Venerdì, 08 Ottobre 2010 15:32

Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti - Recensione

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Secondo gli antichi saperi, il vzio-bonmeeiaggio delle anime ritrova nella trasmigrazione una credenza naturale in grado di scansare qualsiasi barriera tra uomini e animali. Allo stesso modo, non esistono limiti dichiarati nell’interpretazione di tali vite che si perpetuano e moltiplicano indistintamente sotto forma di api, mucche, insetti e specie riapparse con un tempo distinto e più lento di narrazione. È questa l’arma archetipica e rivoluzionaria proposta dal thailandese Apichatpong Weerasethakul, acclamato vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Nel volto anziano e comune di Bonmee (Thanapat Saisaymar), piccolo possidente agricolo afflitto da insufficienza renale, ha voluto tracciare l’incontro attorno a un tavolo con le anime che ne hanno intessuto l’esistenza famigliare, prima con la moglie Huay (Natthakarn Aphaiwonk) e poi con Boonsong (Geerasak Kulhong), il figlio reincarnatosi in una scimmia fantasma dagli occhi infuocati. Allo stesso tavolo siedono due testimoni, la cognata Jen (Jenjira Pongpas) e il giovane nipote Tong (Sakda Kaewbuadee), a entrambi spetta non solo il compito di prendersi cura di Bonmee, ma di incarnare nel presente lo sguardo della natura che assiste ai propri stati di perenne fluttuazione. Saranno sempre Jen e Tong ad affiancare Bonmee fino alla fine, riappropriandosi con lui del luogo dove tutto è iniziato, delle vite trascorse ma confuse nei ricordi.

Una precisa volontà questa del regista che qui come altrove svela anche la propria formazione d’artista visivo: nella fissità di un’inquadratura imprime al tema del viaggio un valore altro dove proprio l’incontaminato assurge a estetica. Un’opposizione coraggiosa all’effetto immediato che certi film inoculano senza conoscere altra cifra, eppure, un rischio corso a volte troppo audacemente, con l’esito di incagliarsi in vuoti di senso e simbolismi portati all’estremo. Allo spettatore è attribuito invece l’assoluto e degno liberzio-bonmee-2o arbitrio di far intrecciare le storie alla maniera di un happening o un’astrazione pittorica, dettando una sequenza del tutto personale di plot. L’abbraccio di Bonmee e sua moglie accanto alla fiaba della principessa sfregiata che si spoglia delle ricchezze per tornare alla libertà delle acque abitate da un pesce gatto incantatore sono solo due tra i quadri di una pellicola che volutamente combina stili, colori e ritmi contrari. L’ironia acquisisce la sostanza di una seconda anima che attraversa il dolore come le azioni più ordinarie.

E non a caso Lo zio Bonmee fa parte del cosiddetto Primitive project in cui già Weerasethakul cercava di catturare memorie del nordest thailandese ispirandosi a un romanzo, ma soprattutto all’esperienza di un Bonmee realmente esistito in una comunità di monaci per far loro comprendere la fatica della meditazione, come di esistenze parallele. È altresì coerente che nei ruoli dei protagonisti non vi siano volti riconoscibili, ma identità in via d’estinzione - l’attore che interpreta Bonmee è nella vita un operaio edile e Huay una cantante - per i colpi di mano di un nazionalismo imperante che svuota tradizioni e passati. Un regime che ritorna come minaccia e rappresenta l’altra prova violenta, capace di annullare i ricordi e i luoghi in cui essi hanno preso vita. La grotta terminale di Bonmee è così il rifugio in un silenzio alieno a tutti quegli omicidi che la sua coscienza non gli perdona e che invece Jen, la cognata, lo invita a dimenticare illuminando soltanto le buone intenzioni. Fantasmi a loro volta in un panorama che vorrebbe negare anche al cinema il primitivismo della poesia.

doppioschermo

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