Mercoledì, 12 Maggio 2010 22:40

Robin Hood - Recensione

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Ridley Scott e Russell Crowe, dieci anni dopo. Portati davvero bene. Proprio nell'anno del decimo compleanno de Il gladiatore, infatti, arriva (presentata oggi all'apertura del Festival di Cannes) la nuova creatura del regista britannico che sceglie, per la quinta volta come protagonista, l'attore neozelandese. Meglio dirlo subito: pollice in su per questo Robin Hood. Russell Crowe nei panni dell'eroe in calzamaglia non è un gladiatore invecchiato, come si temeva alla vigilia, ma un personaggio maturo. A Ridley Scott va subito riconosciuto un grande merito: aver rivisitato, anzi rivoluzionato, la leggenda del fuorilegge che “ruba ai ricchi per dare ai poveri”, partendo da una semplice domanda: chi era Robin Hood prima di diventare il ladro-benefattore che la leggenda popolare ci ha più volte raccontato (soltanto sul grande schermo si contano sette pellicole a lui dedicate)? La risposta è sul grande schermo in un film che, con un imponente ed evidente sforzo produttivo, ricostruisce l'Inghilterra del XII secolo resa perfettamente credibile da scenografie epiche, musiche realizzate minuziosamente e costumi mozzafiato che da soli garantiscono una candidatura da parte dell'Academy. Quello che ha realizzato Scott è una sorta di prologo, per raccontarci cosa è accaduto prima della leggenda che tutti conosciamo.

Prima c'era Robin Longstride, arciere e al servizio di Re Riccardo (Danny Huston) che, con la sua armata, sta tornando in patria dopo dieci anni in Terrasanta impegnato nella Terza crociata. Il ritorno, però, non è esattamente come preventivato. Re Riccardo muore nell'ultima battaglia e Longstride, uomo leale e di parola, torna in Inghilterra costretto a dirigersi a Nottingham, assieme ai suoi fedeli compagni Little John (l'imponente Kevin Durand), Will Scarlett (un convincente Scott Grimes, più credibile con arco e frecce che con il camice bianco di ER) e Allan A'Dayle (Alan Doyle). Inaspettatamente il protagonista ritrova, nel piccolo villaggio, tra la dolcezza dell'idromele (prodotto da un memorabile Fra Tuck) e la crudeltà della carestia, un passato dimenticato che lo guiderà verso il suo destino. A muovere i fili del potere inglese, orfano del “Cuor di Leone”, il principe Giovanni, che spreme i suoi sudditi, bramoso di ricchezza. Ad interpretarlo Oscar Isaac (di recente sul grande schermo con Agora) che ripropone, con lo sguardo perso nel vuoto, l'inadeguatezza di un personaggio che a tratti ricorda il Commodo dell'antica Roma di Scott. In mezzo a spade affilate e frecce scagliate, la donna che conquista il cuore dell'eroe, come vuole la leggenda, è Lady Marian. Nei panni della bella e coraggiosa vedova una Cate Blanchett che incarna la perfetta eroina, quasi una Giovanna D'Arco d'oltremanica.

Il nuovo look del “principe dei ladri” e il nuovo punto di vista suggeriti da Scott sorprendono positivamente e capovolgono la tradizione, rendendo marginali e ambigui personaggi che ricordavamo centrali, come lo sceriffo di Nottingham (Matthew Macfadyen). A vincere alla fine è lui, Robin/Crowe, pur combattendo una battaglia ad armi pari con gli altri colleghi sul set: un convincente William Hurt nei panni di Guglielmo il Maresciallo, un ottimo Mark Strong (Sir Godfrey) e un maestoso Max von Sydow (Sir Walter Loxley).

E se anche Scott non riesce a sfuggire alla trappola del luogo comune melenso, d'altronde anche questo giovane arciere con la faccia rigata di sangue ha un cuore e si innamora, un plauso a Crowe che imprime nel suo personaggio una forte espressività grazie anche ad una sceneggiatura che approfondisce adeguatamente la psicologia dei personaggi.

Questo Robin Hood, insomma, è un film spettacolare dal punto di vista visivo e narrativo. Ridley Scott, pur inciampando in qualche banalità, non cade nella trappola della storia “già raccontata”. Certo quello che accade dopo già lo conosciamo ma, mentre scorrono gli immaginifici titoli di coda, è inevitabile chiedersi: quando arriverà il seguito?

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