Tim Burton in Wonderland

Tim Burton in Wonderland (19)

Venerdì, 12 Febbraio 2010 22:59

La premiere di Alice in diretta webcast

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Los Angeles, New York, Tokyo, Sydney e l'immancabile Londra! queste le metropoli che vedranno in anteprima Alice in Wonderland, l'ultimo film di Tim Burton.
In occasione della premiere mondiale la Disney ha deciso di fare un regalo a tutti i fan di Tim Burton che non potranno partecipare a questa anteprima: un webcast Ustream in diretta dal tappeto rosso mostrerà contenuti esclusivi e interviste a tutte le star di Alice in Wonderland. Johnny Depp (Cappellaio matto), Anne Hathaway (la Regina Bianca), Helena Bonham Carter (la Regina Rossa), l'australiana Mia Wasikowska (Alice), e il comico inglese Matt Lucas (Tweedledum e Tuidledì) e soprattutto il regista Tim Burton sfileranno sul tappeto rosso!
DoppioSchermo vi dà la possibilità di seguire le premiere direttamente qui.
Ecco gli orari delle premiere:
Giovedì 25 @ 9:30 AM PST / Los Angeles
Giovedì 25 @ 12:30 PM EST / New York
Giovedì 25 @ 5:30 PM GMT / United Kingdom
Venerdì 26 @ 2:30 AM / Tokyo
Venerdì 26 @ 4:30 AM EDT / Sydney


Video streaming by Ustream
Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:01

La fabbrica di cioccolato

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“Un giorno mi sono detto, ehi, se la televisione può spezzettare in milioni e milioni di piccolissimi pezzettini e spararli veloci nel'aria e ricomporli da un'altra parte, perché io non posso fare lo stesso col cioccolato?!” si chiede Willy Wonka, protagonista di La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory), delizioso film – proprio in ogni senso! – di Tim Burton del 2005. E forse anche lo stesso Burton si è chiesto come ricomporre cinematograficamente questa splendida storia raccontata da Roald Dahl in un libro del 1964.

Il protagonista è Charlie Bucket (Freddie Highmore), un umile bambino che, trovando il biglietto all’interno di una tavoletta di cioccolata, vince l’ingresso riservato ai pochi fortunati nella prestigiosa fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.

Ogni bambino vincitore, accompagnato da un adulto - che ne è la divertente proiezione nel futuro - rappresenta un cattivo esempio da non seguire; lo stravagante Willy Wonka (Johnny Depp) è in grado di guardare oltre le apparenze e, nello spassoso viaggio all’interno della sua fabbrica, riconosce vizi, presunzioni, antipatie e le castiga aiutato dai suoi fedeli Oompa Loompa (tutti interpretati da Deep Roy) con una sorta di divertente contrappasso dantesco.
Inutile dire che sarà solo Charlie a “sopravvivere” e ad arrivare alla fine del viaggio, vincendo così un prestigioso premio finale.

Una storia semplice e per bambini, dunque. Ma naturalmente Tim Burton ci mette del suo, ponendosi su un’altra dimensione rispetto all’anteriore adattamento del 1971 di Mel Stuart.

Il film è intriso di una poesia tale che è impossibile non pensare al precedente Edward mani di forbice, complice anche la stessa atmosfera natalizia; difficile capire quanto c’è di Johnny Depp in Willy Wonka e quanto di Willy Wonka in Johnny Depp, fatto sta che la collaborazione tra attore e regista è nuovamente consolidata. Doveroso poi, un plauso a Deep Roy, perfettamente calato nella parte dei 165 buffi omini addetti ai lavori nella fabbrica. Le scenografie di Alex McDowell sono perfettamente aderenti a tutto lo spirito del film e altrettanto si può dire delle musiche di Danny Elfman (già con Burton in Beetlejuice, Il pianeta delle scimmie, Big Fish e altri): si tratta di una parte importante del film, poiché l’uscita di scena di ciascun bambino è accompagnata da un divertente stacchetto musicale degli Oompa Loompa.

Burton torna quindi a guardare ai bambini, costruendo un film piacevole e frizzante; ride lo spettatore ma è difficile non immaginare quanto sia stato divertente anche per gli stessi attori. C’è poco spazio per l’immaginazione, perché è proprio tutto lì: “confetti senza confini”, pensati per i bambini più poveri, perché possono essere succhiati un anno intero senza consumarsi; piscine di cioccolata in cui nuotare fino ad affogare; “croccantini piliferi”, che fanno crescere barba e capelli; deliziose praline alla fragola ricoperte di cioccolata e stanze interamente commestibili. E così come ciascuno si costruisce in testa questo strampalato universo, Burton lo trasferisce sullo schermo, con quel pizzico di magia e con la sua magistrale capacità di portare sullo schermo l’immaginazione vera e propria – che poi, forse, è quello che si chiede a molto cinema.

Alcuni, certo, potranno non condividere lo spirito, che è in genere quello di ogni film di Tim Burton; potranno trovarsi a pensare “Ma qui è tutto senza alcun senso!”, come nota il bambino teledipendente in visita alla fabbrica insieme a Charlie.
Ma, direbbe Willy, “i dolci non devono avere un senso. Per questo sono dolci!”. E il bambino si ritrova alto due metri. Giudicate voi!

Che nei film di Tim Burton la musica giocasse un ruolo fondamentale è cosa ormai nota ed evidente da moltissime sue opere. Ma stavolta c’è qualcosa di più. Adattamento di una celebre opera di Stephen Sondheim, Sweeney Todd è un vero e proprio musical che vede tra i protagonisti il fedele Johnny Depp, Helena Bonham Carter, moglie del regista e un Alan Rickman degno di nota.

La storia è quella di Benjamin Barker (Johnny Depp), evaso dalla prigione dove scontava un crimine non commesso e di ritorno a Londra carico delle più terrificanti intenzioni di vendetta. Deciso a riparare ai danni che il suo arresto aveva provocato alla moglie e alla figlia, assume l’identità del barbiere Sweeney Todd ed apre una bottega sopra al negozio di torte della signora Lovett (Helena Bonham Carter). Trovando in lei la complice ideale, mette a punto un perfido piano che avrà sanguinose conseguenze soprattutto per il suo accusatore: il giudice Turpin (Alan Rickman), che nel frattempo era riuscito ad esercitare la patria potestà sulla figlia di Barker.

Johnny Depp è perfettamente calato nella parte, un ruolo dannato, tenebroso e maledetto, di quelli che appena se ne sente parlare non si può non pensare ad un attore come lui; un attore che ha anche dimostrato buone doti canore, eseguendo con la sua voce tutti i pezzi previsti e dichiarando di essersi ispirato a Iggy Pop per la parte: quanto c’è del controverso artista in Sweeney Todd non si può giudicare, ma di certo la parte gli è valsa un Golden Globe come miglior attore in un film o commedia musicale.
Non da meno la Bonham Carter, giunta alla quinta collaborazione col marito: macabra la sua Miss Lovett, discreta la sua performance canora, così come quella di Alan Rickman che in proposito ha dichiarato: “La musica è un tipo di costante e scivola dentro e fuori il dialogo e il canto. Perché è in vere stanze e in veri posti che il passaggio da parlato a cantato diventa ben più di un fattore organico.”
Giusto menzionare, a proposito del cast, anche la partecipazione di Sacha Baron Cohen nei panni del rivale di Sweeney Todd, Adolfo Pirelli: in molti lo ricorderanno in Borat e nel recente Bruno, ma risulta bravo e ironico anche in questa grottesca interpretazione.
L’atmosfera del film è intrisa di tutto il più cupo Tim Burton, della sua terrificante immaginazione, della sua malinconia e della sua inquietudine: saranno gli amanti di questo aspetto del regista ad apprezzare ancora di più quest’opera. Una fotografia scura al punto giusto conduce lo spettatore in una splendida Londra vittoriana con una giusta dose di violenza e velocità.
E questa scenografia è valsa un Oscar al film; un premio anche un po’italiano, perché è opera del maestro Dante Ferretti. Attentissimo come sempre ai dettagli, ha dato vita a una vera e propria collaborazione tra geni: la sua intesa col regista è palpabile, tanto che Burton gli ha lasciato nello studio un biglietto con scritto “Dante I love you”, dopo aver saputo che per una vetrata avevano avuto entrambi la stessa identica idea.
Il risultato, dunque, è un film incredibile, dove la sinergia e la collaborazione tra tutti quelli che hanno lavorato all’opera è il vero fondamento del suo successo.
Tim Burton, alla conduzione di questo eccezionale musical, rimane avvolto da quel misto di eccentricità contrapposta a una sorta di introversione: le caratteristiche della sua persona e dei suoi film. Racconta Ferretti: “Spesso, mentre facevo le scene, lo invitavo in teatro per vederle, ma lui non veniva mai. Poi seppi che andava a guardarle a ora di pranzo, quando la troupe è in pausa. Gli piaceva osservarle in silenzio, stando completamente solo.”
Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:03

Big Fish - Le storie di una vita incredibile

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Il tema dello scontro generazionale e del figlio o figlia che deve dire addio ad un genitore con il quale ha vissuto un rapporto tormentato viene periodicamente esplorato al cinema: Tim Burton ha perso i genitori, ai quali non era peraltro particolarmente legato, tra il 2000 e il 2002 e decide di dedicare un film a questo con Big Fish nel 2003, dopo essersene andato di casa molto giovane, anni prima, perché sentiva stretta la provinciale Burbank.

William Bloom, giornalista statunitense risiedente a Parigi e in procinto di diventare papà, si trova a dover fare i conti con il padre Edward, che da sempre gli ha raccontato storie incredibili sulla sua vita, storie che da un certo punto William ha trovato fastidiose, volte ad attirare l'attenzione sul padre in maniera infantile e anche un po' stupida. Edward sta morendo, e William ripercorrà al suo fianco una vita da fiaba, tra streghe, giganti, cittadine fantasma, circhi, avventure rocambolesche in una realtà resa fantastica dalla narrazione.

Ispirato al romanzo di Daniel Wallace, Big Fish contiene molte delle tematiche care a Burton, dal macabro alla citazione dai film di genere alle atmosfere da fiaba realistica, con in più il rapporto tra le generazioni e l'elaborazione del lutto, anzi il saper dire addio ad una persona scomoda ma che alla fine si è amata.

Ewan Mc Gregor e Albert Finney sostituiscono Johnny Depp efficacemente e per una volta non è solo la storia di un outsider a fare da padrona nella vicenda, ma il tema della fantasia come pura forza, capace di trasformare ogni vita in qualcosa di straordinario rendendo incredibili e fiabesche situazioni prese dalla vita di tutti i giorni. Una delle scene più riuscite è quasi alla fine, quando il figlio capisce che deve fare un ultimo regalo al padre, raccontandogli come muore, o meglio come vorrebbe morire, secondo la profezia che gli avrebbe fatto una strega in una delle sue storie. Scoprirà poi che c'era molto del vero nelle storie di gemelle siamesi, giganti, circensi e streghe che gli raccontava quel padre ingombrante e speciale, che rimarrà eterno grazie alle sue storie, che lui racconterà ai suoi figli, i nipoti che Edward Bloom non ha mai conosciuto.

Tra i personaggi di quest'inno alla fantasia, spicca il doppio ruolo di Helena Bonham Carter, compagna di Burton, temibile strega e dolce zitella piena di gatti da sempre innamorata di Edward:La prima volta che è venuto da me era troppo presto, la seconda troppo tardi, dice allo stralunato figlio, mentre pian piano sta ricostruendo quanto di vero e di falso c'era nelle storie del padre.

Ancora una volta emerge l'elogio della diversità, anche soltanto nel voler evadere dalla realtà e nel volersi costruire un proprio percorso di vita, in una fiaba moderna tra vecchie e nuove suggestioni, tra folklore, romanzi horror e leggende metropolitane, nella quale alla fine ci si rende conto che nelle storie inventate e nelle fiabe ci può essere sempre un fondo di verità.

Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:04

Edward mani di forbice

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Una periferia residenziale fuori dal tempo, surreale, tra anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta, una tipica famiglia con adolescente inquieta e romantica, la rilettura in chiave struggente deLa Bella e la bestia e di tante storie di mostri, con un omaggio ai B movies amati dal regista: Edward mani di forbice è per molti il miglior film di Burton, non premiato all'epoca da un gran successo al box office, ma diventato comunque un cult.

Se è chiaro che ci sono influenze de La bella e la bestia, ma anche di Frankenstein, King Kong e Notre Dame nella descrizione di un incontro d'amore tra il mostro, androide costruite da uno scienziato solitario che non è riuscito a terminarlo, e la fanciulla di turno, all'inizio diffidente, ci sono novità e elementi di stacco dalla tradizione favolistica del mostro e della bella. Se di solito il mostro moriva per la bella come supremo atto d'amore, tranne che nella fiaba della De Beaumont dove diventava bellissimo, qui Edward è destinato ad una vita di solitudine, senza morte eroica, con il rimpianto di un amore, con la sua bella che invecchia e alla fine racconta la sua storia alla nipotina come una fiaba classica.

Edward, gentile e non temibile, viene all'inizio accettato dagli abitanti della cittadina, a cominciare dall'indefessa presentatrice Avon, per poi essere rifiutato perché non si omologa ai loro canoni di elemento bizzarro nella monotonia, compreso magari il soddisfare qualche casalinga frustrata: diventa un mostro perché non è come lo si aspetta, perché è un diverso, un outsider, un ribelle. La storia della rivalità tra Edward e il fidanzato di Kim, avido, gretto, materialista e poco onesto, si inserisce in un rifiuto generale per qualcuno che andava bene finché animava le feste o tagliava siepi e pelo di cani.

Burton parla di un outsider, condannato alla solitudine perché nessuno può capirlo fino in fondo e che, nel suo castello improbabile sopra le villette dei sobborghi, forse riesce a trovare la sua unica dimensione di vita, mentre fa nevicare sopra al paese della sua amata, che ricorda per sempre come era da giovane. Un tema che poteva essere patetico, che commuove certo, ma condito da una visione caustica di una certa America cara normalmente a molto cinema e televisione popolare.

Johnny Depp, interprete feticcio del regista anche negli anni successivi, si cala bene nel personaggio di Edward, tenero, mostruoso e desideroso d'affetto: il film non va benissimo, ma porta fortuna alla sua carriera. Winona Ryder, all'epoca fidanzata di Depp nella vita, vede nel ruolo di Kim il primo di alcuni che la renderanno popolare negli anni Novanta come interprete di personaggi romantici.

La musica di Danny Elfman condisce perfettamente questa fiaba metropolitana, in cui un mostro con le mani di forbice che dice mestamente Non mi ha finito diventa eroe suo malgrado di una struggente storia sull'impossibilità di essere normale quando si è diversi e troppo sensibili nell'animo.

Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:04

Ed Wood

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È stato considerato il peggiore regista di tutti i tempi, autore di scalcinati film di genere horror e fantascientifici, ma è stato riscoperto dai ragazzi degli anni Settanta, primo fra tutti proprio Tim Burton: Ed Wood, scomparso in miseria nel 1978, diventa eroe di una pellicola del 1995 che non ottiene un grande successo commerciale ma di critica e come premi, vincendo due Oscar.

Burton ci immerge nell'epopea di un entusiasta del cinema, vulcanico ma con nessun mezzo, con idee strampalate tra il cinema di genere e le tematiche legate al travestitismo (Ed Wood era eterosessuale ma adorava vestirsi da donna), in una Hollywood lontana dai grandi studios, fatta di gente che fatica a campare, piena di amarezza e con pochi mezzi, coinvolta nei folli progetti del protagonista, tra aspiranti transessuali, presentatrici horror, wrestler, attori ormai dimenticati.

E alla fine Wood, magistralmente interpretato da Johnny Depp, diventa un eroe: certo, insolito, stravagante, tragico nel non accorgersi del suo fallimento ma in fondo commovente perché continua a credere nel suo sogno, anche con tutte le porte sbattute in faccia, tra mille problemi, tra fidanzate che lo mollano con scenate, finanziatrici che si rivelano inadeguate, compromessi quali il dover aderire ad una confessione religiosa per avere i soldi per fare Plane 9 for outer space, il film con la cui prima si chiude il film, mentre Ed dice: Questo è il film per cui verrò ricordato.

Burton sceglie volutamente fotografia e atmosfere in linea con gli anni Cinquanta, bianco e nero come il B-Movies, rispettoso dello stile del suo regista di culto, rendendolo vicino al pubblico, mettendo in luce la sua capacità di entusiasmare chi lavorava con lui, non ultimo Bela Lugosi, divo dell'horror ormai alla fine, che vivrà la sua ultima stagione di relativo successo grazie ai film di Wood. Se Depp è perfetto nella parte di Wood, il veterano Martin Landau, caratterista in ruoli da cattivo da giovane e protagonista di serial cult di genere come Spazio: 1999 e Missione Impossibile dà nel ruolo dell'ex più carismatico Dracula dello schermo forse la sua migliore interpretazione, con una scena madre, il suo commiato dal pubblico, quando per strada recita la scena del film di Wood, da antologia. Meritato l'Oscar come migliore attore non protagonista, come è meritato l'Oscar al trucco.

Ed Wood è una riflessione sulla creatività e l'arte, sul saper intrattenere raccontando storie, sulla differenza in fondo relativa tra grande arte e B movies (bello il confronto con Orson Welles, in cui entrambi i registi scoprono di avere gli stessi problemi), sui rapporti umani, sull'anticonformismo.

L'amore di Burton per il cinema di genere è chiaro, così come l'omaggiare un regista di cui Tim Burton non vuole dirci che si è trattato di un genio incompreso, ma di una persona che amava il suo lavoro e le persone che lo circondavano, e che raccontava storie. Storie scalcinate, ma che hanno saputo influenzare l'immaginario di autori più dotati di lui.

Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:05

Mars Attacks!

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Mars Attacks! è un storia di marziani poco inclini al dialogo che, giunti sulla terra, tentano di conquistarla, fallendo però inaspettatamente grazie all’intervento fortuito di nonna Florence. La sceneggiatura, di Jonathan Gems, è ispirata all’omonima serie di figurine della Topps Chewing Gum Company, uscite nel 1962. Il film fa il verso al genere fantascientifico-catastrofico e ironizza, in maniera quasi demenziale, su molti stereotipi della società americana. L’effetto caricaturale della pellicola risulta ancor più amplificato dal casting eccezionale di cui si avvale. Jack Nicholson veste i panni del Presidente degli Stati Uniti, Glenn Close è la first lady e poi ci sono Pierce Brosnan (ricercatore progressista), Denny De Vito (avido spiantato), Rod Steiger (Comandante dell’esercito), Martin Short (Press Officer e consigliere del Presidente), Micheal J. Fox, Sarah Jessica Parker (entrambi cronisti) e persino Tom Jones, che interpreta sé stesso.


L’America e il mondo intero si trovano improvvisamente a confronto con un popolo extra terrestre, presumibilmente estremamente intelligente. Cosa fare? Forse un equivoco, generato dallo scienziato di turno che avrebbe messo a punto uno strumento in grado di tradurne il linguaggio, insomma un incidente diplomatico, provoca l’ira marziana ed è l’inizio della fine; sarà solo per caso che un’inconsapevole vecchina neutralizzerà i cervelloni extraterrestri incapaci di resistere alle note della sua amata
Indian Love Call, una canzone di musica country interpretata da Slim Whitman e di cui il pubblico non esiterà a comprendere la letalità. Le altre musiche che fanno parte della colonna sonora sono invece state scritte da Denny Elfmann, compositore con il quale Tim Burton ha stretto, negli anni, un profondo rapporto di amicizia e collaborazione.

Quella dell’attacco di questi marziani bruttini, che non ispirano fiducia e sembra sappiano solo proferire un rauco Mars Attacks!, è una storia politically incorrect, che mette in ridicolo l’esercito e l’intelligence americana, il patriottismo, il sistema dell’informazione e della TV, i business men e via dicendo; persino l’ultimo discorso che il Presidente Jack Nicholson rivolge al capo dei marziani nell’estremo tentativo di farlo ragionare, mette alla berlina i classici finali moralisti da colossal americano con discorsone commovente sulla grande opportunità che due civiltà diverse avrebbero di convivere. Sul volto dell’extraterrestre compare una lacrima ma è solo una finta per distruggere definitivamente l’avversario.
E’ un susseguirsi di gag e trovate più o meno esilaranti con le quali Tim Burton si diverte a imbastire una trama semplice che si fa parodia del nostro mondo e dalla quale traspare il suo legame con la dimensione infantile e il mondo dell’onirico.

Venerdì, 12 Febbraio 2010 23:07

Da Helena a Mia: tutte le donne di Tim

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Era il 1865 quando il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, in arte Lewis Carroll, scrisse Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Da allora molte trasposizioni cinematografiche sono state fatte del romanzo. Il primo è stato quello di Hepworth nel 1903, seguito poi da Pollard, McLeod, O’ Ferral, Bower e Schaefer, per poi arrivare a quella della Disney nel 1951. Alice rappresenta la curiosità infantile, il desiderio di avventura e di conoscere il mondo che ci sta intorno. E non poteva resistere dal trasporre sul grande schermo un personaggio simile, il grande Tim Burton, che nel suo Alice in Wonderland, dà tutta una sua visione horror gotica che contraddistingue il suo cinema. Mia Wasikowska, la Alice di Burton, poco nota agli spettatori nonostante la sua partecipazione al film Amelia lo scorso 2009 con Richard Gere e Hilary Swank. In un ‘ intervista rilasciata al Los Angeles Times lo scorso 4 febbraio 2010, Mia ha detto: “E’ completamente differente dal romanzo e al tempo stesso è una nuova storia. Ha lo stesso feeling della storia originale […] Alice è tornata di nuovo in questo mondo dove lei non ricordava di essere stata e sta riscoprendo sé stessa di nuovo”. Registi come Woody Allen o Quentin Tarantino hanno uno stile facilmente riconoscibile, lo stesso si può dire per Tim Burton. Per Mia, lavorare per lui, è stata una bella esperienza, dato che comunque lei era già una sua fan dai tempi di Edward - Mani di Forbice e Ed Wood.

Prima di Mia, altre attrici hanno interpretato i ruoli femminili dei film di Burton.

Helena Bonham Carter, nel 2001 recita in Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie. Legata sentimentalmente al regista, interpreta il doppio ruolo della strega e di Jenny, la ragazza innamorata del protagonista Edward Bloom (Ewan McGregor). La ritroviamo in Big Fish - Le storie di una vita incredibile (2003). Come attrice non protagonista in La fabbrica di cioccolato (2004) e Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street(2007). Doppiatrice in La sposa cadavere (2005), sempre accanto a Johnny Depp. In Alice in Wonderland (2010), interpreta la regina rossa. Accanto a lei Anne Hathaway, nel ruolo della regina bianca. La Hathaway è entusiasta di questo ruolo, diverso dalle sue solite interpretazioni di “brava ragazza” e “fidanzatina d’ America”.

Christina Ricci è stata fortemente voluta da Burton ne Il mistero di Sleepy Hollow (1999), perché gli ricordava una romanzesca figlia di Bette Davis e Peter Lorre. Abbandonato il ruolo di Lolita dark della famiglia Addams, una diciassettenne Christina Ricci, ricorda quando Johnny Deep le disse che poteva anche mordergli una gamba nella scena in cui lei è seduta e viene presa con una frusta.

Winona Ryder ha lavorato per Burton sia in Beetlejuice – Spiritello porcello e Edward – mani di Forbice. Nel primo interpreta Lydia, la figlia adolescente, una ragazzina tenebrosa con un interesse morboso per la morte. Nel secondo invece interpreta Kim. Edward vive in casa con lei e mentre tutti i vicini sono spaventati da questo ragazzo con forbici al posto delle mani, lei è l’ unica amica che lui ha ed è anche l’ amore della sua vita.

Burton ha girato due Batman. In Batman (1989), è la volta di Kim Basinger, Vicki Vale. In Batman – Il ritorno (1992), è Michelle Pfeiffer la donna scelta da Burton, nel ruolo di Selina Kyle, alias Catwoman.

L’ultimo attesissimo lavoro di Tim Burton, Alice in Wonderland, nelle sale a marzo, non decreta solo la definitiva consacrazione del regista come astro tra i più quotati a Hollywood, ma sancisce anche il personale riscatto dell’artista che, allontanato dalla Disney nei primi anni ’80 per il suo stile giudicato troppo grottesco e singolare per potersi amalgamare con i canoni più morbidi e rassicuranti dello studio, è oggi dalla stessa Disney corteggiato per riportare sullo schermo proprio due soggetti che hanno fatto la storia dello Studio: Alice nel paese delle meraviglie, che nel 1951 Walt Disney trasformò in un film oggi oggetto di culto, e La Bella Addormentata nel Bosco, vero feticcio per tutti i fan del grande cineasta (Tim Burton dovrebbe svilupparne il lato più cupo in un film il cui titolo provvisorio è Malefica).

Ma la redenzione degli Studios sarà completa solo quando sarà portato a termine anche il remake di quello che fu una delle cause principali della rottura con il regista: ovvero il corto live-action Frankenweenie (1984), storia ironicamente ispirata al Frankenstein di Mary Shelley in cui un cane viene riportato in vita dal suo padrone. Realizzato con sensibilità poetica in uno splendido bianco e nero, il cortometraggio contiene già molte tematiche poi sviluppate in Edward mani di forbice. Eppure la pellicola risultò ai vertici della major niente più che un affronto al buon gusto.

Il primo approccio di Tim Burton con la Disney avvenne tramite la CalArts, mitica accademia di Belle Arti fondata nel ’61 dal padre di Topolino per formare nuove leve nel cinema d’animazione. Tim Burton, talentuoso disegnatore, vi entrò nel 1979 grazie ad una borsa di studio, frequentò il corso da animatore e un anno dopo era già al lavoro su Red e Toby nemiciamici, uscito nel 1981, ma non certo ricordato come successo di botteghino. Erano anni neri. La crisi globale dell’industria cinematografica coinvolgeva anche la Disney. Morto il grande fondatore, gli artisti erano rimasti smarriti e sembravano ormai privi di una autentica ispirazione. Era però in atto all’interno dello Studio un ricambio generazionale che avrebbe portato alla ribalta molti talenti oggi acclamatissimi. Tra questi i più noti sono senz’altro Glen Keane, Andreas Deja, John Lasseter (attualmente capo creativo della Walt Disney, oltre che fondatore della Pixar, dopo una storia travagliata non dissimile da quella di Tim Burton) e il regista Don Bluth. Quest’ultimo, defilatosi dallo studio dopo troppi progetti cestinati dai suoi supervisori, trovò asilo altrove e stupì presentando nel 1982 The Secret of the NIMH, film d’animazione all’epoca decisamente fuori dai canoni del genere e innovativo negli effetti visivi. La Disney sentì minacciato il proprio monopolio e meditò quindi una risposta a Bluth, mettendo in cantiere il suo primo fantasy: The Black Cauldron, soggetto per cui un artista cupo come Tim Burton era senz’altro adatto. Fin troppo, però. Allo studio mancò infatti il coraggio di portare fino in fondo le implicazioni più lugubri della trama e il primo a farne le spese, dopo mesi di lavorazione, fu proprio Tim Burton, il cui contributo al film venne totalmente cancellato.

La frustrazione fu utile a convincere l’artista ad abbandonare lo studio per tentare la strada della regia. Ottenuto un budget di 60.000 dollari per un corto che testasse la tecnica della stop-motion, Tim Burton realizzòVincent, cortometraggio che gli valse due premi al Chicago Film Festival e il premio della critica al prestigioso Festival di Annecy nel 1983.

Questo gli consentì di tentare un ritorno alla Disney, la quale accettò  sì di produrre il corto Frankweenie, salvo poi pentirsene amaramente.

Perché  si riattivasse un contatto tra il regista e la major di Burbank dovettero passare anni e qualche clamoroso successo, tra cui Batman (1989) e Edward mani di forbice (1990). Tim Burton riuscì allora a farsi approvare uno dei suoi soggetti più personali, ovvero Nightmare Before Christmas (1993), oggi vero cult-movie, sorprendentemente redditizio anche nel marketing. Il film, realizzato in stop-motion, fu in realtà solo prodotto da Tim Burton, che, legato alla Warner Bros. da un contratto di esclusiva, dovette delegare la regia a Henry Seleck, conosciuto alla Cal Arts.

Seppure non prodotto dalla Walt Disney, anche Il mistero di Sleepy Hollow (1999) segna in realtà il legame del regista con la major hollywoodiana. La trama riprende infatti la pellicola del 1958 dal titolo: La leggenda della Valle Addormentata, uno dei cortometraggi più singolari di Walt Disney, in cui la storia di un ipocrita puritano terrorizzato da un fantasma tagliateste è la metafora per una critica alla società perbenista americana. Tim Burton è affascinato soprattutto dal tema fantasmagorico e trova lo spunto per una riflessione sullo scontro tra razionalità e immaginazione, che gli permette di dare ampio sfogo alla visionarietà del suo cinema.

Ma è  il successo del coloratissimo La Fabbrica di cioccolato (2005), tratto dall’omonimo best seller per ragazzi di Roald Dahl, a convincere definitivamente la Walt Disney che anche Tim Burton può realizzare prodotti per le famiglie. Sembra così essersi finalmente avviata una collaborazione duratura tra il regista e la major che porterà alla realizzazione di almeno tre pellicole, nelle quali il vero spettacolo sarà senz’altro la miscela della migliore tradizione Disney con lo stile rocambolesco e delirante con cui Tim Burton ci ha sempre conquistati.

Sabato, 13 Febbraio 2010 13:34

Johnny, l'alter ego

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Un sodalizio artistico di durata ventennale, con sette film girati dal 1990 a oggi (sette capolavori al crocevia tra fantastico e grottesco, in cui genio visionario del regista forgia mondi popolati da personaggi affascinanti e stravaganti), più uno in fase di realizzazione, Dark Shadows, ispirato a una celebre serie tv sui vampiri andata in onda in Usa dal 1966 al 1971. Sono questi i numeri dell’accoppiata Tim Burton e Johnny Depp: una collaborazione che sembra andare oltre la consuetudine che porta alcuni registi a ricorrere ad un gruppo ristretto di attori prediletti, sfociando in un’autentica partnership creativa.

E’ il 1990 quando l’allora 27enne Johnny Depp (all’epoca uno degli interpreti - idolo delle ragazzine - della nota serie televisiva americana 21 Jump Street, già apparso sul grande schermo inPlatoon di Oliver Stone e prima ancora in Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven) viene scelto da Tim Burton (reduce dal successo del lungometraggio d’esordio Pee-Wee's Big Adventure, seguito a ruota da Beetlejuice – Spiritello porcello e Batman) come protagonista della pellicola Edward mani di forbice, al fianco di una giovanissima Winona Ryder. Ed è qui che scocca la scintilla della feconda sinergia creativa che si svilupperà negli anni a venire. Nel’immagine struggente di una creatura imperfetta, incompleta e reietta dalla società, Johnny Depp scopre un altro sé stesso: il belloccio da rivista patinata si trasforma gradualmente in un attore camaleontico, mentre Tim Burton, firmando quello che per molti è il suo primo vero capolavoro, conquista i favori di pubblico e critica, definendo in maniera sempre più netta i confini del suo cinema, che parla d’incomunicabilità e solitudine, ma anche di sentimenti autentici, inserendo personaggi di grande impatto emotivo in scenografie imponenti dalle forme espressionistiche, esplorando i meandri della fantasia più spinta senza disdegnare i labirinti oscuri della mente umana. Con la commedia Ed Wood (1994), l’accoppiata Tim Burton-Johnny Depp cambia registro, avventurandosi negli orizzonti reali della cinematografia degli anni Cinquanta (l’epoca in cui visse Edward D. Wood Jr, uomo logorato e regista fallito), mantenendo però inalterato il punto di vista, quella stravaganza che getta una luce nuova sulle cose. E se Il mistero di Sleepy Hollow (1999), ispirato a un racconto di Washington Irving, scrive un’altra pagina del loro sodalizio artistico, mescolando sapientemente le atmosfere dark di una storia da brivido con la bizzarra figura del poliziotto Ichabod Crane (Depp), dopo questo film, per cinque anni, le carriere dei due artisti si divideranno, per lasciar spazio a progetti individuali. Ma, a quanto pare, Tim Burton e Johnny Depp non sono fatti per stare lontani. Il 2005, l’anno “del ritorno”, porta sul grande schermo addirittura due pellicole: La sposa cadavere, eccezionale lavoro d’animazione, e La fabbrica di cioccolato, remake, in perfetto stile burtoniano, dell’omonimo film di Mel Stuart. Ed è nell’inedito genere del musical che il regista statunitense ripropone il suo pupillo Depp in Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street(2007), racconto oltremodo grottesco ma diabolicamente appassionante. Oggi, infine, mentre accogliamo nelle sale l’ennesima fatica diretta da Tim Burton, Alice in Wonderland, in cui il trasformista Johnny Depp veste i panni del cappellaio magico, sappiamo che presto rivedremo i due di nuovo insieme nel film Dark Shadows.

L’impressione di fondo è che, lavorando con Johnny Depp, Tim Burton riesca ad esprimere alla massima potenza la sua vivida immaginazione (non che in altre opere la sua forza visionaria resti sopita, anzi, ma il binomio Depp-Burton sembra funzionare come una formula magica, contenente il segreto dell’invenzione creativa e, al contempo, del perfetto equilibrio), e che, allo stesso modo, Johnny Depp, diretto dal suo mentore Burton, s’immedesimi con incredibile naturalezza nei personaggi, infondendo loro quel tocco di unicità che li rende indimenticabili. Facendoci sognare.

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