Il 29 Maggio 2010 ci ha lasciati uno dei più grandi attori e registi della storia del cinema: Dennis Hopper, ragazzaccio dalla vita spericolata e primo rappresentante della cosiddetta New Hollywood che negli anni ’60 segnò il profondo cambiamento dell’industria cinematografica d’oltreoceano.
Nato a Dodge City, nel Kansas, il 17 Maggio del 1936, il suo avvicinamento alla settima arte non fu per niente facile: nonostante, infatti, il suo debutto a meno di vent’anni nel classico Gioventù Bruciata(1955) con James Dean (dopo un piccolo ruolo ottenuto un anno prima in Johnny Guitar), l’attore-regista mostrò subito di non riuscire ad instaurare rapporti sereni con i compagni di lavoro. In particolare, duri furono gli scontri con Henry Hathaway, regista di L’uomo che non voleva uccidere (1958) e di I quattro figli di Katie Elder (1965) in cui il regista accettò di far recitare Hopper solo perché espressamente voluto da John Wayne, che lo portarono a tentare nuove vie, tra cui quella della fotografia.
Il suo sogno, però, rimase vivo e nel 1956, dopo aver girato l’ultimo film accanto all’amico James Dean, Il Gigante, Hopper si trasferì a New York per frequentare l’Actor’s Studio che non sembrò però scalfire il suo carattere burbero e poco propenso ai compromessi. L’unica via fu quindi quella di girare in prima persona un film e il risultato fu Easy Rider (1969), ancora oggi considerato uno dei capolavori della cinematografia degli anni ’60, un manifesto della gioventù ribelle figlia di quella voglia di cambiamento e libertà che segnò tutto il mondo. Costato appena quattrocentomila dollari, racconta le avventure on the road di due amici, Dennis Hopper e Peter Fonda, che attraversano in moto gli Stati Uniti incontrando lungo la loro strada anche un giovanissimo Jack Nicholson. Premiato al Festival di Cannes come migliore nuovo regista, il film ottenne anche la candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura, ma rappresentò soprattutto il trampolino di lancio per Hopper che proseguì la sua carriera girando due anni più tardi il documentario autobiografico American Dreamer e Fuga da Hollywood, rivelatosi però un flop in patria.
Gli anni del successo corrisposero anche agli anni degli eccessi e Hopper si trasformò in icona maledetta, a causa soprattutto dell’uso di alcol e droghe che in dieci anni gli permisero di partecipare soltanto a due film di spessore: L’amico americano (1977), prima trasposizione del romanzo di Patricia Highsmith Il gioco di Ripley diretto da Wim Wenders e Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola dove Hopper interpretò un fotoreporter.
Gli anni ’80 lo rividero dietro la macchina da presa con Out of the Blue (1980), storia di una ragazza alle prese con una madre drogata e un padre incestuoso (lo stesso Hopper) per cui l’attore ricevette la candidatura alla Palma d’Oro al Festival di Cannes; nel 1983 tornò a collaborare con Coppola in Rusty Il Selvaggio per poi tornare “ se stesso” due anni più tardi in Ritorno alla quarta dimensione in cui interpreta un anziano hippy. Fu però nel 1986 che Hopper tornò alla ribalta con la splendida interpretazione del killer psicopatico Frank Booth in Velluto Blu di David Lynch: Booth racchiude in sé tutta la follia dell’uomo Hopper che per primo, letta la sceneggiatura, disse che non poteva che interpretarlo lui. E’ un uomo che vive costantemente attaccato a un bombola d’ossigeno da dove però passano anche droghe di tutti i tipi, un sadico impotente che violenta le sue vittime con la mano con eccessi sadomasochisti (durante la violenza infila un pezzo di velluto blu nella bocca sua e della vittima). Uno di quei mostri che spingono addirittura uno dei protagonisti del film a chiedersi “Perché esistono persone come Frank?” e che permisero a Hopper di entrare di diritto tra gli indimenticabili di Hollywood.
Sempre nel 1986 l’attore partecipò a Non aprite quella porta 2, seguito del fortunato film di Tobe Hooper, e a Colpo vincente per cui ricevette anche una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Un anno più tardi girò La vedova nera di Bob Rafelson e diresse Colors – Colori di guerra con Robert Duvall e Sean Penn. Nel 1989 fu ancora una volta dietro la macchina da presa e protagonista in Ore contate in cui è un killer che si innamora della propria vittima (Jodie Foster).
Gli anni ’90 cominciarono con Il cuore nero di Paris Trout (1991), coraggioso dramma razzista in cui Hopper veste i panni di un commerciante xenofobo la cui lucida e cinica follia riporta ogni tanto al Frank Booth di Velluto Blu. Un anno più tardi interpretò ancora una volta un killer in Red Rock West per poi fare un salto nel fantastico con Super Mario Bros ispirato all’omonimo videogioco. Nel 1993 fu la volta diUna vita al massimo di Tony Scott (sceneggiato da Quentin Tarantino) dove Hopper è un coraggioso padre che si fa uccidere piuttosto che svelare a un boss il rifugio del figlio e di Basquiat, biopic sulla vita del pittore Jean-Michel Basquiat. Il 1994 fu l’anno della sua ultima regia in Una bionda sotto scorta, ma soprattutto di Speed in cui Hopper tornò ancora una volta nei panni dello psicopatico, questa volta intenzionato a far esplodere un autobus pieno di gente. Il ruolo di mad boy sembrò stargli a pennello, così un anno più tardi lo ripropose nel fantascientifico Waterworld in cui Hopper è il capo dei terribilismokers, una sorta di pirati di un mondo ormai sommerso. Nel 1996 interpretò un investigatore chiamato Howard Philip Lovecraft in Witch Hunt – Caccia alle streghe (1996) di Paul Schrader, poi partecipò aBlackout (1997) di Abel Ferrara e infine, nel 1999, recitò in Ed Tv di Ron Howard.
I primi anni del nuovo millennio lo hanno visto impegnato in ruoli secondari, tra cui quello di Kaufman in La terra dei morti viventi (2005) di George A. Romero, e diviso tra cinema e tv. Nonostante nel 2002 gli fosse stato diagnosticato un tumore, l’attore ha trovato il tempo per contrarre il quinto matrimonio e per avere la quarta figlia. Dopo una lunga battaglia e un’ultima apparizione in pubblico avvenuta il 26 marzo di quest’anno in occasione della consegna della stella con il suo nome sulla Hollywood Walk of Fame al fianco del suo amico di sempre Jack Nicholson, l’attore si è spento nella sua casa di Venice (quartiere di Los Angeles) all’età di 74 anni.
Sguardo fisso, fintamente allucinato. Sagacia nutrita da un linguaggio forbito. Arguto e pungente, Ascanio Celestini si accinge a varcare la soglia del Festival di Venezia. Il 2 settembre infatti, alla 67esima edizione della kermesse cinematografica sarà in concorso con il film “La pecora nera”.
In programma per giovedì 2 settembre alle ore 16.45 in Sala Grande e il 3 settembre alle ore 13.45 al Palabiennale, il lungometraggio racconta le memorie e le storie di chi ha vissuto in manicomio, un viaggio tra la più fervida immaginazione e la concretezza abominevole di paure insormontabili.
“Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. In questi scampoli di realtà, è così che uno dei protagonisti, Nicola, racconta i suoi 35 anni di “manicomio elettrico”, e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato in quelli che definisce “i favolosi anni Sessanta”. Secondo il racconto cinematografico realizzato da Celestini, il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori , un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura.
Dopo aver pubblicato per Einaudi il libro omonimo, Ascanio Celestini si mette dietro la macchina da presa per raccontare le vite di coloro che hanno conosciuto l’esperienza nel manicomio.
Prodotto da Madeleine, in collaborazione con Rai Cinema, BIM Distribuzione coprodotto da Alessandra Acciai, Carlo Macchitella e Giorgio Magliulo, il film è stato riconosciuto di interesse culturale con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale per il Cinema.
Sul grande schermo ad interpretare i protagonisti di un mondo tra realtà e finzione anche lo stesso Celestini insieme a Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Nicola Rignanese, Barbara Valmorin. Per la prima volta sullo schermo Luigi Fedele, con l’amichevole partecipazione di Teresa Saponangelo.
Un progetto che nasce nel 2005 cambiando forma e genere, La pecora nera nasce come piece, sale sul palcoscenico di molti teatri andando in replica più volte, diventando poi sceneggiatura per un film da presentare al Ministero.
Dopo otto anni di interviste sull’istituzione manicomio, fatte dal magistrale paroliere Celestini, nel luglio scorso viene anche pubblicato il libro dvd omonimo, mentre viene ultimato il montaggio del film in concorso a Venezia.
L’avevamo lasciato ai monologhi dalle sembianze di favole durante il programma di Parla con me di Serena Dandini, le sue argute e piacevolmente irriverenti analisi hanno parlato di lotta di classe e di razzismo. Da domani lo vedremo in anteprima sul grande schermo, ancora una volta al servizio di una denuncia di disumanità non troppo lontana nel tempo.
La madrina della mostra del cinema di Venezia è Isabella Ragonese, nemmeno trentenne (è nata a Palermo nel 1981), uno dei volti più amati e meno stereotipati del nuovo cinema italiano e europeo.
Di strada del resto ne ha fatta, questo volto poco mediterraneo e più simile ad un'anglosassone, perfetta sia nel dramma che nella commedia, sia in abiti moderni che antichi, interessata al mondo della recitazione in tutte le sue sfaccettature. Nel 2000, giusto dieci anni fa, si diploma in recitazione presso lo studio Teatès, e oltre alla recitazione si interessa anche a scrivere e dirigere testi teatrali per l'interpretazione, come aveva già mostrato due anni prima, nel 1998, ad appena 17 anni, vincendo il primo premio del concorso nazionale INDA (Istituto nazionale dramma antico) con un saggio sulla figura di Ecuba nel teatro classico.
Ma se il teatro è il grande amore della vita di Isabella, è dal cinema che ottiene i successi più conosciuti, che le valgono l'affetto del pubblico e la considerazione della critica. Nel 2006 debutta con un ruolo secondario in Nuovomondo, film sull'immigrazione dalla Sicilia all'inizio del Novecento. Il successo arriva due anni dopo con Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, ritratto agrodolce del precariato e della sottoccupazione contemporanea, dove Isabella si fa notare pur avendo accanto attrici forse più vistose come Micaela Ramazzotti e Sabrina Ferilli per il suo ruolo di neolaureata in filosofia alle prese con i gironi infernali e truffaldini dei call center.
I successivi ruoli sono conferme: è a fianco di Aldo, Giovanni e Giacomo ne Il cosmo sul comò, interpreta la protagonista di una storia d'amore dilatata in Dieci invernidell'esordiente Valerio Mieli e la fanciulla ottocentesca alle prese con un amore saffico con Valeria Solarino in Viola di mare di Donatella Maiorca. Quest'anno è stata Elena, la moglie dal tragico destino di Elio Germano in La nostra vita e la vedremo in Un altro mondo per la regia di Silvio Muccino e Il primo incarico, diretto da Giorgia Cecere, presentato a Venezia.
Non velina, non attratta dal cinema commerciale, Isabella Ragonese rappresenta ottimamente un cinema che sa piacere al pubblico senza squalificarsi, che sa attirare pubblico nelle sale facendolo pensare, appassionandolo, divertendolo e commuovendolo con storie piccole o grandi del mondo di oggi o di ieri.
Riuscire a cogliere lo spirito del nostro tempo attraverso un cinema capace di scandagliare i linguaggi, i temi e gli stilemi della cultura contemporanea. E' questa insieme la sfida e la promessa della 67ma Mostra del Cinema di Venezia, che si traduce sia in un'attenzione particolare alla sperimentazione e più in generale alle nuove tendenze del cinema internazionale (a cui è dedicata la rinnovata sezione "Orizzonti") e italiano (protagonista della sezione "Controcampo italiano"), sia in uno sguardo meno severo e sostanzialmente più aperto verso il cinema commerciale.
Per quanto riguarda nello specifico il concorso di lungometraggi "Venezia 67", che vede in lizza per il leone d'oro 24 pellicole (una delle quali ancora sconosciuta), uno dei primi fattori che ha attirato l'interesse dei media è stato quello anagrafico: la media d'età dei registi è probabilmente la più bassa degli ultimi anni e a spiccare per la sua corposa presenza è una corposa generazione di talentuosi 40enni, dal 44enne spagnolo Alex de la Iglesia, che presenta Balada triste de trompeta al 47enne vietnamita Anh Hung Tran con Noruwei no mori(Norvegian Wood), dal 45enne tedesco Tom Tykwer – molti lo ricorderanno per l'innovativo Lola corre (1998) - che presenta il lungometraggio Drei al cileno Pablo Larrain, che in realtà di anni ne ha solo 34 e arriva a Venezia col suo terzo film, Post mortem.
Tuttavia, se si osserva con un occhio meno superficiale l'elenco dei film in gara, un altro elemento dominante e ridondante è quello del ritorno. Il ritorno a Venezia, ad esempio, di un altro 40enne (per l'esattezza 41), Darren Aronofsky con Black Swan dopo il successo di The Wrestler (Leone d'Oro nel 2008). Oppure quello di Sofia Coppola, che torna al Lido con l'attesissimo Somewhere a sette anni da Lost in Translation (che venne presentato alla Mostra nel 2003 nella sezione "Controcorrente"). O, ancora, il ritorno del francotunisino Abdel Kechiche che, in concorso con Venus noire, ha legato alla kermesse veneziana sia il suo film d'esordio Tutta colpa di Voltaire (selezionato nel 2000 ne "La settimana della critica"), sia il successo recente di Cous Cous (in concorso nel 2008). Si può parlare di ritorno anche per il regista francese Francois Ozon, che si presenta con Potiche a anni da 5x2 cinq fois deux. E, guardando in casa nostra, spicca il ritorno di un frequentatore a intervalli piuttosto regolari del festival, ossia Carlo Mazzacurati (a lui il Leone d'Argento nel 1994 con Il toro).
Di un altro tipo di ritorno, ossia quello dietro la macchina da presa dopo un lungo silenzio si può invece parlare per il regista statunitense Monte Hellman (dal suo ultimo film, Iguana, sono passati 22 anni), che presenta Road to Nowhere; sulla stessa linea arriva la definitiva conferma del ritorno all'attività del regista polacco Jerzy Skolimowsky, che ha rotto un silenzio quasi ventennale nel 2008 con Four Nights with Anna e ora porta a Venezia il suo Essential Killing. Di nuovo dietro alla macchina da presa anche Vincent Gallo, in concorso con il suo terzo film da regista, Promises Written in Water, dopo i successi di The Brown Bunny (2003) e Buffalo '66 (1998).
Passando invece al comparto degli italiani in lizza per il Leone d'Oro, balza subito all'occhio che, a differenza delle altre sezioni dove si assiste ad un notevole incremento dello spazio dedicato del nostro cinema, qui il numero degli ammessi alla gara resta esattamente lo stesso dello scorso anno, ossia quattro pellicole. Abbiamo infatti Ascanio Celestini con La pecora nera, Saverio Costanzo che si cimenta con l'adattamento cinematografico del best seller di Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi; Mario Martone con Noi credevamo e, infine, Carlo Mazzacurati con La passione. Tutti film che, almeno sulla carta, appaiono promettenti, potendo contare su cast di prim'ordine (tra i tanti interpreti segnaliamo Luigi Lo Cascio, Toni Servillo, Giuseppe Battiston, Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Giorgio Tirabassi).
Scorrendo rapidamente il programma delle altre sezioni appare inoltre degna di nota l'attenzione del "Fuori concorso" al genere documentario, peraltro sui temi più vari: da quello dedicato a Luciano Ligabue di Piergiorgio Gay a quello di Martin Scorsese e Kent Jones su Elia Kazan fino al lavoro di Giuseppe Tornatore su Goffredo Lombardo. Riflettori puntati anche sul film d'apertura, Machete di Robert Rodriguez, su quello di chiusura, The Tempest di Julie Taymor, e su Vallanzasca di Michele Placido.
Al festival di Cannes il mondo del cinem
a si era mobilitato per la sua scarcerazione. Ora Jafar Panhai ha lasciato la prigione, ma non e’ libero di lasciare l’Iran. Il Paese non gli ha concesso il visto per Venezia, dove avrebbe dovuto presentare il suo corto, The Accordion.
"Nonostante sia stato rilasciato, non sono ancora libero di viaggiare fuori dal mio Paese e frequentare festival cinematografici", ha scritto il regista, considerato un dissidente dal regime di Teheran, in un messaggio inviato alla Mostra, e letto in apertura alle Giornate degli Autori . "Inoltre – aggiunge - mi e' stato ufficialmente proibito di fare film negli ultimi cinque anni. Quando a un filmmaker non e' consentito girare film, e' come se fosse la sua mente fosse incarcerata".
Il regista, Leone d’Oro nel 2010 con Il Cerchio, a distanza ringrazia "la comunità internazionale di cineasti per il loro generoso supporto mentre ero in carcere. Nonostante la mia prigionia sia stata un'esperienza molto amara, mi e' stato di grande conforto capire che noi filmmaker e amanti del cinema di tutto il mondo, nonostante le differenze culturali, siamo una comunita' unita che parla una lingua sola".
Intanto gli organizzatori delle Giornate degli Autori hanno lanciato una petizione a sostegno del regista iraniano ed invitano tutti a sottoscriverla.
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Tutti i festival cinematografici ci hanno abituati a premi collaterali di ogni genere, il più delle volte dettati dagli sponsor, che spesso hanno come unico scopo quello di allungare la lista dei premiati. Ad affiancare i riconoscimenti ufficiali dell'edizione numero 67 della Mostra di Venezia c'è però quest'anno un altro premio, collaterale, che ha tutt'altro significato. Si tratta del Mouse d'Oro, il premio della critica online ideato nel 2009 dal web magazine Hideout e portato avanti da 40 tra le migliori webzine italiane a tema cinematografico. Il numero di testate partecipanti non deve spaventare perché in Italia le webzine di cinema sono tantissime e spesso si tratta di prodotti editoriali interessanti e all’avanguardia che vivono soprattutto dell’entusiasmo e della volontà di giovani autori capaci e dallo sguardo nuovo.
Il premio, nato al fine di promuovere l’autorevolezza di queste testate, ha fatto già la sua comparsa lo scorso anno alla Mostra di Venezia e ai Festival di Roma e Torino, ma non in veste ufficiale di premio collaterale. Il risultato di quest'anno è un riconoscimento al lavoro di tutte le testate che, seppur con diverse linee editoriali, sono animate da uno spirito collaborativo e sono unite dall’amore per il cinema. Un lavoro costante che le porta a fornire quotidianamente informazioni e analisi critiche, con l'obiettivo di far conoscere e promuovere film e autori che rispecchiano maggiormente i gusti di un pubblico sempre più interessato e consapevole.
Il premio, che verrà assegnato al miglior film in concorso (Mouse d'Oro) e al miglior film fuori concorso (Mouse d'Argento), è assegnato sulla base ai voti espressi dai collaboratori delle varie testate presenti al festival. La classifica, aggiornata in tempo reale, è consultabile al sito ufficiale del premio: www.mousedoro.it
Ecco l'elenco completo delle webzine che hanno già aderito:

A teatro ha dato voce alla storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale raccontato da un operaio che viene assunto in fa bbrica per sbaglio. Nella piece Fabbrica nella singolare forma epistolare, Celestini aveva recitato la storie vere di famiglie e umanità latente.
Il primo spettacolo scritto ed interpretato dall’attore romano risale al 1998 con Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini. Lo spettacolo racconta di un padre ed un figlio che compiono un viaggio da Foggia a Roma, parlando e mangiando prodotti poveri , un viaggio che si connota come iniziazione alla morte, attraverso i racconti che il padre rivolge al figlio. Nasce così l’animo di affabulatore di Celestini. Si delinea la sua indole a crittografare emozioni e realtà di personaggi e situazioni.
Ascanio Celestini è diplomato dal 1991 dal Liceo Classico, dopo gli studi universitari in lettere con indirizzo antropologico ha scelto di collaborare in veste di attore ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo p del Montevaso tra cui Giullarata dantesca e la rilettura dell'Inferno di Dante alla maniera dei comici dell’Arte.
Ma la maturità introspettiva e narrativa di Celestini arriva anche in opere quali Radio clandestina. Roma , le Fosse ardeatine, la Memoria. Scritto diretto e interpretato da Ascanio Celestini, lo spettacolo teatrale andando indietro nel tempo ha scandito una storia iniziata alla fine dell’ottocento. È la storia dell’occupazione che non finisce con la liberazione di Roma. È la storia degli uomini sepolti da tonnellate di terra in una cava sull’Ardeatina e delle donne che li vanno a cercare, delle mogli che lavorano negli anni ‘50 e dei figli e dei nipoti che quella storia ancora la raccontano.
L’intensità di un autore come Celestini quindi, si forma a teatro, si rende nota al grande pubblico tramite il piccolo schermo, per approdare, poi, al cinema. La sua singolare capacità di cantastorie letterato, senza vestirsi dei panni di intellettuale, si costella di numerosi premi nel corso della sua carriera, tra cui il Premio Gassman come miglior giovane talento, il premio Oddone Cappellino per il testo teatrale "Le Nozze di Antigone" e vari altri premi per i suoi testi tra i quali il Premio Satira Politica, il premio Flaiano o il Premio Trabucchi alla Passione Civile.
I suoi monologhi che spesso concludevano il programma serale “Parla con me”, il talk show di Serena Dandini in onda su Rai 3, hanno trovato anche spazio in radio. In particolare con Bella Ciao. Storie Precarie di lavoratori fantastici Celestini ha posto in scena una storia corale. Le vite di Mara, Cecilia, Maurizio, Valerio ed Emanuela accompagnate dalle musiche di Roberto Boarini al violoncello, Gianluca Casadei alla fisarmonica,Matteo D’agostino alla chitarra.
Un cantastorie fedele ad una realtà cruda, a volte spietata, che trova il giusto peso in parole emozionali.
Si possono amare due persone contemporaneamente? Esiste una linea di confine oltre la quale una coppia, per quanto aperta, cessa di essere tale e si trasforma in un'entità multipla, in un insaziabile intreccio di relazioni in cui quella che all'inizio appare la timida evasione di una notte s'insinua in modo sempre più vorace e più pregnante nella normalità, in un reticolo convulso di perversione, desiderio e dipendenza?
Sono queste le domande alle quali prova a dare una risposta il regista francese Antony Cordier con la pellicola Happy Few, che racconta la storia di due coppie sposate, Rachel e Franck e Teri e Vincent che, senza troppi preamboli, si buttano a capofitto in un rapporto a quattro nel quale i rispettivi ruoli si scambiano senza regole e senza pudore.
Un tentativo di per sé intrigante, che tuttavia gradualmente scivola in una serie di eccessi che rendono addirittura fastidiosa l'ostentazione sistematica dei corpi nudi e vulnerabili dei protagonisti, imbarazzante fino alla noia l'insistente soffermarsi della macchina da presa sulle loro performance sessuali, che si fanno sempre più imprudenti e sempre più ardite.
La sceneggiatura regala alcuni scambi di un cinico ma efficace ottimismo, strappando qualche risata in platea, e il film, soprattutto nella prima parte, cattura per il suo sguardo disincantato e senza veli, che sceglie di dare un bel calcio alle convenzioni e al falso bigottismo, avventurandosi coraggiosamente in un territorio oscuro dominato da fantasie voluttuose e inconfessate, dietro le quali si celano le paure e fragilità di ogni individuo.
Poi, però, la trama rivela qualche debolezza e le lunghe sequenze amorose appaiono improvvisamente ripetitive e sgraziate. La chimera della libertà sessuale rivela la sua inconsistenza, creando un vuoto straniante e pieno di squilibri nel quale l'anima (dei personaggi ma anche della storia raccontata) si perde.
L'impressione è che il film inizi a vacillare, sia dal punto di vista narrativo che da quello puramente estetico, proprio quando il gioco erotico sfugge di mano ai protagonisti.
Né le ottime interpretazioni degli attori (su tutti brilla la stella ammaliante di Elodie Bouchez), né il finale (che ovviamente non sveliamo) sono in grado di riscattare l'opera del trentasettenne Antony Cordier che, fattosi notare a Cannes nel 2005 con Douches Froid, difficilmente quest'anno lascerà un segno a Venezia.

E' un uomo piacente e un attore di successo, ha soldi a palate, una schiera di belle donne pronte a cadere ai suoi piedi al primo schiocco di dita. Eppure la vita di Johnny Marco (interpretato dal fascinoso Stephen Dorff) è vuota. Vuota di emozioni, vuota di interessi, vuota di relazioni autentiche. E totalmente priva di senso.
Sotto i fitti strati d'ovattata apparenza che avvolgono la sua esistenza (dai vizi ai “diversivi” profumatamente pagati, dal lusso sfrenato alle premurose attenzioni del personale di servizio), rimane ben poca cosa. Lunghi silenzi imbarazzati, interminabili ore trascorse in solitudine, una galleria di monotone giornate sempre uguali.
"I'm not a person". “Non sono una persona”. Queste parole, pronunciate dallo stesso protagonista nella seconda metà del film, rispondono alla domanda che allo spettatore medio probabilmente frulla in testa fin dalle prime scene: ma come può un uomo vivere così? Come può un'esistenza trascinarsi in un modo così assurdamente inutile?
A spezzare il ritmo monocorde del racconto è l'arrivo di Cleo (una strepitosa Elle Fanning, sorella minore di Dakota), la figlia undicenne di Johnny. Più che da padre, con lei Johnny si comporta come un compagno di giochi, anzi, tra i due è sicuramente la ragazzina a dimostrarsi più matura. Tocca a Cleo preparargli la colazione; è lei che lo guarda storto quando si ritrova controvoglia faccia a faccia con una giovane donna (la bella Laura Chiatti) che evidentemente è passata dal letto del padre; è lei, ancora, che lo ammonisce, singhiozzando e gridando: "Tu non ci sei mai".
Eppure, all’improvviso, Johnny sente di esserci. E, forse, da qualche parte (ecco il “somewhere” del titolo), c’è l’opportunità di ricominciare.
Sofia Coppola torna a Venezia con un film profondo e intelligente che riprende alcuni temi già affrontati, con la delicatezza e la classe che la contraddistinguono, in Lost in Translation (2003): i tempi morti; la vita nei non-luoghi, ossia in ambienti impersonali e spersonalizzanti; la noia; le difficoltà di relazione e comunicazione.
Tuttavia, nel disagio adolescenziale di Cleo e nel suo rapporto sofferto con un padre assente, fagocitato dalla celebrità e dagli impegni professionali, sembrano esserci gli echi di un'altra pellicola firmata dalla regista (Il giardino delle vergini suicide, 1999) e, chissà, forse, “da qualche parte”, anche qualcosa di più intimo, legato al vissuto personale o alle fantasie infantili di un’altra ragazzina, che oggi si conferma una regista di rara raffinatezza e di grandissimo talento.
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