Le ragioni per cui “Per un pugno di dollari” (1964), capolavoro di Sergio Leone, è entrato nel mito, sono svariate. Innanzitutto esso rappresenta un' opera pionieristica ed insuperabile dello Spaghetti Western, film cardine e modello per decine di registi che si cimentarono nel genere negli anni a venire; la consacrazione di un attore che si rivelerà poi uno dei grandissimi della storia del cinema mondiale, il texano dagli occhi di ghiaccio, Clint Eastwood; quindi la colonna sonora, piena zeppa di pezzi indimenticabili e magistrali, composti dal maestro Ennio Morricone (indimenticabile il fischio del maestro Alessandroni...).
La storia del film è conosciutissima, con le avventure del pistolero solitario Eastwood impegnato nella lotta fra le due famiglie della cittadina di San Miguel, il suo doppiogiochismo, lo scontro con Ramon – Volontè. E' il caso, forse, di soffermarsi sull'estetica del film e sulle ispirazioni di Leone.
Siamo di fronte ad un western di una violenza inusitata per l'epoca; scontri cruenti, diretti, stragi, torture. Leone aveva intrapreso una strada che lo porterà alla rifondazione del genere western, stravolgendo così tutti i suoi archetipi (operazione che è accostabile, con i dovuti distinguo, a “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah, e quindi all'inizio del western crepuscolare, alla fine del mito della frontiera e dell'etica/epica western), creando una sorta di iperrealismo western, carico di ironia (e quanto vada di moda oggi il termine iperrealismo, ogni tarantiniano lo sa...). Il genere prenderà un ulteriore piega dopo il 68, divenendo spesso un vero e proprio genere politico.
Dunque un'estetica innovativa per l'epoca, almeno per quanto riguardava questo genere; nell'innovazione, però, si nasconde un particolare non certo trascurabile: il film di leone è un calco pressochè fedele di un capolavoro di Akira Kurosawa, “Yojimbo” (La sfida del samurai) del 1961. Vi fu una lunga causa fra le due case produttrici (poiché non erano stati acquisiti i diritti per il film di Leone), che si concluse con un compromesso che permetteva alla Toho (casa produttrice di Kurosawa) di avere una percentuale sui diritti di vendita nei paesi orientali (dopo un curioso cavillo legale della Jolly, casa produttrice di Leone, che asseriva che Kurosawa aveva a sua volta copiato la figura dell'eroe doppiogiochista addirittura dall' Arlecchino goldoniano...).
Problemi produttivi sicuramente dimenticabili, però, avendo visto il risultato finale dell'opera. Un'opera magniloquente, fondamentale, che, come detto sopra, fonda un genere (lo Spaghetti), e ne rifonda un altro (il Western), ormai vecchio ed esaurito. Un'operazione cardinale nella storia del cinema, che ridarà vita per anni ad una delle correnti più battute dai grandi registi del passato e che, dopo l'ultimo, crepuscolare Ford, si temeva non avesse più nulla da dire.
Sullo sfondo della guerra di secessione americana, tre fuorilegge dal grilletto velocissimo sono sulle tracce di un tesoro di 200 mila dollari sepolto da un soldato confederato accanto a una tomba nel cimitero di Sad Hill. Tutti e tre sanno qualcosa ma non abbastanza per sbrigarsela da soli, e sono costretti loro malgrado a collaborare a vicenda.
1968: il vecchio Noodles torna a New York 35 anni dopo esservi scappato, portando con sé il rimorso di essere responsabile della morte dei suoi tre fraterni amici Max, Cockeye e Patsy. Inizia per lui un viaggio nel passato che si concluderà in modo inaspettato.
A Sweetwater, dove sta per arrivare il treno, approda una donna di New Orleans pensando di trovarvi il fresco marito e i suoi tre figli: li trova che sono tutti morti, uccisi dal sicario di un magnate delle ferrovie.
Messico: un rozzo peone, illudendosi di svaligiare una banca, viene coinvolto da un dinamitardo irlandese rifugiato in Messico nella rivoluzione di Villa e Zapata.
Il regista del mitoIl cinema dev'essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Sergio Leone Vai all'articolo |
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