“E’ bello sentirsi indipendenti”- esordisce così Alessandro Haber alla presentazione della IX EDIZIONE DEL ROMA INDEPENDENT FILM FESTIVAL – “ma è difficile restare indipendenti quando la logica dominante spinge al compromesso”. Prendendo atto di questa realtà, il RIFF non si limita a offrire alle opere in concorso la visibilità legata alla partecipazione a un festival affermato, ma promuove attivamente le produzioni indipendenti, costituendo un luogo d’incontro e confronto tra autori, produttori e distributori.
Dall’8 al 16 Aprile al NUOVO CINEMA AQUILA di Roma si confronteranno nelle varie sezioni 150 opere tra lungometraggi, documentari, cortometraggi e film di animazione. Molti i premi offerti dai numerosi partner, tutti diretti con sostegno finanziario o produttivo a favorire le opere indipendenti. Da sempre aperto al mondo del cinema indipendente internazionale, quest’anno il RIFF propone una sezione dedicata al nuovo cinema spagnolo, in collaborazione con l’ISTITUTO CERVANTES di Roma che mette in palio anche lo SHORT SREENPLAY AWARD per la Miglior Sceneggiatura. Accanto a tre opere prime (8 Dates di Pedris Romano e Rodrigo Sorogoyen, 25 Carat di Patxi Amezcua e Return to Hansala di Chus Gutierrez) sarà presentato La vergüenza di David Planell, candidato a tre premi Goya.
Il carattere internazionale del RIFF è sottolineato anche da MONICA STRANIERO del MI.BAC, che per l’ottavo anno consecutivo ha deciso di dare il proprio contributo al Festival: “Sostenendo il RIFF – ha affermato la rappresentante del Ministero- ci allineiamo anche alle direttive dell’Unione Europea per la tutela della diversità culturale, poiché grazie a queste iniziative può essere data visibilità a film purtroppo senza distribuzione che costituiscono una parte importante del nostro patrimonio culturale”. “I festival sono un circuito alternativo fondamentale” – ribadisce l’Assessore alla Cultura della Regione Lazio GIULIA RODANO – “attraverso cui si possono far conoscere film che raccontano un paese come il nostro che ha veramente bisogno di essere raccontato. Purtroppo in Italia questo tipo di cinema è penalizzato da una situazione oligopolistica sia dal punto di vista produttivo che distributivo”.
La GIURIA è composta sia da rappresentanti delle Istituzioni sia da “addetti ai lavori” che rappresentano un elemento fondamentale per rendere fruibili al pubblico opere e talenti altrimenti costretti in un circuito più ristretto. Quest’anno il RIFF produrrà anche un dvd “RIFF ON TOUR” ed è prevista la predisposizione di pacchetti di opere a fini commerciali indirizzati a televisioni satellitari e web. Distribuire e far conoscere le opere portate in concorso è uno degli obiettivi del RIFF, un festival che vuole “proseguire dopo la sua fine” nelle parole di FABRIZIO FERRARI, Presidente dell’Associazione Culturale RIFF.
Tra i lungometraggi stranieri in concorso ricordiamo Fish Tank di Andrea Arnold (Vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes e del Premio BAFTA come Miglior Film Britannico) e Everyone Else di Maren Ade (Vincitore dell’Orso d’Argento allo scorso Festival di Berlino). Interessanti anche le opere italiane in concorso, che spaziano da film coprodotti da Rai01 come 18 anni dopo di Edoardo Leo a opere girate con un budget di venticinquemila euro come Amore liquido di Luca Cattaneo. In concorso anche La strategia degli affetti di Dodo Fiori e Velma di Piero Tomaselli. La varietà dell’offerta è uno dei punti di forza del RIFF, che quest’anno ha particolarmente curato le sezioni documentari e cortometraggi italiani.
Tra i documentari ricordiamo, per il forte impatto sociale, Via Volontè n.9 di Lorenzo Scurati sul dramma delle occupazioni abusive e Tutti giù per aria di Francesco Cordio, cassintegrato Alitalia che ha usato il mezzo documentario per raccontare i retroscena, mai trattati dai mass media “tradizionali”, del fallimento della compagnia di bandiera. Atteso anche Terra Reloaded di Beppe Grillo sul tema dello sfruttamento ambientale. Ancora più ricca la sezione cortometraggi italiani, un genere che negli ultimi anni registra un livello di qualità crescente. Ritroviamo anche qui una vitale varietà di prodotti, tutti comunque all’insegna della qualità. Adriano Giannini, regista di Il gioco, ricorda che “l’indipendenza non deve restare un valore in sé ma deve produrre lavori comunicativi” e l’universo dei corti presentato al RIFF lo testimonia. “CRESCERE” di MARCO BISCARDI è stato girato con ventidue euro, Il vincitore di Davide Labanti ha trovato i finanziamenti necessari vincendo bandi di fondazioni private mentre 19 giorni di massima sicurezza di Enzo De Camillis ha potuto essere realizzato grazie al contibuto della "Settima Arte" di Claudio Saraceni e alla disponibilità dell'intera troupe (compresa Luisa Ranieri) a lavorare senza compenso ma con la convinzione di star partecipando a un progetto importante.
Accanto alle opere italiane, la IX Edizione del RIFF presenta una sezione dedicata ai CORTOMETRAGGI INTERNAZIONALI e ai CORTOMETRAGGI DI ANIMAZIONE, oltre che ai corti realizzati dalle scuole di cinema, offrendo un focus a 360° sulla situazione produttiva. L’attenzione alle produzioni e ai mercati esteri è presente anche nell’INTERNATIONAL DOCUMENTARY FILM COMPETITION dedicata ai documentari stranieri tra cui ricordiamo Intifada NYC di David Teague, Vucciria di Markus Lenz e Maria y el nuevo mondo di George Walker Torres.
L’elemento caratterizzante questa edizione del RIFF è però l’organizzazione di tre incontri/dibattiti sulle tematiche della produzione e distribuzione. Si inizia con “REGISTI A 75MM” sulle nuove produzioni dedicate alla televisione e al web, estremamente flessibili nella lavorazione, veloci ad adattarsi al mercato e orientate a target prevalentemente stranieri. Si prosegue poi con il FORUM SULLA DISTRIBUZIONE INDIPENDENTE che vedrà la partecipazione di produttori internazionali, distributori italiani e rappresentanti dell’Associazione Italiana Cinema. Infine, è data visibilità alle PROFESSIONI DEL SET con un incontro dedicato a quelle maestranze e figure professionali indispensabili alla realizzazione di un film ma, per vari motivi, meno note e tutelate.
Con il suo ricchissimo programma e le sue iniziative, il RIFF 2010 appare non solo un festival di cinema indipendente ma un laboratorio creativo e uno spazio di dibattito aperto a tutti coloro che amano il cinema in ogni sua forma. L’organizzazione ha predisposto quest’anno dei pass diversi per ogni esigenza: dall’ingresso singolo disponibile a 3€ fino al Vip Pass per chi desiderasse partecipare a tutte le proiezioni e agli eventi collegati. Non vogliamo infatti dimenticare che i film, tutti, sono girati con fatica e passione per essere infine portati in sala e offerti al pubblico.
Secondo lungometraggio, dopo Red Road, della regista britannica Andrea Arnold, autrice anche della sceneggiatura, Fish Tank segue alcune settimane della vita di Mia (l’esordiente Katie Jarvis), quindici anni passati nelle case popolari di un’imprecisata periferia dell’Essex con una madre (Kierston Wareing) che scivola lentamente nell’alcolismo e una sorella più piccola con un futuro che sembra già segnato. Quando la madre di Mia porta a casa un nuovo uomo (Michael Fassbender) l’instabile equilibrio di tutta la famiglia inizia a vacillare.
Non sappiamo nulla di Mia, né cosa sia successo alla sua famiglia né quali eventi la abbiano portata a essere allontanata dalla scuola: anche dopo aver visto una parte della sua vita la lasceremo senza sapere, né poter intuire, cosa sarà di lei. Il punto di vista dello spettatore, narrativamente e stilisticamente, è quello della ragazza e ci restituisce la sensazione di smarrimento e frustrazione che Mia prova nei suoi giri senza meta nel quartiere. Andrea Arnold gioca molto bene con le inquadrature, dandoci prima la visione dell’ambiente così come appare a Mia e poi girando intorno ai personaggi, inserendoli in uno scenario di degrado e incoscienza di cui si alimenta la banalità del male.
Né bella né brutta, né buona né cattiva come ogni adolescente, Mia non ha alcun controllo sui suoi impulsi come sulla realtà che la circonda. In questo scenario, la musica e il ballo non sono mezzi di riscatto ma lo sfogo per una rabbia difficilmente contenuta. Danza e alcool, nella prima parte del film, hanno la stessa funzione: dimenticare la frustrazione di un’esistenza senza scopo e senza veri affetti. Ma il sollievo di un ballo, una sbronza o di una persona che sembra prendersi cura di te è inesorabilmente momentaneo. E’ però proprio nell’uso della musica e delle coreografie che Fish Tank ha il suo elemento migliore e più innovativo, diventando un interessante e anomalo musical in cui gli elementi musicali e narrativi si integrano perfettamente.
Mia cercherà nella danza il modo per comunicare con le persone che la circondano, con fiducia e disperazione. Qui abbiamo il primo ribaltamento degli stereotipi: non ci sono premi o punizioni per Mia, sia che cerchi di fare la cosa giusta sia che si abbandoni alle peggiori inclinazioni umane, perché ciò che le è reso impossibile è esattamente ottenere un riscontro sano dal mondo in cui vive. La sceneggiatura ha il grande merito di non presentarci nessuno dei personaggi di Fish Tank, e meno di tutti la protagonista, come vittime ma riesce a rappresentare un mondo la cui “malattia” è vaga, indefinita e per questo ancor più opprimente.
Facendo leva sui luoghi comuni, Andrea Arnold dipinge una serie di personaggi e situazioni classiche (la madre alcolizzata, il ragazzo sbandato ma buono, l’adulto apparentemente simpatico ma irresponsabile), spingendoli fino al limite della banalità per ribaltarli un attimo prima di cadere nel già visto. L’indubbia capacità registica e il livello della recitazione non impediscono però alla tecnica di diventare ripetitiva, e lo stesso schema narrativo ripetuto per la terza o la quarta volta non emoziona più lo spettatore. Vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, Fish Tank è un film notevole ma furbo (rivelatrice l’inquadratura finale), che riesce comunque a gestire brillantemente molti temi forti e a rappresentare con esattezza l’ambiguità dei sentimenti di un’adolescente senza alcun punto di riferimento.
La regista tedesca Maren Ade sceglie per il suo secondo lungometraggio un’ambientazione totalmente diversa da quella del suo primo lavoro (The forest for the trees): nel sud della Sardegna una giovane coppia tedesca sta trascorrendo le vacanze estive nella villa di famiglia del ragazzo. Chris (Lars Eidinger) ha fama di brillante architetto ma la sua indecisione gli ha appena fatto perdere un’importante commessa, Gitti (Birgit Minichmayr), che per la sua interpretazione ha vinto l’Orso d'argento come miglior attrice allo scorso Festival di Berlino) lavora come PR per uno sconosciuto gruppo musicale indipendente. I due si vogliono molto bene e il loro amore coinvolge lo spettatore, che vorrebbe continuare a vederli amarsi: merito dell’interpretazione dei due protagonisti, nella prima parte del film ritmo del racconto e storia procedono con equilibrio.
Ma quello che Everyone else racconta è la dissoluzione di una coppia, la quotidiana tragedia di due persone che stanno bene insieme senza avere nulla in comune. Chris è gentile e afasico, Gitti vitale e insopportabile: ognuno dei due desidera che la loro relazione funzioni e per questo è disposto ad adattare la sua natura ma anche a plasmare l’altro secondo i propri desideri. Maren Ade (autrice anche della sceneggiatura) indaga l’antico gioco della sopraffazione e si/ci chiede quando le normali irritazioni e impuntature quotidiane diventano autentiche, piccole violenze. Lentamente, la storia inizia ad avvitarsi su se stessa come una spirale: Gitti non appare più così simpatica, e poco dopo è Chris a non sembrare più un uomo tanto gentile.
L’incontro con una coppia di amici, Hans e Sana (Hans-Jochen Wagner e Nicole Marischka), spinge Chris e Gitti ad affrontare la loro infelicità. Si dice che tutte le coppie felici siano uguali, ma che ogni coppia infelice lo sia a modo suo. Hans e Sana non sono esattamente una coppia da invidiare: come tutti i personaggi del film hanno due facce, che non li rendono ambigui ma normali. Tuttavia, attraverso il confronto con un’altra coppia, Gitti e Chris si renderanno conto che alcune infelicità sono più solide ed efficaci di altre. Nell’esatto momento in cui la coppia entra nella fase di dissoluzione Maren Ade rallenta il ritmo, quasi in un meccanismo di slow motion narrativo. Se questa è una precisa scelta di regia, tuttavia toglie al film tanto quanto ha dato finora. Manca a Everyone else un cambio di ritmo che lo differenzi da altre opere incentrate su temi, situazioni e ambientazioni simili.
Da un film indipendente ci sia aspetta anche l’innovazione, e purtroppo Everyone else (premiato con l'Orso d'argento) non stupisce. Nonostante gli ottimi dialoghi, la spietata spirale del progressivo allontanamento della coppia nella seconda parte del film si ripiega su se stessa, più per effetto della scrittura che della regia. Dopo 120 minuti di film, lasceremo tranquillamente Chris e Gitti alla loro nomale infelicità.
Con Due rive una sola voce David Riondino riprende la collaborazione, già sperimentata in Otello all’improvviso-Viaggio tra i poeti improvvisatori di Cuba, con il poeta cubano Alexis Diaz Pimienta. Grazie all’invito dell’Accademia dell’Ottava (accademia di letteratura orale che organizza anche corsi d’improvvisazione poetica) si sono incontrati in Italia i poeti Diaz Pimienta, Efrain Riveron e Roberto Garcia, questi ultimi due in rappresentanza dell’emigrazione cubana a Miami. Sottotitolo del documentario è, infatti, “controversia tra improvvisatori di Cuba e Miami”: seguendo l’antica e amata tradizione della Decima i tre protagonisti si sfidano a colpi d’improvvisazioni su temi suggeriti dal pubblico, nel corso di un tour tra Siena e Roma.
Girato nell’arco di soli tre giorni, Due rive una sola voce condensa in settanta minuti un’esperienza spettacolare da cui si esce commossi e storditi. Riondino accende la telecamera e documenta, con partecipazione e semplicità, un’esplosione di creatività allegramente “sopra le righe” per la nostra cultura o forse solo per le nostre abitudini. La Decima è una forma di poesia popolare in cui l’improvvisazione nasce da una grande tradizione e si nutre di una forte disciplina che implica sia lo sforzo di un continuo miglioramento sia il rispetto per il poeta “avversario”. Affrontando il tema dell’emigrazione politica da Cuba, Pimienta e gli esuli Riveron e Garcia non si risparmiano frasi molto pesanti (si accusano nel corso delle disfide di essere spie o vigliacchi) ma senza mai scadere nell’offesa. Quando si improvvisa la vera sfida è con se stessi, e nello spazio della poesia non c’è tempo per la violenza.
Nonostante la vitalità trasmessa dalle sfide, si percepisce nitidamente il rimpianto di chi, pur non pentendosi della propria scelta, non può rientrare nel suo paese. La poesia e la sofferenza uniscono le due rive di un solo mare (Cuba e Miami distano novanta miglia nautiche) e non è meno forte la difficoltà di chi ha deciso di restare in patria e, pur orgoglioso della sua decisione, non può fare a meno di avere dei dubbi sulla realtà che sta vivendo. “Due rive una sola voce” non è però un documentario a tesi, bensì una testimonianza dell’importanza che l’educazione alla creatività individuale ha nel costruire una civiltà condivisa.
L’ammirazione per la creatività altrui diventa automaticamente rispetto: anche lo spettatore è ammutolito dall’abbondanza di ritmo e parole che percorre questo breve racconto. Riondino gira con mezzi semplici, che rendono comunque l’atmosfera genuina del viaggio e delle sfide poetiche. Due rive una sola voce sfugge con intelligenza alla tentazione del documentario “educativo” e apre una finestra su un mondo ricco e molto complesso lasciando lo spettatore con il desiderio di poter vivere l’esperienza senza la mediazione del mezzo cinematografico. Per un documentario, il miglior successo.
Per il secondo anno consecutivo il Roma Independent Film Festival dedica uno spazio all’informazione e al dibattito sui temi della produzione e distribuzione cinematografica europea. Il Forum del 12 Aprile è stato coordinato dal’avvocato Leonardo Paulillo e diviso in due sezioni, la prima dedicata alla co-produzione inter-europea e la seconda alle criticità della distribuzione nel mercato europeo delle opere nazionali e co-prodotte. Scopo del Forum, nelle parole dell’avv.Paulillo “parlare di come fare film e non solo dei problemi che non ce li fanno fare”.
Ospiti della prima sezione tre produttrici europee con esperienze nella co-produzione: Janine Jackowski (produttrice di “Everyone Else”), Ankica Juric Tilic (partecipante al progetto “Producers on the Move”) e per l’Italia Giorgia Priolo (FilmKairos). Janine Jackowski ha sottolineato le difficoltà della co-produzione, legate alla necessità di coordinare, innanzi tutto, le norme delle diverse legislazioni coinvolte: oltre al vero e proprio accordo di co-produzione si devono infatti stringere numerosi accordi bilaterali con i partners stranieri. Inoltre, i Fondi Statali Europei per la co-produzione (sia quelli gestiti direttamente dal Ministeri competente sia quelli autonomi) hanno criteri di selezione diversi per la concessione di finanziamenti, e spesso tempistiche differenti per l’analisi delle richieste e in relazione al momento in cui deve intervenire la sovvenzione.
Ankica Juric Tilic ha portato come esempio l’esperienza della Croazia, il cui Ministero ha creato un Fondo autonomo, stabilendo regole severe in relazione all’entità del finanziamento richiesto al partner straniero e alla quota del budget di produzione da spendere nel paese finanziatore. Il nuovo sistema del Croatian Audiovisual Center ha permesso al paese di aumentare la produzione cinematografica per i lungometraggi a una media di sei/dieci film all’anno. Un’altra criticità, percepita da tutti i partecipanti al Forum, risiede nella difficoltà di incontrare possibili partner produttivi: il contatto umano è fondamentale per gettare le basi di una collaborazione. In quest’ottica, i festival rimangono un’occasione importante per stringere relazioni.
Il dibattito del Forum ha evidenziato un altro problema legato all’ambito più propriamente creativo: la co-produzione richiede spesso agli autori di adattare gli script all’esigenza di “internazionalizzare” il film. Interviene sull’argomento David Planell (autore di “La Verguenza” e candidato con questo film ai premi Goya come Miglior Regista Esordiente) sottolineando la difficoltà per l’autore di creare personaggi di una cultura non conosciuta, o di scrivere una storia ambientata (e girata) in luoghi con cui non ha familiarità. Questa “europeizzazione” artificiale danneggia l’idea originale, lì dove l’opera dovrebbe nascere da un reale interscambio culturale. Planell si augura che gli autori del nuovo cinema europeo possano scrivere film autenticamente internazionali, soggiornando per alcuni periodi nei paesi dell’Unione e traendo ispirazione da questa esperienza.
Presenti all’incontro anche Ana Isabel Palacios e Diego Rodriguez Blasquez, rappresentanti del progetto “Cine Espanol en Ruta”. Il progetto è nato dalla constatazione che, al di fuori delle grandi città della Spagna, i film spagnoli non sono distribuiti nei cinema. “Cine Espanol en Ruta” ha creato quindi una rete distributiva in 70 città, proiettando gratuitamente i film di autori nazionali e pagando i diritti al distributore grazie ai fondi ottenuti dal Ministero della Cultura. La rete di sale è costituita da centri di cultura e spazi dedicati, anche grazie alla collaborazione degli Enti Locali. L’esperienza dell’associazione di Palacios e Blasquez introduce il difficile tema della distribuzione non solo di film d’autore nazionali ma anche dei film europei co-prodotti, che devono spesso cercare nuove modalità distributive e nuovi mercati. I due aspetti sono strettamente legati, in quanto alla “europeizzazione” richiesta all’opera nella fase produttiva spesso non si accompagna il sostegno di una distribuzione europea.
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Il Forum della IX Edizione del RIFF dedicato a “La nuova produzione europea indipendente” ha destinato la seconda delle due sezioni del 12 Aprile ai temi della distribuzione cinematografica in Italia e nell’Unione Europea e dei nuovi scenari legislativi. Attraverso la partecipazione di produttori provenienti da varie realtà e di rappresentanti degli organismi pubblici di promozione, il Forum coordinato dall’avv.Paulillo ha messo in evidenza i punti critici del meccanismo di circolazione delle opere audiovisive indipendenti.
Una recente novità legislativa in supporto al settore è costituita dall’introduzione del Tax Credit per gli investitori privati non operanti professionalmente nel settore dell’audiovisivo. La produzione può sfruttare il finanziamento di un investitore che entra con un contratto di associazione in partecipazione: senza acquisire i diritti del film, l’investitore parteciperà però degli incassi in percentuale pari a quella dell’investimento effettuato. Con l’agevolazione del Tax Credit, il finanziatore potrà scalare il 40% del suo investimento avvalendosi dei crediti d’imposta: il rischio finanziario è quindi diminuito, ed è aumentata la percentuale del possibile rientro economico. Il sistema incoraggia la partecipazione finanziaria di soggetti di per sé estranei al mondo della produzione cinematografica e desiderosi di parteciparvi solo economicamente. Per informare di questa e altre novità è stato predisposto un desk informativo presso l’ANICA.
Il tema centrale della sezione del Forum è però costituito dall’analisi della difficile situazione della distribuzione delle opere indipendenti in Italia. Claudia Bedogni (Cinecittà Luce) rileva la forte concorrenza tra le opere che si contendono le sale: per emergere in un mercato tanto vasto il film deve avere una caratterizzazione molto forte, ed essere venduto come un evento. Tuttavia, anche film di qualità con queste caratteristiche spesso non riescono a ottenere un adeguato ritorno economico: emblematico il caso di “Lourdes”, film commentato da tutti ma visto da pochi. Claudia Bedogni sottolinea anche due altri aspetti correlati: l’importanza del box office e la scomparsa dei pattern di distribuzione “tradizionali”. Ci sono opere che, per la loro natura, si affermano tramite il passaparola: per questi film l’affluenza di pubblico nelle sale non può essere immediata. L’esigenza di avere un rientro economico nei primissimi giorni di programmazione deve essere posticipata, e questo è un rischio per l’esercente. Inoltre, un film “debole” al box office ha attualmente difficoltà a recuperare parte delle perdite con l’uscita in home video, mentre i new media non sono ancora in grado di fornire un rientro economico adeguato.
La scomparsa dei circuiti tradizionali di distribuzione al di fuori della sala di prima visione è anche al centro dell’intervento del rappresentante della Roma Lazio Film Commission. Fino a pochi anni fa, l’esistenza di circuiti di seconda o terza visione (sia nelle grandi città sia in provincia) permetteva, ai film che non avevano realizzato immediatamente grandi incassi, una “ripresa”. Il sistema favoriva così anche la produzione di film che, nella peggiore delle ipotesi, avrebbero potuto prolungare la loro vita in questi circuiti. Oggi la risorsa primaria per questi film è la vendita dei diritti alle televisioni, con tutto ciò che questo comporta in relazione al ritorno economico per i finanziatori e per il ruolo della sala cinematografica. La Roma Lazio Film Commission sta attualmente lavorando per rilanciare il ruolo di “animatori territoriali” dei gestori dei cinema della provincia laziale, promuovendo anche la nascita di un circuito in cui veicolare il cinema d’autore. Particolare attenzione viene anche data alle nuove possibilità della proiezione in digitale, tra cui l’abbassamento dei costi di trasferimento materiale dell’opera e la possibilità di variare la programmazione giornaliera della sala.
L’ultima parte del Forum lascia la parola a tre produttori e al racconto delle loro esperienze. Emanuele Nespeca (Vice presidente dell’Associazione Giovani Produttori Cinematografici), Marco Valerio Pugini (dell’associazione Autori e Produttori Indipendenti) e Geremia Biagiotti (Revolver Film) espongono le reali difficoltà che il produttore italiano si trova oggi ad affrontare. Nespeca affronta il tema del rapporto tra produzione e distribuzione dal punto di vista del produttore che, non avendo ancora una distribuzione per il suo film, incontra difficoltà nel trovare i finanziamenti. La risorsa della pre-vendita dei diritti alle televisioni comporta, infatti, grosse difficoltà nella fase successiva di ricerca di un distributore per la sala, perché i diritti sono già stati acquisiti da altri. Il passaggio dalla vita del film in sala alla distribuzione televisiva, con il problema dell’attesa della scadenza dei diritti del “primo acquirente”, è un problema reale anche secondo Geremia Biagiotti. Una possibile soluzione, utile anche a svincolare la produzione dalle attuali logiche di vendita dei film, potrebbe essere muoversi verso i nuovi mercati del “video on demand” e dei new media. Pugini sottolinea come la fase preliminare di sviluppo di un film comporti costi che raramente sono presi in considerazione dagli organismi di promozione: molti progetti si fermano così alla fase d’ideazione (che comporta comunque un investimento, spesso sostenuto in proprio), poiché procedere senza la certezza di avere una distribuzione comporterebbe un rischio troppo alto per il produttore.
In questo scenario, la co-produzione di opere con partner europei resta un’occasione unica per produrre film altrimenti destinati ad arenarsi nella fase iniziale d’ideazione. Pur con le complicazioni burocratiche e logistiche che una co-produzione comporta (evidenziate nella prima sezione del forum dedicata alla produzione indipendente europea), spesso le sinergie tra partner europei permettono l’accesso dell’opera almeno in alcuni mercati nazionali. I contatti che i co-produttori possono avere con distributori del loro paese d’origine permettono di rendere accettabile il rischio della produzione anche per il partner italiano. Accanto alla necessità di sfruttare tutte le occasioni a disposizione, il Forum ha però evidenziato anche la difficoltà degli operatori a entrare in contatto con gli interlocutori istituzionali, difficoltà che portano a situazioni paradossali in cui opere co-prodotte in maggioranza dall’Italia trovano distribuzione unicamente nel paese del co-produttore minoritario e non sono mai viste nel nostro. In un difficile momento di transizione e crisi economica generale, la cooperazione e lo scambio d’informazioni (che avvengano in sede istituzionale o in forum ad hoc) sembrano gli strumenti più validi per affrontare il futuro.
Anche quest’anno la IX Edizione del Roma Independent Film Festival dedica un’ampia sezione in concorso ai cortometraggi italiani. L’Italian Short Film Program ha presentato, dal 9 al 13 Aprile al Nuovo Cinema Aquila, 24 opere che si contendono il Premio Kodak e il Premio Regione Lazio. Il concorso ha permesso agli autori e al cast di incontrare il pubblico in sala e di presentare le loro opere raccontandone la produzione e i progetti ad esse collegati.
Nell’ampia selezione del RIFF si ritrova la vitalità di un’espressione artistica che incontra il favore crescente del pubblico, offrendo una grande varietà di prodotti impossibili da incasellare in un singolo “genere” cinematografico. Troviamo, infatti, in concorso sia cortometraggi in cui l’elemento tecnico prevale, come Paranoico di Giacomo Mantovani, sia cortometraggi che si avvicinano a forme più astratte come William Blake is My Friend di Luciano Mario Toriello. Il corto può infatti osare sperimentazioni che, per esigenze produttive e per la sua natura intrinseca, il lungometraggio non permette. Spesso è anche pensato come “biglietto da visita” per sperimentare le proprie capacità registiche, e per questo tende a concentrare in pochi minuti varie prove di abilità tecnica indubbiamente interessanti anche per lo spettatore.
Accanto a questo tipo di cortometraggi ne troviamo altri che si concentrano invece sul racconto di una storia o di un episodio. Ricordiamo in concorso Rosso di Sara di Alessandro Marinelli e Riflessi di Emanuela Ponzano. In maniera totalmente diversa, entrambe le opere raccontano attraverso un episodio una storia non mostrata: l’abilità dell’autore sta, attraverso le azioni dei personaggi e le loro parole, far rientrare nel tempo del corto gli eventi precedenti. Il limite del minutaggio dell’opera diventa così una sfida creativa, e non una penalizzazione rispetto alla forma del lungometraggio.
Ma la particolarità di selezioni come quella dell’“Italian Short Film Program” del RIFF è voler offrire quanto più si può del mondo dei cortometraggi a un pubblico che dimostra (anche con una presenza notevole alle varie proiezioni) un interesse crescente per queste iniziative. Troviamo così in concorso anche cortometraggi che si possono immaginare già come lungometraggi (dal punto di vista artistico, conoscendo tutti le difficoltà produttive). Tra questi Il regalo più bello di Max Nardari con un interessante stile pop, che incuriosirebbe vedere trasportato in un film di durata più lunga. Notevole e già molto sviluppato La vita accanto di Giuseppe Pizzo, tra l’altro uno dei cortometraggi di durata maggiore con i suoi ventotto minuti. Verso le dieci ma puntuale di Francesco A.Ranno (girato in cinque giorni) si fa notare per un’ottima impostazione in cui la regia e la storia si adeguano ai mezzi produttivi. L’autore, pur sfruttando efficacemente l’idea di base, presenta un materiale che potrebbe svilupparsi “oltre” il cortometraggio.
Tra le infinite categorie in cui si può giocare a catalogare i cortometraggi, c’è infine quella dei “corti perfetti”. Con questa espressione non si vogliono definire opere esenti da difetti ma cortometraggi che vincono la sfida di catturare lo spettatore nella visione di un film senza che la durata (breve o lunga) condizioni la visione. Il Ladro di Emanuele Muscolino e Mutande di ricambio di Luca Merloni sono buoni esempi di questa categoria. Malinconico e riflessivo il primo, vivace e veloce il secondo, entrambi sfruttano al meglio una risorsa comune al cortometraggio (la voce off) girando, in effetti, un film perfetto in sé ma di cui si vedrebbe volentieri di più.
Concorsi come l’“Italian Short Film Program” del RIFF permettono agli spettatori di gettare uno sguardo su una realtà vastissima e, in definitiva, impossibile da rinchiudere in definizioni. Le motivazioni alla creazione di un cortometraggio sono tra le più varie, dalla necessità di fare esperienza tecnica fino al desiderio di comunicare una visione artistica con un mezzo tra i più popolari. I “film corti”, ancora più dei lungometraggi, riescono oggi a trasmettere il fascino di una forma espressiva che può racchiuderne altre cento, come solo la vera arte cinematografica sa fare.
Arriva in concorso al Roma Independent Film Festival 18 anni dopo, l’attesa e applauditissima opera prima di Edoardo Leo. Mirko (Edoardo Leo) e Genzano (Marco Bonini) sono due fratelli che non hanno più contatti dalla morte della madre in un incidente diciotto anni prima. La scomparsa del padre li costringerà a riunirsi controvoglia per portare a termine le sue ultime volontà. I due intraprendono quindi un viaggio verso la Calabria in cui i segreti e le omissioni iniziano a pesare sempre di più. 18 anni dopo s’inserisce nel genere della commedia agro-dolce italiana senza abusare della tradizione e con grande maturità registica.
Edoardo Leo e Marco Bonini (co-autori della sceneggiatura con Lucilla Schiaffino) scrivono un film che stupirà lo spettatore che (a volte giustamente) prevenuto si aspetti di veder scivolare i giovani autori nel ricorso allo stereotipo tranquillizzante, per sostenere il difficile equilibrio tra dramma e commedia. Nella prima parte il racconto accusa alcuni momenti d’incertezza in cui l’elemento comico non nasce spontaneamente dalla situazione, ma è ricercato in sé. In modo insolito per una commedia, il film diventa più fluido e convincente nella seconda parte.
Il viaggio on the road di Mirko e Genzano è reso con ritmi perfetti e l’avvicinamento alla meta è procrastinato senza alcuna pesantezza registica. Anche quando i misteri iniziano a svelarsi, il film non precipita verso l’epilogo, ma mantiene saldamente la tensione e non perde nulla in intensità emotiva. Notevole è anche la capacità di adattare lo stile di regia sia alle riprese in interni sia a quelle in esterni. La composizione delle scene è ottima in entrambi i casi, per merito anche della fotografia di Pietro Maria Tirabassi che, rinunciando saggiamente a un approccio ”artistico”, sfrutta al meglio l’atmosfera del viaggio lasciando un’impronta molto naturale su ogni scena.
Leo e Bonini resistono alla tentazione di scriversi addosso i personaggi ed elaborano una storia in cui i protagonisti sono raccontati tanto da loro stessi quanto dalle persone che lasciano a casa. Sabrina Impacciatore è la moglie di Mirko, che resta a Roma con il figlio e il nonno (Gabriele Ferzetti) arrivato da Londra per il funerale. La tensione vissuta per anni nella casa a causa dei silenzi e dell’apatia di Mirko è trasmessa da ogni espressione e dallo stato stesso dei luoghi. Il cast è perfettamente integrato con la storia e i personaggi, Edoardo Leo spicca su tutti con un’interpretazione non scontata e veramente notevole. 18 anni dopo è soprattutto una buona commedia italiana che gioca anche abilmente con il timore dello spettatore (e del critico) di vederla cadere da un momento all’altro in un luogo comune, un errore registico o un personaggio mal scritto riuscendo a non caderci mai. Veramente divertente.
Si è conclusa al Nuovo Cinema Aqui
la la IX Edizione del Roma Independent Film Festival. La Giuria internazionale composta da autori, critici e operatori del settore produzione e promozione dell’audiovisivo ha assegnato il Premio Miglior Film Indipendente a Fish Tank di Andrea Arnold (UK), difficile storia di un’adolescente allo sbando nella periferia inglese. Menzione Speciale della Giuria a SM-Rechter di Erik Lamens (Belgio), sul caso giudiziario nato dalla scoperta della relazione sadomaso tra un giudice belga e sua moglie. Il Direttore del Festival Fabrizio Ferrari ha consegnato il Premio per il Miglior Lungometraggio italiano a Marco Luca Cattaneo per Amore Liquido, opera prima del regista che affronta il tema della pornodipendenza. Menzione Speciale della Giuria al notevole 18 anni dopo di Edoardo Leo.
On the Road to Nahr Al Bared di Sebastian Talavera (Spagna), girato in un campo profughi palestinese in Libano, si aggiudica il Premio per il Miglior Documentario Straniero e il Premio Current per la miglior inchiesta internazionale. Il Premio consiste nell’acquisto dei diritti e della trasmissione dell’opera da parte di Current. Il Premio Miglior Documentario Italiano è vinto da Via Volontè n.9 di Lorenzo Scurati, seguendo il grande successo di pubblico della sua proiezione.
Ampia anche la sezione dei premi riservati ai cortometraggi: Miglior Cortometraggio Italiano ex aequo Uerra di Paolo Sassanelli e Come si deve di Davide Minnella, che si divideranno il Premio Kodak e il Premio Regione Lazio. Menzione Speciale per Tutto da Sola di Carlo Chiaramonte.
Ana’s Playground di Eric D. Howell (USA) vince come Miglior Cortometraggio Straniero e si aggiudica il servizio sottotitolaggio in due lingue offerto dalla Raggio Verde srl. La giuria ha assegnato anche una Menzione a Full Moon, della regista indonesiana Chairun Nissa.
Il RIFF ha però voluto creare anche sezioni competitive meno “tradizionali” per sostenere la produzione di cortometraggi e generi meno conosciuti.
La sezione Student Short (dedicata alle opere degli studenti delle scuole di cinema italiane e straniere) è vinta da L’uomo dei sogni di Alessandro Capitani e Alberto Mascia. Miglior Corto della sezione Corti di Animazione Tragedie Grovick di Mark Eacersall e Matthieu Van Eackhout (Francia), che si aggiudica il Premio Augustus Color. Il Premio New Vision 2010 per l’impegno creativo nel campo della cinematografia indipendente va al docu-film Disco & Atomic War di Jaak Kilmi e Kiur Aarma (Estonia).
Tre premi sono invece riservati ai soggetti e alle sceneggiature: il Premio Miglior Soggetto Originale va a Maradona è nato in Cina di Matteo Berdini, che vince la possibilità di seguire un corso di sceneggiatura tenuto da Morando Morandini Jr e offerto dall’Unione Italiana del Lavoro. A Bitter Chalice di Jacques Lipkau Goyard vince come Miglior Sceneggiatura per Lungometraggio, mentre Marco Gianfreda si aggiudica il Premio Miglior Sceneggiatura per Cortometraggio con Mi nonno se vole butta’ ar maranone.
Si chiude così l’Edizione 2010 del RIFF, edizione che ha presentato numerose sezioni competitive accanto ad altre non competitive, inclusa l’interessante selezione di cortometraggi dell’Italian Film Collection. Il programma, veramente vasto, ha incluso varie opere prime sia italiane che straniere, riuscendo a gettare uno sguardo sul mondo sommerso della cinematografia indipendente. La notevole affluenza di pubblico sia alle proiezioni pomeridiane che serali, e anche per opere non segnalate dalla stampa, testimonia la presenza di una richiesta di prodotti fuori dai tradizionali canali distributivi. Festival come il RIFF permettono non solo a autori inediti o indipendenti di farsi conoscere, ma anche agli operatori del settore di monitorare la nascita di un mercato.
Alla sua seconda prova registica Dodo Fiori, decide di esplorare il complesso universo delle relazioni umane. In primis, le dinamiche dei rapporti familiari: Paolo, un padre cinico e infedele ha difficoltà a comunicare col figlio adolescente Matteo, un ragazzo problematico reso insicuro dalle eccessive ansie materne. A rendere ancora più fragili gli equilibri della famiglia ci pensa Nina,una ragazza figlia di un vecchio amico con cui Paolo ha un conto in sospeso. L'idea di base è buona, ma Fiori la sfrutta male, tracciando in modo superficiale le complesse strategie degli affetti che intendeva rappresentare. La regia è piatta, i dialoghi non sempre sono pertinenti; il film prende ritmo pian piano, con un'apertura titubante in cui si fa fatica a capire il perno della narrazione. Gli attori cercano di dare pathos ai personaggi, a volte anche esagerando, ma la sceneggiatura non sempre riesce a tenere le fila del discorso, con relazioni che si intrecciano, ricatti emotivi, rabbie inespresse. La strategia degli affetti è un film che verte attorno al rapporto umano e a tutte le sue possibili declinazioni, deve saper cogliere le sfumature dei personaggi e non solo tratteggiarne i contorni, assumersi il rischio di andare più a fondo, percepire i chiaroscuri, far parlare i silenzi. La coralità del film si perde così in una serie di storie che non riescono a convergere in un'unica direzione. Peccato per un cast che poteva essere meglio valorizzato. Ma del resto fare un film corale, in cui si percepiscano le singole voci, armonizzandole fra loro per creare una visione d'insieme non è impresa facile, tanto più quando ci sono di mezzo i rapporti filiali e le crisi d'identità adolescenziali.
Se ti perdi nella foresta, non muori nè per il freddo né per la fame: muori per la vergogna.
Con questa frase, che vale il film, Pepe, il protagonista de La vergüenza trova la chiave della propria vita ma non la sa usare. Insieme alla moglie Lucia si trova a dover scardinare i gangli apparenti di una vita brillante, di fronte all’amara consapevolezza di una sconfitta: nessuno di loro due riesce a fare da genitore a Manu, il bimbo peruviano che hanno adottato e con il quale non riescono a dialogare. O forse sono loro che da troppo tempo hanno smesso di farlo.
E’ meno banale di quel che l’esile trama potrebbe lasciar pensare, il film di David Planell Serrano, distribuito nelle sale con il titolo The Shame, che dopo aver vinto la Biznaga d'Oro del miglior film e il premio della migliore sceneggiatura al Festival di Malaga ed è stato presentato a quello di Roma nella sezione “La Fabbrica dei Progetti”.
Sceneggiatore di lungo corso, Planell dimostra, alla sua prima regia, uno stile autonomo e sicuro, con una direzione dalle idee chiare qualche scelta coraggiosa.
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