Frutto del progetto decennale del regista e sceneggiatore Vincenzo Natali - già autore di The Cube - e definitivamente passato alla co-produzione franco-canadese per mano di Guillermo del Toro, Splice, racconta le devianze della sperimentazione genetica applicata all’horror. Splice come letteralmente “congiungere”, questo l’obbiettivo e il lavoro febbrile dei protagonisti Clive (Adrien Brody) e Elsa (Sarah Polley). Già dalle prime scene impegnati a maneggiare formule ed esseri dall’aspetto ributtante, i due sono i fautori nascosti di esperimenti di fusione cellulare che non promettono nulla di buono.
L’intenzione ultima è infatti la fusione di DNA animale con DNA umano contro i più evidenti dettami etici e le mosse preventive dell’azienda che minaccia di impugnare i brevetti. Di fatto, le tecniche di splicing rappresentano soprattutto per Elsa la cura dagli abbrutimenti di un passato trascorso alle spalle di una madre anaffettiva che l’ha isolata dal mondo. Non a caso, il nome della nuova creatura venuta al mondo contro ogni pessimismo naturale, deriva da nerd, stampato sulla maglia di Elsa e, una volta letto all’inverso, battesimo ufficiale del neonato mostro.
Il passaggio a Dren, individuo senza apparente coscienza e sagoma reale, è il vuoto etico di una disciplina e della sua ipocrisia più efferata: rendere simile l’orrore all’uomo con la presupposta ostinazione dell’utilità di un esperimento necessario a guarire dalle malattie. La scienza si piega così all’arte delle combinazioni come i toni di un dipinto che invecchia e finisce per contraddire ogni bellezza ideale. Ecco che allora subentra la seconda spaccatura di genere intrisa di scenari apocalittici e semifiabeschi, di spunti fantasy e riflessioni morali sul concetto di limite e follia quotidiana tra individui insospettabili. Gli occhi di Elsa sono perennemente puntati sulle confusioni che vorrebbe abolire e che invece tacitamente Clive appoggia fino a un livello patologico di complicità. Dren è l’oggetto di una vendetta irragionevole, un battito accelerato che travolge il mondo di entrambi e a cui Natali rivolge lo sguardo di un’intera tradizione che non può non toccare Polanski.
A margine, ma non troppo, è nobile l’intento di sollevare squarci sulle manipolazioni delle menti e le reciprocità del male cosiddetto innaturale per colpa dei paradossi scientifici. Tuttavia, l’esito più spesso splatter e prevedibile di certe morbosità rischia di rendere dannosa una finzione che come tale dovrebbe sempre servire la credibilità. L’estremo dovrebbe cioè saper narrare meglio l’ordinario in un equilibrio di forze godibili nella loro forma inedita. E allora viene quasi spontaneo smorzare la distruzione più cinica e replicata all’infinito, come un DNA senza padrone, con una battuta di Woody Allen: “Gesù, non dirò mai più che la vita non imita l’arte!”.




