La memoria di un’identità dignit
osa, di un amore folle e saldo. È una malattia inclemente che quasi in sordina, resta la protagonista dei novantotto minuti dell’ultimo film di Pupi Avati, in uscita nelle sale l’8 ottobre, Una sconfinata giovinezza.La semplicità emozionale, tipica dei film del regista bolognese, sfiora l’intento di commuovere lo spettatore. In alcuni quadri le interpretazioni dei protagonisti, Fabrizio Bentivoglio, nei panni di Lino Settembre e Francesca Neri (Chicca), sembrano toccare l’apice di un’intensità che finisce, in realtà per disperdersi. Resta l’amara leggerezza di trattazione di un argomento duro e doloroso, che fa parte della biografia di Pupi Avati: il suocero e la suocera infatti sono stati entrambi affetti dal morbo di Alzheimer.
Tratto dal romanzo omonimo, il film snocciola episodi, scampoli temporali che alternano, le pagine di una storia intima e tragica. Non viene meno la coralità costante che caratterizza la filmografia di Avati. Una miriade di rapporti umani, di personaggi che regalano una perenne sensazione di divisione in quadri. Tante micro sezioni che costruicono un puzzle a cui sembra sempre mancare qualcosa.
La fluidità narrativa de Il papà di Giovanna, la leggerezza espressiva de Gli amici del bar Margherita, lasciano il posto ad una frammentarietà che toglie intensità, quasi identità al racconto stesso. Per quanto empatica, l’interpretazione della Neri sembra dissolversi. Ma nonostante ciò resta uno dei capisaldi della struttura narrativa, al fianco di un Bentivoglio intenso, ma non fino alla fine. Una modalità espressiva che raggiunge il pubblico, in alcuni momenti clou, come la violenza inaudita nelle mani di un marito che viveva in una simbiosi, quasi utopica, fino ad un attimo prima, all’interno di un rapporto che si sgretola attorno alle vicende tragiche, tra cui l’incidente automobilistico dell’unica fonte di benessere di Lino.
Da giornalista stimato e marito brillante, Lino Settembre regredisce ad uno stadio di bambino che lo rende, per la protagonista, il figlio che non ha mai avuto. Lei stessa diventa madre, alla ricerca di un linguaggio che li faccia restare uniti, ancora. Forse un po’ forzata l’ambientazione borghese, della famiglia della protagonista. Resta anacronistica e quasi fuori contesto rispetto alla vicenda. Sembra voler rivelare significati di uno spaccato sociale che, in realtà, rimangono occulti ed incomprensibili. Resta il tentativo di romanticismo, di una storia d’amore che si rivela un desiderio di realizzazione del regista, ma che tuttavia rimane in embrione, senza sprigionare una necessaria e profonda intensità.




