Ricordando Fellini

Ricordando Fellini (13)

Il 20 gennaio 2010 avrebbe compiuto 90 anni. Dalla sua Rimini, terra d'infanzia e di ricordi, a Roma, città che lo ha adottato e abbracciato fino alla fine, fotogrammi, immagini e note ricorderanno Federico Fellini. Non a caso l'ultimo film di Bob Marshall, Nine, che lo stesso regista americano ha definito un omaggio a Fellini, uscirà nelle sale italiane proprio in questi giorni. Il 2010 è un anno di ricorrenze importanti per chi ama il regista romagnolo e per tutto il cinema italiano. Il 5 febbraio, infatti, ricorrono i 50 anni dall'uscita nelle sale de La dolce vita. Il 16 marzo, infine, anche Tonino Guerra, coetaneo, grande amico  e  sceneggiatore di Amarcord, E la nave va, Ginger e Fred, compirà 90 anni.

Per ricordare i fasti di via Veneto, a Roma, proprio dal 5 febbraio, è prevista una settimana di degustazioni d’epoca firmate dallo chef Adriano Cavagnini sulla terrazza dell’hotel Eden. Da Roma a Torino per trovare, accanto ai sapori dell'epoca, la mostra "Gli anni della Dolce Vita" che ricostruirà il clima di quella Roma a cavallo tra gli anni '50 e '60. Alla Mole Antonelliana (dal 19 gennaio al 21 marzo) saranno esposti gli scatti di uno dei tanti paparazzi, Marcello Geppetti, che animarono le notti romane di Via Veneto, assieme a ritratti dei protagonisti, rubati nei momenti di pausa sul set del film. Tornando nella capitale, alla Casa del Cinema, il 21 e 22 gennaio, “Omaggio a Federico Fellini a 90 anni dalla sua nascita” con Io lo conoscevo bene, programma di Rosario Montesanti  e Via Veneto Set, La strada, il cinema, la vita di Italo Moscati, assieme alla presentazione del libro FELLINI & FELLINI Da Rimini a Roma, inquilino a Cinecittà.

Il Bif&st (Bari film & tv festival) in programma dal 23 al 30 gennaio, durerà esattamente 8 giorni e mezzo, dedicherà un tributo a Tonino Guerra, e “Fellini 8 ½” è il nome dei premi alla carriera assegnati .

Bisognerà aspettare la primavera, invece, per ammirare a Bologna l'esposizione Fellini, la Grande Parade. La mostra, fino al 17 gennaio a Parigi, prende le mosse da una rassegna di film del regista romagnolo alla Cinematheque francaise, seguita da un ciclo di conferenze e dibattiti all'Istituto italiano di cultura, un cofanetto di dvd da collezione in edizione limitata con documenti inediti e registrazioni attorno alla sua opera. Una “Grande parata” di 400 documenti tra locandine, disegni, schizzi, fotografie del regista e dei suoi film. L'allestimento bolognese, ospitato negli spazi di MAMbo, proporrà, oltre alla rassegna integrale del cinema del regista riminese (Cinema Lumière della Cineteca), presentazione di libri, incontri e tavole rotonde, e accoglierà una sezione del tutto nuova e realizzata appositamente sotto le Due Torri.

E, infine, la sua Rimini, la città che sogna e illude, quella nascosta che ha ispirato la creatività di Fellini e che non ha bisogno di date e ricorrenze per celebrare il suo Maestro.   Nella città natale del regista, sarà proiettato gratuitamente, il 22 gennaio, al Settebello, proprio l'attesissimo Nine. L'evento è organizzato dalla Fondazione Fellini, che ogni anno festeggia il compleanno del grande regista, e nell'ottobre scorso ha inaugurato la Casa-Museo Fellini. Qui, assieme all'archivio Fellini e la biblioteca tematica, si possono ammirare i costumi del film Roma, locandine, foto dai set e i famosi disegni che servivano al regista per fissare le prime idee dei personaggi, assieme, ovviamente, ad una copia del Libro dei sogni. Nel giardino, poi, la sagoma di una nave, con a bordo altri schizzi colorati di Fellini, non può non riportare alla mente il mitico transatlantico Rex di Amarcord. Un viaggio nel passato, una passeggiata da sogno nelle atmosfere felliniane, in attesa che si completi la ristrutturazione del Cinema Fulgor (prevista per il 2012), dove Fondazione Fellini e il relativo Museo avranno finalmente la loro sede definitiva. Un restlyling firmato  Dante Ferretti che ha promesso di ricreare questo storico cinema, che ha fatto da cornice all'adoloscenza e ai film di Fellini, a sua immagine e somiglianza.

Lunedì, 25 Gennaio 2010 01:00

Federico Fellini

Scritto da
News image

Ricordando Fellini

Il 20 gennaio 2010 avrebbe compiuto 90 anni. Dalla sua Rimini, terra d'infanzia e di ricordi, a Roma, città che lo ha adottato e abbracciato fino alla fine...

Vai all'articolo
News  image

Federico Fellini, biografia di un maestro

In molti hanno detto che il 31 ottobre 1993 è morto il più grande regista di tutti i tempi. E c'è chi, pensate, rifiuta, oggi, di mettere piede in una sala cinematografica perchè “il cinema è morto con lui”....

Vai all'articolo
News image

Fellini e il libro dei sogni

Entrando nelle sale dell'Auditorium, la sensazione era, inevitabilmente, quella di iniziare un enorme quanto imprevedibile sogno...

Vai all'articolo
News image

Ginger e Fred

1986. Cinecittà compie cinquant’anni. Nel 1936 ci fu, infatti, la posa della prima pietra per la costruzione dei teatri di posa. In contemporanea esce anche il film di Federico Fellini Ginger e Fred...

Vai all'articolo
Martedì, 19 Gennaio 2010 23:11

Amarcord

Scritto da

Fellini racconta gli anni '30...Se andate a ripescare il trailer di Amarcord, questa frase, accompagnata da immagini contrastanti ed apparentemente slegate tra loro, presenta la pellicola di Fellini, Oscar come miglior film straniero nel 1974. Una frase che è la perfetta sintesi della vasta gamma di storie e personaggi narrati nella pellicola. Per il ritorno nella sua Romagna, dopo aver narrato la provincia ne I Vitelloni, Fellini sceglie di dipingere questo popolo dal “carattere beffardo... che ha nelle vene sangue romano e celtico e un carattere esuberante, generoso, leale e tenace” in un periodo della storia italiana tanto drammatico quanto apparentemente “festoso”. Un insieme di caricature, personaggi, burattini che ruotano attorno alla vita del giovane Titta e vivono all'ombra del regime. Nei sorrisi di plastica della sua famiglia, della Gradisca, della tabaccaia e di tutto il paese all'arrivo del Duce, si cela il ritratto di una felicità forzata assorbita da riti e tabù, a cui tutti guardano con rispettosa accettazione e soltanto qualcuno cerca di opporsi, finendo con il bere l'olio di ricino.

In romagnolo, Amarcord vuol dire “mi ricordo”, e in tanti hanno visto in Titta un alter ego del regista da adolescente. Quello di Fellini, però, non è un racconto nostalgico o retorico di un paradiso perduto, ma di una “Asfittica condizione sociale, miseria culturale e limitatezza ideologica che il fascismo ci ha regalato”.

Le immagini parlano poeticamente in un contrasto di luci e colori che rimanda a svariate sensazioni: la nebbia, il ballo delle odalische, la nevicata, il polline nell'aria, episodi fantastici mescolati ad altri reali come il passaggio del transatlantico Rex, la Mille miglia, l'arrivo del duce in città. Questa Rimini festosa e malinconica fa ridere e riflettere, e alla fine non si può non amare questa storia e le sue piccole e multicolori facce incondizionatamente. Fellini racconta senza dare giudizi.  Bastano le scene magistrali come il passaggio notturno e “magico” del transatlantico Rex, la gita in campagna con lo zio (sublime Ciccio Ingrassia), il ballo davanti al Grand Hotel chiuso, massima espressività del regista. Una menzione speciale, poi, meritano i passaggi che hanno per protagonista la Gradisca: l'oggetto del desiderio rappresentato con stile ed eleganza quasi contrapposte alla vanità e semplicità del rito finale del matrimonio.

Con un indimenticabile colonna sonora di Nino Rota, e una sceneggiatura scritta a quattro mani assieme ad un altro romagnolo doc, Tonino Guerra, Amarcord è una sfilata di volti e luoghi, eleganza e risate, malinconia e riflessione, che il pubblico di tutto il mondo ha amato e ama. I portici del centro storico riminese sono stati completamente ricostruiti a Cinecittà, ma in questa totale finzione Federico Fellini ha detto tanto sull'Italia del fascismo. Un racconto efficace di volti, storie e timori, che è difficile trovare in qualunque libro di storia. Qui c'è l'arte. E ancora oggi il confronto con questo passato fa ridere e provare un po' di pietà per l'Italia di quegli anni. Radice e substrato di quella di oggi.

Martedì, 19 Gennaio 2010 23:12

Federico Fellini, biografia di un maestro

Scritto da

In molti hanno detto che il 31 ottobre 1993 è morto il più grande regista di tutti i tempi. E c'è chi, pensate, rifiuta, oggi, di mettere piede in una sala cinematografica perchè “il cinema è morto con lui”. Non importa quanto queste affermazioni possano sembrare esagerate, perchè che Federico Fellini sia stato un regista fondamentale nella storia del cinema italiano e mondiale è fuori discussione. Su di lui si è scritto tanto, forse tutto. E anche il contrario di tutto. Per lui, in realtà, parlano i suoi film. Ogni scena emoziona, fa ridere, commuovere, stupisce come la prima volta.  Una sequenza che sorprende ancora, una battuta che fa riflettere come se fosse pronunciata oggi.

Una vita vissuta tra Rimini, città dell'adolescenza, guardata con nostalgia e ironia, e Roma, che lo accoglie e diventa set ideale della maggior parte dei suoi lavori.

Pensare che da ragazzo nemmeno ci pensava a mettersi dietro ad una macchina da presa. La scrittura sì, invece, era già una sua grande passione. Figlio di un rappresentante di commercio romagnolo e una casalinga di origini romane, Federico Fellini, dopo gli studi classici, inizia a collaborare con giornali e riviste, come disegnatore di vignette: dalla "Domenica del Corriere" al famoso "Marc'Aurelio". Si avvicina così al mondo dello spettacolo e della radio, dove conosce, fra gli altri, Aldo Fabrizi, Erminio Macario e Marcello Marchesi, e scrive i primi copioni. Ma proprio in radio, nei corridoi della Eiar, incontra lei, Giulietta Masina. E' il 1943 e Federico e Giulietta (all'anagrafe Giulia Anna Masina) si sposano in quello stesso anno. Fiumi di parole sono stati scritti su questa grande unione, un rapporto fortissimo nella vita e sul set. Per capirlo basta riguardare i loro sguardi che si incontrano quella notte del 29 marzo 1993, a Los Angeles, quando, davanti a tante stelle di ieri e di oggi, il regista romagnolo riceve il premio Oscar alla carriera. “ Non posso ringraziare tutti. Lasciatemi fare soltanto un nome, di un'attrice che è anche mia moglie. Grazie cara Giulietta e per favore smetti di piangere!”, sono le parole del regista romagnolo che accanto al suo “Marcellino” (Mastroianni, ndr) è protagonista di quello che sarebbe stato il suo commiato.

Tornando agli anni della guerra, Fellini collabora con numerosi registi tra cui Roberto Rossellini, contribuendo alla sceneggiatura di Roma città aperta e Paisà. Con Alberto Lattuada, invece, esordisce alla regia all'inizio degli anni '50. Luci del varietà (1951) è di certo un film minore ma che, guardato a posteriori, è già un catalogo di quelli che saranno i temi dell'universo felliniano. Luci, ma anche ombre, di un mondo che Fellini conosce bene, quello dello spettacolo. L'anno successivo arriva l'esordio vero e proprio alla regia con Lo sceicco bianco: dalle luci della capitale ad atmosfere lontane, allontanandosi dalla tradizione neorealista, disegnando personaggi al tempo stesso caratteri. La storia dell'infatuazione di una giovane provinciale per un personaggio dei fotoromanzi, permette un ritratto ironico della vita e dei sogni della piccola borghesia. Con I vitelloni (1953), Fellini torna in provincia e alla sua terra d'origine, con un sentimento misto di nostalgia e repulsione verso la Romagna e i suoi “caratteri”. Il suo nome comincia a  varcare i confini nazionali e viene conosciuto all'estero. Passano pochi anni e anche da Hollywood arriva la consacrazione definitiva. Con La Strada (1954), infatti, arriva il primo Oscar. Nel film Anthony Quinn e Giulietta Masina interpretano due artisti girovaghi attraverso l'Italia degli anni '50. Anche nella pellicola che porterà al suo secondo Oscar, Le notti di Cabiria, la protagonista è Giulietta Masina, che interpreta una prostituta ingenua e generosa, e troppo spesso delusa. Una parentesi con Il bidone (1955) per arrivare al film simbolo di un'epoca: La dolce vita (1959), fotografia impietosa degli anni del boom e del dominio della Dc. E' l'inizio del sodalizio con quello che diventerà il suo attore preferito: Marcello Mastroianni.  Nel 1963 arriva, poi, quello che, da molti, è considerato il capolavoro assoluto, l'apice del racconto cinematografico felliniano: 8 e 1/2 (1963) che gli consegna il terzo Oscar. i film successivi sembreranno sempre meno riusciti se confrontanti a quest'ultimo, ma tutti ugualmente espressivi e importanti da collocare nell'universo del regista. Dall'analisi junghinana dell'universo femminile di Giulietta degli spiriti (1965) al viaggio nell'antichità del Satyricon (1969).  Da Toby Dammit (1967), episodio da incubo ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe a Roma (1972), racconto visionario della capitale attraverso i ricordi di una provinciale. Ma nei viaggi ideali e reali di Fellini c'è ancora spazio per tornare a Rimini, e con Amarcord (1973) il regista firma un ritratto spietato e ironico dell'Italia gli anni '30, in una summa di “romagnolità”: una Rimini e un'Italia che purtroppo o per fortuna, non ci sono più.  Seguono Il Casanova (1976), Prova d'orchestra (1979), La città delle donne (1980), E la nave va (1983), Ginger e Fred (1986), e Intervista (1987). Il testamento cinematografico di Fellini è La voce della luna (1990): riflessione lucida e drammatica sul presente attraverso lo sguardo di due emarginati (Paolo Villaggio e Roberto Benigni) in un lungo viaggio notturno. Un buio che sembra preannunciare che dopo ci sarà solo il silenzio. Che ancora oggi e sempre ci aiuterà a capire un qualcosa in più del mondo fantastico di Federico Fellini. A riavvolgere il nastro per rivedere. Stupendoci ancora una volta.

Martedì, 19 Gennaio 2010 23:13

Fellini e il libro dei sogni

Scritto da

Entrando nelle sale dell'Auditorium, la sensazione era, inevitabilmente, quella di iniziare un enorme quanto imprevedibile sogno. Una mano immaginaria a guidare lungo il viaggio in una mente geniale, catturati improvvisamente da quelli che dovevano essere semplici schizzi. Colori tanto forti quanto abbaglianti che contrastavano con le tinte calde dell'autunno romano. L'opera grandiosa e, al tempo spesso, estremamente privata di Federico Fellini si svelava così al pubblico, con la mostra Fellini Oniricon – Il libro dei miei sogni. Era il 2007 e i disegni del regista riminese erano stati accolti alla “Festa” del cinema di Roma. Poi la sua Rimini, Padova, fino ad arrivare, nel gennaio 2009 negli Usa.
Il libro dei sogni è semplicemente il diario di Federico Fellini. Ciascuno di noi affida al diario i segreti e i sogni più nascosti, i progetti e i desideri. Così fa Fellini, nel libro tenuto dal 1960 all’agosto 1990, anno del suo ultimo film, La voce della luna. Sogni e incubi che prendono forma attraverso disegni e schizzi dai mille colori. “Segnacci, appunti affrettati e sgrammaticati” come lui stesso li definì. Due libri di diverso formato (il più piccolo, 35x26, il più grande 49x35) in cui Fellini, spronato anche dall’analista junghiano Ernst Bernhard, annotò le proprie fantasie notturne. Temi ricorrenti nei suoi film, fatti e protagonisti dell'Italia di quegli anni. Tra i coloratissimi tratti della matita del regista si legge, ancora una volta, la fantasia e il genio di un artista unico nella sua creatività.

Dai toni scuri e apocalittici all'”amarcord” della sua terra con immagini e schizzi della città natia, passando, ovviamente per la sua Giulietta, donna simbolo dell'universo femminile, raffigurata, tra le altre, in bellissima immagine che la vede travestita da mago, un ritorno all'infanzia e alla fiaba tipico dei personaggi felliniani. Dall'unica donna della sua vita, a quelle dei suoi film, della sua immaginazione: figure procaci, sensuali, more e bionde, ossessioni erotiche, che provocano desiderio e suscitano gioia. Nei sogni di Fellini, poi, non mancano gli incontri con personaggi famosi. Il regista ne evoca circa un centinaio: da Picasso a Simenon, da Strehler a Orson Welles, Eduardo, Totò e Vittorio De Sica. Si tratta di veri e propri ritratti, con un'impressionante capacità di fotografarne i caratteri in modo quasi caricaturale. E poi un ritorno continuo al sogno e al cinema. Fino all’ultimo ciak di Fellini, per i tre spot per la Banca di Roma, ritrovati direttamente nel Libro dei sogni, con Paolo Villaggio bloccato al volante in una galleria che crolla, a pranzo sui binari e mentre si trova di fronte ad un leone piangente. Gli amici, i colleghi, le persone che per caso incrociano la sua strada. Nei suoi sogni e nei suoi incubi, insomma, c'era spazio per tutti.
Non sarebbe giusto definirlo un testamento, piuttosto una confessione. Nel Libro dei sogni Fellini si svela senza pudori attraverso un'arte semplice quanto impressionante. Il lettore, che non è altro che il regista stesso, non può non essere arricchito. Un privilegio poterlo apprezzare per cogliere qualcosa in più sui temi, i personaggi e le storie dei suoi film, la sua storia. In un viaggio visivo davvero unico che riempie gli occhi e la mente.

Martedì, 19 Gennaio 2010 23:15

Ginger e Fred

Scritto da
1986. Cinecittà compie cinquant’anni. Nel 1936 ci fu, infatti, la posa della prima pietra per la costruzione dei teatri di posa. In contemporanea esce anche il film di Federico Fellini Ginger e Fred, protagonista della festa per di “compleanno” degli Studios italiani.  Nella foto la riproduzione di un bozzetto che Fellini aveva disegnato per l’occasione.

Amelia e Pippo, in arte Ginger e Fred, quarant’anni prima si erano fatti un nome ballando tip-tap nei locali di avanspettacolo.  Nel  film di Fellini i due ormai sessantenni, si sono persi di vista, ma la Tv decide di ospitarli in un grandioso spettacolo natalizio, dove si rivedono dopo molti anni per rifare il loro numero. Si comprende ben presto che al centro della scena stanno in realtà la figura del presentatore e la pubblicità.

Ginger e Fred è un film sul sentimento più profondo dell’uomo, la nostalgia e nel contempo una feroce satira della volgarità e della cultura consumistica che Fellini detestava. I personaggi, interpretati da Mastroianni e  dalla Masina,  sono solo dei disegni che restano segnati in un mondo perduto, senza avere un punto di riferimento, incapaci di accettare quel tempo.

Anche se sono trascorsi un po’ di anni, Ginger e Fred,  sono molto attuali, anticipando una forma di comunicazione, ove la televisione commerciale  che insegue il profitto è mostrata come emblema  di forme dominanti ed alienanti della nuova cultura di massa. Il film è  pervaso da un cupo pessimismo di fondo, mitigato solo dalla dolcezza dei due protagonisti, dai loro pensieri malinconici e nostalgici, trasfusi nel tango, definito un pensiero triste che si balla. In questo caso a dar l’anima a questo pensiero sono  Ginger e Fred

.

Martedì, 19 Gennaio 2010 23:16

La voce della luna

Scritto da

Ivo Salvini si aggira di notte per la nebbiosa campagna della Bassa Padana, medita e ricorda. Nel suo continuo peregrinare, ha modo di imbattersi in una serie di svariati personaggi: l'amata Aldina, che non lo ricambia, lo stravagante oboista che vive nel cimitero del paese, il giovane Nestore che riflette osservando il mondo dall'alto dei tetti...

Incontra poi l'ex prefetto Gonnella, grottesco pensionato tormentato dalle paranoie, che si unisce al viaggio più onirico che reale di Salvini, improvvisato “ispettore di pozzi”, in bilico perenne tra sogno e realtà.

Insieme i due osservano la vita con attenzione e attraverso incontri, ricordi e immagini, assistono ai riti di un tempo, come la festa del paese, le fiere e gli scherzi, filtrati da una modernità caotica e rumorosa, assordante come la musica di una discoteca, vacua e superficiale come l'allora già imperante tv.

Entrambi rappresentano due facce del regista romagnolo, che alla vigilia dei suoi settant'anni si invaghisce di un soggetto insolito, la follia attuale del mondo rurale espressa da Ermanno Cavazzoni ne “Il poema dei lunatici”, per raccontare la natura più da vicino, le stagioni, la pioggia, la terra, il giorno e la notte visti da lui attraverso gli occhi e le parole di due personaggi insoliti, un po' folli e un po' raminghi, sognatori e disillusi, ingenui e paranoici.

Salvini e Gonnella, interpretati non a caso da due comici all'apice della loro carriera (rispettivamente Roberto Benigni, reduce dal clamoroso successo de Il Piccolo Diavolo e Paolo Villaggio, già leggendario Fantozzi) intraprendono un percorso a ritroso verso la vera natura dell'uomo, ponendosi interrogativi a tratti ingenui sulla vita, la morte, i diversi.

Al caos della civiltà moderna, distratta e superficiale, si contrappongono  silenzio e campagna, alla musica da discoteca, valzer e violini.

“Il ballo è una dichiarazione d'amore”, solo la poetica inventiva di un regista come Fellini poteva concepire una scena memorabile come l'incursione dei due protagonisti in una discoteca. Gonnella, sconsolato, si fa largo lentamente tra la giovane folla, accalcata e sorda, e solo per qualche attimo la musica di Johann Strauss interrompe i ritmi assordanti, per soccombere poco dopo, inevitabilmente travolta da un implacabile, rumoroso disordine.

In un susseguirsi di apparizioni, ricordi e visioni, Salvini e Gonnella meditano sulla realtà, sulla superficialità  delle chiacchiere inutili, sulle istituzioni tronfie e distratte, sul desiderio di apparire fine a se stesso. Avvertono con dolore la dilagante perdita dell'individualità per omologarsi a una collettività indifferente, dove ci si dimena per gridare, emergere, prevaricare.

Fellini punta il dito contro il sistema della televisione e non solo, ma lo fa a modo suo, con umorismo e malinconia. Il risultato è un poetico lungometraggio a torto considerato pessimista.

Con una summa dei temi a lui più  cari: la verace Romagna, i sogni e le suggestioni legati al mondo dei vivi e a quello dei morti, il maestro invita lo spettatore al raccoglimento per celebrare in silenzio il fascino e il mistero di mille voci, oltre la propria.
Martedì, 19 Gennaio 2010 23:17

8 ½

Scritto da

Nessuno prima di Federico Fellini aveva pensato che un flusso di coscienza potesse essere tradotto in linguaggio cinematografico. Nessuno prima di lui era stato tanto geniale da trasformare una crisi di creativa in creatività stessa. Nessuno prima di lui aveva realizzato un film/non-film. Nessuno prima di lui aveva girato Otto e mezzo.

Dopo sette pellicole e una mezza (l'episodio del film corale Boccaccio '70, Le tentazioni del dottor Antonio), Fellini avrebbe voluto realizzare un film che descrivesse i pensieri, i sogni e l'immaginazione di un uomo. L'idea era abbastanza imprecisa e confusa e la messa in pratica era altrettanto complicata. Anche il titolo era impossibile, tanto che Fellini si accontentò di nominare il progetto "Otto e mezzo", proprio perchè la pellicola veniva dopo altre sette più le mezza.

Dopo aver perso parecchio dell'iniziale entusiasmo, l'autore stava per gettare la spugna quando ecco il lampo di genio: raccontare la vicenda di un regista che perde l'ispirazione e non sa che fare. Guido Anselmi, interpretato da un magistrale Marcello Mastroianni, seccato da un mare di gente che gli pone domande alle quali non sa, non vuole o non può rispondere, con la testa piena di idee divergenti, di impressioni, di sensazioni, di desideri nascenti, diventa allora la proiezione di Fellini stesso.

L'idea metafilmica dell'impossibilità  di girare un film, diventa quindi l'unico modo per l'autore di ordinare ed interpretare la realtà che lo circonda e il cinema, l'unico linguaggio attraverso il quale è in grado di esprimersi. Tutti i tormenti che possono distruggere le energie di un regista prima delle riprese vengono quindi enumerati: i rapporti con la moglie, l'amante, l'ambiente di lavoro, gli estranei, la nausea, la pena, l'angoscia con cui vive questi rapporti e lo sforzo per mettervi ordine e darvi un senso.

Considerato indubbiamente uno dei massimi contributi a quel rinnovamento espressivo che ebbe luogo nel cinema tra gli anni '50 e '60, Otto e mezzo è stato definito dalla critica "il Ben Hur del cinema d'avanguardia". Esprimere un giudizio su questo film è un'impresa non poco complicata dal momento che la pellicola propone una miriade di chiavi di lettura, a dimostrazione della profonda differenza che esiste fra ciò che è importante per se stessi e ciò che di se stessi è importante per gli altri.

Visivamente e musicalmente straordinaria, il film riesce oltretutto a toccare con apparente leggerezza diversi temi come la morte, l'arte, l'amore, i sogni, la felicità. Un film sempre attuale che entra nel profondo per restarvi per sempre, che si potrebbe vedere e rivedere senza stancarsi mai, scoprendo sempre cose nuove
Martedì, 19 Gennaio 2010 23:19

La città delle donne

Scritto da

Bilancio felliniano della lotta femminista degli anni 60’-70’, La città delle donne fu presentato fuori concorso a Cannes nel 1980, suscitando, com’era prevedibile, un coro di polemiche. Protagonista della vicenda è Snaporaz - ovvero un cinquantenne Marcello Mastroianni, ancora una volta alter ego di Fellini - che durante un viaggio in treno, conosce una misteriosa signora e decide di seguirla, scendendo in un'irreale stazione in mezzo alla campagna. Ha inizio così la simbolica esplorazione del misterioso mondo delle donne secondo Federico Fellini. Seguendo la sconosciuta, Snaporaz si ritrova in un albergo nel bel mezzo di un congresso femminista. Mastroianni-Snaporaz diventa qui la vittima prescelta di signore che nulla hanno in comune con l’immagine della donna sensuale e femminile dell’immaginario felliniano. Le femministe incarnano la vendetta per le colpe millenarie dell’intero genere maschile. L’imputato è Snaporaz: attaccato e offeso, ingiuriato e sbeffeggiato, solo dopo varie traversie  riesce a fuggire raggiungendo il castello di Katzone, una sorta di guru dell'eros che sopravvive nell'adorazione di una femminilità ormai perduta, rappresentata dalla sua collezione di conquiste - un'incredibile galleria delle donne possedute, con tanto di  diapositive a colori e il suono registrato dei gemiti amorosi, per ognuna uguali e diversi - custodita con scientifica metodicità, in attesa del ritorno di un’era . Nella tenuta di Katzone, Mastroianni rivede anche la moglie, noiosa e vicina alle idee delle “nuove donne”. Non restano che i ricordi a poter salvare Snaporaz. Immagini di le donne seducenti, donne guardate con desiderio con occhi da adolescente; donne fertili, tonde come una terra madre. Le donne mongolfiera che volano via sull’arena del processo a Snaporaz. Qui una giuria feroce di femministe condanna lui e il suo immaginario atavico. Ma Snaporaz non muore, si sveglia, salvo, sul treno, davanti alla moglie. Il femminile che lo circonda non sembra così ostile nei suoi confronti. A parte un leggero e costante biasimo, un senso sottile di superiorità non più celato che Snaporaz-Mastroianni sembra sapere non essere poi così lontano dalle donne del suo incubo rivelatore.

E’ stato un film molto complesso per Fellini La città delle donne, mai tempi storici più ideologici potevano incontrare la sua straordinaria capacità di dire le cose dando forma a immagini-sogni. Mai muse più sognate incontrarono rappresentazioni reali più lontane: il lato cattivo del femminismo( se così possiamo definirlo) a cui tanto dobbiamo. Oggi più che mai, noi figlie di femministe, noi giovani donne dovremmo ringraziare Fellini per la sua rappresentazione profana della donna. Una  cultura della differenza fatta della stessa pasta dei sogni.

Martedì, 19 Gennaio 2010 23:21

La dolce vita

Scritto da

Il film che ha dato il nome ad un'intera stagione della società e della cultura romane e italiane, che ancora oggi viene citato anche magari a sproposito quando si parla di stili di vita edonistici praticati senza pensieri dagli strati privilegiati della popolazione. Un film che ha una scena citatissima e memorabile (il bagno nella fontana di Trevi) e un'altra che fece scalpore (lo spogliarello alla festa), ma che merita di essere visto o rivisto per intero per il ritratto d'epoca e l'analisi morale che offre.

Marcello Rubini, giornalista che sogna di diventare scrittore ma che intanto si arrangia per guadagnare, lavora a Roma seguendo vari eventi, emblematici di quei tempi. A Roma c'è ancora spazio per la religione e il sentimento popolare, e quando una gigantesca statua di Gesù vola sopra la città tutti si fermano a guardarla, così come occorre fare un reportage su due bambini che nei prati di una borgata sostengono di aver visto la Madonna.

Ma Roma è anche la città del divismo, e Marcello, pur avendo una fidanzata, Emma, che per altro trascura, si sente attratto dalla bellissima diva hollywoodiana Sylvia, con la quale passa una serata memorabile con tanto di bagno nella fontana di Trevi, peccato che in albergo ci sia il fidanzato di lei, manesco.

Roma è anche la città delle feste dell'aristocrazia e dei nuovi ricchi, durante le quali avvengono trasgressioni come spogliarelli e simili, o di famiglie bene che suscitano l'ammirazione di Marcello, salvo poi essere teatro di drammi da cronaca nera. E alla fine ci si può trovare su una spiaggia per l'ennesimo scoop e vedere una ragazzina innocente come unica speranza di purezza e di un futuro migliore, senza riuscire a capirla.

La dolce vita, film che suscitò polemiche per la commistione di sacro e profano, la sensualità, la schiettezza con cui metteva in scena i vizi di un mondo invidiato e invidiabile, è il ritratto di un'epoca in cui Roma, capitale di un Paese uscito sconfitto dalla guerra e diventato la sesta potenza industriale mondiale, era un luogo da sogno, tra un passato glorioso come storia e arte e un presente sensuale e opulento, anche se con dietro spesso un vuoto esistenziale profondo, che porta un professionista a sentirsi sminuito dal suo lavoro e suscita tragedie familiari all'apparenza senza senso.

Marcello è Marcello Mastroianni, nel suo ruolo forse più famoso, allegro e disperato, disincatato e voglioso di esperienze, sguardo implacabile su un microcosmo che sconvolge, affascina, strazia. Anita Ekberg diventa un sex symbol grazie a questo film, e anche se la sua carriera non conoscerà altri picchi di fama resterà un'icona proprio per quel famoso bagno nella fontana. Tra gli altri personaggi spiccano altri volti di donne, Anouk Aimée, Nadia Gray, Yvonne Furneaux, Valeria Ciangottini, rappresentanti femminili di una città e di una vita, vittime e protagoniste di un sistema che inghiotte vite e umanità.

Testimonianza d'epoca ma anche storia morale sul vuoto di un mondo invidiabile, La dolce vita è per molti il punto di arrivo del cinema di Fellini, un ritratto di una sua umanità dolente e godereccia, in cerca di un riscatto ma in fondo ripiegata sul suo destino perché incapace di cambiare, come Marcello, che non riesce a cogliere le frasi forse di speranza che gli dice una bambina dopo una notte di follia sulla spiaggia.

doppioschermo

Questo sito web non rappresenta una testata giornalistica perchè viene aggiornato senza alcuna periodicità fissa. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Tutti le immagini usate in questo sito sono copyright dei rispettivi proprietari e concesse gratuitamente.