Puntuale arriva nelle sale il nuovo capitolo delle vicende dell’enigmista. Il primo film era del 2004, e l’idea della produzione è stata di far uscire un film all’anno, per cui siamo adesso a quota sei. Forse è anche per questa puntualità che l’epopea “seriale” (in vari sensi) di John Kramer ci avvicina più alla fruizione della serialità televisiva che a quella della saga cinematografica. Anche in questo come negli altri, la trama è strettamente collegata ai film precedenti. Il montaggio richiama continuamente vecchie sequenze, integrando in scenari passati frammenti di dialoghi ed innesti narrativi inediti, cercando così di dare coerenza ai nuovi “tasselli” del puzzle con una perenne azione di retro-continuity in pieno stile fumetto. E’ principalmente questo il fascino della serie di Saw: la sua riconoscibilità; la cifra stilistica ormai chiara delle sue puntate; l’attesa del colpo di scena finale che lasci a bocca aperta il suo pubblico con uno spiegone fulminante, un detective show al massacro che chiude una porta (o una trappola) finale per aprire dei portoni al sequel dell’anno dopo.
Questa volta, però, c’è anche un tema “scomodo” a fare da filo conduttore al film: il cinismo truffald
ino e la responsabilità legale e morale delle case farmaceutiche nella scelta delle coperture assicurative dei propri pazienti. La principale vittima di Saw VI viene proprio da quel mondo e dovrà, nel gioco mortale imbastito dall’erede di Kramer, decidere quasi letteralmente della vita o della morte di altre pedine umane, in un contrappasso terribile e manicheo. Ovviamente, qualunque metafora sociale viene portata agli estremi, e si cercano più nuovi sensazionalismi splatter che presunte catarsi morali. Ma del resto, è giusto che sia così. Il “gioco” iniziato più di un lustro fa col pubblico di Saw non ha mai avuto pretese di satira sociale o di allegorismo psicanalitico. E’ un gioco bello perché fine a se stesso, mero sforzo fisiologico in cui sudare e sfogare le proprie energie per poi tornare puliti dopo un’ideale doccia. Un gioco meno pericoloso, ideologicamente, di quello proposto dagli Hostel di Eli Roth ma non per questo privo di mordente.
E soprattutto, lunga vita a John Kramer. Non per quello che rappresenta, né per l’inquietante maschera di Tobin Bell – assai più agghiacciante di quella dei suoi pupazzi -. Ma solo perché, da morto e stramorto, riesce a seppellire (anche qui in più sensi), con la sua forza mediatica e carismatica, tutti gli altri personaggi della sua saga.




