Di ritorno in Iran dopo un matrimonio fallimentare in Germania, Ahmad partecipa alla gita sul Mar Caspio organizzata dagli amici di sempre. L’intenzione comune è di aiutarlo a rifarsi una vita, a scegliere una nuova moglie. Per l’occasione viene invitata anche Elly, insegnante d’asilo dei figli di Sepideh, amica di Ahmad. Elly si dimostra però dall’inizio piuttosto restia a far parte davvero del gruppo e ad approfondire la conoscenza di Ahmad. Di lei non si sa molto e, trascorsa la prima notte, chiede di poter ripartire per raggiungere la madre, ma incontra la resistenza tenace di Sepideh.
L’isolamento misterioso di Elly preannuncia la tragedia quando una delle bambine chiede aiuto per salvare il fratellino finito in acqua. Scampato il pericolo di annegamento, di lei si perdono completamente le tracce. È allora l’inizio delle ipotesi più probabili e azzardate sulla sua fine, come sull’eventualità di una fuga che non potrà non risolversi in un epilogo preannunciato. Da questo momento, dalla sua sparizione effettiva e più volte temuta, il colore e il ritmo della storia risentono di una spirale di concitazione collettiva che si avvolge su se stessa senza ordine, né tregua. La soluzione tarda infatti ad arrivare e, nel frattempo, domina il film uno stordimento disperato, esanime.
Premiato a Berlino con l’Orso d’argento alla regia - Darbareye Elly, questo il titolo originale della pellicola scritta, diretta e prodotta da Asghar Farhadi - si scopre quasi ossessione di un realismo calato nel mare violento che risucchia e in una terra instabile. Sembrano
allora volutamente soffocare certi dialoghi prima giocati su scambi lenti, appagati e più tardi travolti dal buio di un’attesa vana. Dal peso di un destino che non va spiegato, ma solo accettato con fatica. La memoria corre a Visconti e a La terra trema o a L’avventura di Antonioni, entrambi per suggestione o emulazione d’intreccio. Diverso certamente qui il rito delle relazioni sospese a condividere ogni passo come fosse l’ultimo e a preparare l’inevitabile rovesciamento dei ruoli una volta calato il dramma. Più definitiva la tensione che sembra non risparmiare nessuno e coinvolgere gerarchie familiari e sociali. Se infatti in un primo momento sono le donne a predisporre ogni dettaglio contravvenendo al cliché iraniano, sono in seguito gli uomini a tirarsi fuori dalle colpe fingendo un potere necessario.
Se dunque da un lato è forse intento di Farhadi non scansare mai la realtà visibile e impietosa, al punto da calare la macchina da presa persino nell’acqua più agitata, ne risentono tuttavia la limpidezza della trama e della fruizione finale. Si rischia cioè di vanificare in parte la sottigliezza di racconto nell’insistenza talvolta eccessiva, quasi stilizzata, delle sequenze più dense di grida e primi piani. Restano invece impressi proprio quei volti ripresi da vicino nei loro atteggiamenti rispettosi e canti annullati dall’afasia del dolore.




