Domenica, 20 Giugno 2010 20:48

A-Team - Recensione

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a-team

Fenomeno di culto degli anni ‘80 e compagno per lustri di pigre mattinate televisive, il telefilm di A-Team ha avuto anche qui in Italia un discreto seguito. Le sue quasi cento puntate presentavano le avventure di un gruppo di ex soldati delle forze speciali dell’esercito americano – reduci della guerra nel Vietnam – perennemente in fuga dalle autorità a causa di un errore giudiziario che li aveva condannati per un crimine mai commesso. Probabilmente, a livello iconografico, la combriccola è stata sintetizzata negli anni soprattutto dal faccione duro e nero del Baracus di Mr.T, ma in realtà il punto di forza di questa serie militarista e vagamente naif era data dall’alchimia fra tutti i suoi quattro protagonisti.

E arriva quasi un quarto di secolo dopo questo A-Team di Joe Carnahan, che ne attualizza il mito in maniera decisamente più riuscita di altri tentativi analoghi (si pensi allo Starsky & Hutch del 2004 con Ben Stiller). Intanto lo spostamento temporale: il Vietnam viene sostituito dal Medio Oriente e la trama coinvolge esercito, CIA, polizia europea e doppigiochi annessi e connessi. Non mancano effetti speciali, esplosioni, sequenze di azioni improbabili e dialoghi bellici sbruffoni e spassosi (la frase cult del film: “Dio, amici e proiettili… Dove sono quando servono?”). Tuttavia, la storia è ben costruita e gli attori sono alquanto azzeccati: l’Hannibal Smith di Liam Neeson e il Murdock di Sharlto Copley (recentemente apprezzato in District 9) sono forse però le reincarnazioni più apprezzabili. Divertente anche l’uso smaccato della retorica armaiola ed interventista, e scandalosamente fanfarona la contro-citazione gandhiana per sconfessare la teoria della non violenza di Gandhi stesso.

Probabilmente è  un film che può essere apprezzato più facilmente da chi non ha il culto del telefilm. E il fatto che diversi membri del cast originale abbiano rinnegato questo remake (Mr. T avrebbe affermato addirittura che c’è “un sacco di sesso” e gente che muore, mentre nella serie tv nessuno si faceva male) è anche un segno tangibile di quanto i tempi siano cambiati e – forse – del maggiore respiro cinematografico che l’operazione di Carnahan è effettivamente riuscita ad ottenere.

In conclusione, un prodotto dal retrogusto nostalgico ma dal sapore attuale. Merita senza dubbio una chance anche dai più scettici.

doppioschermo

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