di cui abusava Dario Argento in Suspiria, i paesaggi sono sbiaditi e i colori danno l'impressione di guardare un film ingiallito dal tempo; in più frangenti la pellicola è graffiata, salta, si brucia, l' audio è volutamente fuori sincrono, in una lunga scena il colore scompare lasciando spazio al bianco e nero, il tutto col fine di immergere lo spettatore in un'atmosfera old un po' western, scopo inseguito così meticolosamente che lo spettatore è quasi stranito quando la macchina da presa insiste su accessori moderni come telefoni cellulari e lettori mp3. Persino la locandina del film, infarcita di foto e scritte, è realizzata con quello stile grafico che evoca uno spettacolo baracconesco e un po' circense.
A fare da collante tra l'episodio girato da Tarantino e il capitolo di Rodriguez, si inserisc ono quattro trailer cinematografici che sono parte integrante di Grindhouse, tant'è che i film pubblicizzati, realizzati da illustri nomi della cinematografia hoollywoodiana e dai titoli tanto assurdi quanto irresistibili (Thanksgiving, diretto da Eli Roth, Werewolf women of the SS, diretto da Rob Zombie e interpretato da Nicolas Cage, They call him Machete, per la regia di Rodriguez e Cowgirl in Sweden, girato da Tarantino), in realtà non esistono, e, salvo per il trailer diretto da Rodriguez, per il quale sembrerebbe che il regista voglia realizzare effettivamente un film, non vedranno mai la luce del sole.
In definitiva, il progetto Grindhouse rappresenta una dichiarazione d'amore spassionata, un amore che però le leggi del mercato hanno dovuto spezzare: nonostante buone critiche, l'eccessiva durata del film (oltre 3 ore) ha tenuto lontani dalle sale gli spettatori americani, e , a fronte di un budget di 50 milioni di dollari e un incasso di 25, i produttori hanno deciso di distribuire nel resto del mondo due film separati. In Italia abbiamo assistito prima ad A prova di morte, e qualche mese dopo è arrivato in sala anche Planet Terror, entrambi purtroppo epurati dei 4 finti trailer. C'è da ammettere che presi singolarmente i due film, allungati con qualche sequenza tagliata nella versione statunitense, non riportano sostanziali differenze di contenuti rispetto al prodotto originale, ma è certo che così suddivisi non rispecchiano affatto il concetto tarantiniano di Grindhouse, che si basa esattamente sull'idea di proiettare due film di seguito e di immergere lo spettatore in un lungo e suggestivo spettacolo.
Curiosità: In A prova di morte – Deathproof il regista cita più volte sé stesso: tra i vari rimandi i più espliciti sono la suoneria del telefonino di Rosario Dawson che è l'ormai celebre fischiettio della Elle Driver di Kill Bill, la stuntwoman Zoe Bell, qui eccezionalmente attrice, che nella vita reale ha fatto da controfigura a Uma Thurman proprio in Kill Bill, e infine un'affermazione del personaggio della Dawson, che nel film dichiara di contendersi l'amore di un uomo proprio con Daryl Hannah. l'interprete del personaggio di Elle Driver.
Voglio scrivere contro Tarantino. So che è contro la moda, so di poter divenire facile bersaglio di pubblico ludibrio, ma ho i miei motivi. Dopotutto la critica è tale solo quando lascia spazio al contraddittorio ed all’esercizio dialettico. Sono da sempre stato contrario alle agiografie, agli incensamenti, soprattutto se rivolti a soggetti che ancora devono dire, dimostrare e dare a qualcuno. Questo è il caso di un regista (o autore letterario, o musicista) che è in piena attività. Porre sull’altare un soggetto che ha possibilità di errori è, secondo me, un errore. Tanto più se parliamo di Tarantino che, sempre per il mio modesto parere, di errori ne ha fatti. Ed oltre ad aver preso delle cantonate e ad esser stato sopravvalutato, ancora deve dimostrare moltissimo. Il ragionamento può filare solo se preso dall’inizio. Con le Iene il nostro firma un esordio, a mio dire, eccellente. Film ritmatissimo, senza pause, con una tensione ben costruita e dei dialoghi fantastici. Talmente riuscita quest’opera, che riprende il canovaccio in pulp Fiction, firmando un’altra ottima opera. Niente di nuovo però (al contrario di quanto disse e dice certa critica): la scomposizione dei piani temporali della narrazione, i flashback e forward continui, sono elementi presenti da tempo assai indietro nella storia del cinema; basti pensare a Kurosawa o a De Palma. Ottima, se lasciata nel contesto dell’opera, fu l’idea di centrare il discorso filmico su un’estetica totalmente bistratta dal cinema di serie A, il cosiddetto “pulp”, il grezzo, la serie B, C….Z. Ma è con Pulp Fiction che, sempre secondo la mia idea, ha inizio un vero e proprio cataclisma critico e cinematografico. Non è un discorso elitario o snobistico, ma il ritorno in auge (smodato ritorno, una tempesta…) del cinema da saletta di provincia, del cinema di genere (il più delle volte scadente), ha generato dei veri e propri mostri. Una nuova critica, che ritiene che per parlare di cinema si debba obbligatoriamente fare il percorso di Tarantino (tanta serie B, commedie all’italiana, poliziotteschi, film d’arti marziali, horror inverosimili), potendo tralasciare i capolavori, il cinema d’autore, il muto, i maestri. Il percorso di Quentin non è obbligatoriamente errato, ma è dotato di una sua unicità carica di sperimentazione, non replicabile. Ora sfido chiunque a dirmi che per parlare di cinema si debbano conoscere Castellari e la Bouchet, e si possono tralasciare Griffith e Capra. Certo, i film di questi non saranno colmi di sangue clamorosamente finto, di tette e culi, di battute grevi, di violenza verbale e fisica, ma il cinema di concezione tarantiniana è quanto di più monotono possa esistere, arrivati a questo punto. Monotono, sì. Si pensi alla squallida operazione Grindhouse (frutto, a mio parere, di un buco di ideazione clamoroso e di una bella cavalcata d’onda), al poco riuscito Kill Bill 8che riprende, come in grindhouse ed in parte Pulp Fiction, stilemi in maniera pedissequa per poi indorarli con un’estetica sgargiante, che fa venire l’acquolina in bocca al pubblico che esige revival, che vuole lo sdoganamento delle sue passioni più becere e mai mostrate poiché giudicate “ignoranti”, “basse”, “non di cultura”). Forse sto riprendendo il discorso che Truffaut fece sulla critica (quello in cui dice che al suo tempo ci si credeva critici senza mai aver sentito nominare Dreyer), ma oggi è più che mai attuale. Una cosa poi, non la potrò mai perdonare a Trantino e seguaci: l’utilizzo della persona come brand. E’andato di moda, per un periodo, apporre a dei film il suo nome: “prodotto da”, “consigliato da”, “visto da”, “il regista di questo film ha un poster di Tarantino in cameretta”. Le mode, si sa, sono passeggere, così come la creatività, ed eccolo, a dirigere un episodio di una serie tv, o a fare remake. Non giudico però “Inglorious Basterds”, al momento ancora non l’ho visto. La mia aspettativa è comunque bassa, e credo che rafforzerà le mie opinioni sopra espresse. Spero di essere smentito, di rimanere sorpreso. Ma non credo. Non posso rimanere sorpreso da un regista che ancora ci deve dire tutto. Da un regista che non ha ancora fissato il punto di svolta della sua produzione, che ancora non si cimenta con un genere diverso da quello che ha sempre fatto, il dramma ironico/grottesco intriso di humor e sangue. Un genio è obbligatoriamente (e lo dico forte) poliedrico, politropo come Ulisse, dalle molte forme dell’ingegno; e caro Quentin, fin qui di poliedrico ho visto solo la tua grande, spudorata furbizia.
Forse Quentin Tarantino è il Marcel Duchamp del cinema. È certo che il regista americano ami contaminare il mondo del cinema con i linguaggi di altre culture, da quelle visive a quelle letterarie e musicali così che le sue pellicole risultano irreali, poggiando invece su elementi reali, quotidiani. Ecco il suo ready- made e Pulp Fiction ne è sicuramente l’esempio per eccellenza. Tarantino, infatti, assorbe alcuni elementi televisivi della sit-com, dei fumetti, dei gangster movie, del cinema detto di serie B, della musica rock e pop e dalle pulp novels, che erano riviste di racconti stampati su carta di pessima qualità che simboleggiava anche il basso contenuto letterario di queste novelle che spaziavano dal poliziesco al western, dalla guerra alla fantascienza e Tarantino si abbevera della cultura della Pop Art. Il suo cinema è l’espressione massima della cultura popolare americana.
Egli assimila i segnali del pop e quindi il suo codice strutturale, per poi inserirci dei personaggi eccessivamente violenti. E tutto viene portato all’eccesso. “Sia in Natural Born Killers, sia Pulp Fiction, per arrivare a tali risultati estetici, non solo scelgono il tema ‘eccessivo’ della violenza, ma anche, e soprattutto, il linguaggio eccessivo (violento) della messa in scena”, scriveva Gino Ventriglia (Script 7/8, gennaio 1995). Nessuno si riconosce nei personaggi di Tarantino, nei suoi film non c’è una morale e non è una rappresentazione del reale nonostante il regista, come ogni creatore e artista, sviluppi la storia e il racconto sulle basi di quella che lui ritiene la società contemporanea. I dialoghi sono insensati da un punto di vista prettamente narrativo. I personaggi affrontano lunghe conversazioni facendo riferimento a quegli elementi immaginari delle serie televisive, delle sit- com. John Travolta (Vincent Vega) e Samuel L. Jackson (Jules Winnfield), due sicari spietati, prima di compiere il loro lavoro, discutono di hamburger e numerose sono le citazioni su cantanti e generi musicali, così come gli attori del cinema. Questi elementi permettono allo spettatore di familiarizzare con i personaggi, perché si parla di qualcosa che rientra in una normale sfera di competenza di un individuo dalle medie conoscenze, e quindi permette di provare empatia per questi personaggi. Quando Vincet verrà ucciso lo spettatore proverà dispiacere, anche se questo era un malvivente. Perché i cattivi nei film di Tarantino si divertono, ridono, citano la Bibbia, ballano e lavorano, per questo noi li viviamo come persone normali.
Le ragioni per cui “Per un pugno di dollari” (1964), capolavoro di Sergio Leone, è entrato nel mito, sono svariate. Innanzitutto esso rappresenta un' opera pionieristica ed insuperabile dello Spaghetti Western, film cardine e modello per decine di registi che si cimentarono nel genere negli anni a venire; la consacrazione di un attore che si rivelerà poi uno dei grandissimi della storia del cinema mondiale, il texano dagli occhi di ghiaccio, Clint Eastwood; quindi la colonna sonora, piena zeppa di pezzi indimenticabili e magistrali, composti dal maestro Ennio Morricone (indimenticabile il fischio del maestro Alessandroni...).
La storia del film è conosciutissima, con le avventure del pistolero solitario Eastwood impegnato nella lotta fra le due famiglie della cittadina di San Miguel, il suo doppiogiochismo, lo scontro con Ramon – Volontè. E' il caso, forse, di soffermarsi sull'estetica del film e sulle ispirazioni di Leone.
Siamo di fronte ad un western di una violenza inusitata per l'epoca; scontri cruenti, diretti, stragi, torture. Leone aveva intrapreso una strada che lo porterà alla rifondazione del genere western, stravolgendo così tutti i suoi archetipi (operazione che è accostabile, con i dovuti distinguo, a “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah, e quindi all'inizio del western crepuscolare, alla fine del mito della frontiera e dell'etica/epica western), creando una sorta di iperrealismo western, carico di ironia (e quanto vada di moda oggi il termine iperrealismo, ogni tarantiniano lo sa...). Il genere prenderà un ulteriore piega dopo il 68, divenendo spesso un vero e proprio genere politico.
Dunque un'estetica innovativa per l'epoca, almeno per quanto riguardava questo genere; nell'innovazione, però, si nasconde un particolare non certo trascurabile: il film di leone è un calco pressochè fedele di un capolavoro di Akira Kurosawa, “Yojimbo” (La sfida del samurai) del 1961. Vi fu una lunga causa fra le due case produttrici (poiché non erano stati acquisiti i diritti per il film di Leone), che si concluse con un compromesso che permetteva alla Toho (casa produttrice di Kurosawa) di avere una percentuale sui diritti di vendita nei paesi orientali (dopo un curioso cavillo legale della Jolly, casa produttrice di Leone, che asseriva che Kurosawa aveva a sua volta copiato la figura dell'eroe doppiogiochista addirittura dall' Arlecchino goldoniano...).
Problemi produttivi sicuramente dimenticabili, però, avendo visto il risultato finale dell'opera. Un'opera magniloquente, fondamentale, che, come detto sopra, fonda un genere (lo Spaghetti), e ne rifonda un altro (il Western), ormai vecchio ed esaurito. Un'operazione cardinale nella storia del cinema, che ridarà vita per anni ad una delle correnti più battute dai grandi registi del passato e che, dopo l'ultimo, crepuscolare Ford, si temeva non avesse più nulla da dire.