Il fallimento dell’orchestra in
cui lavora il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) è la prima imposizione della realtà, la prima rinuncia a un sogno e a uno strumento ancora da pagare. Tokio fa da sfondo caotico e il suo abbandono, per tornare al paese natale vicino Yamagata, sembra smorzato dalla docilità di Mika (Hirosue Ryoko), moglie di Daigo. Entrambi condividono con misura uno strappo dove intravedere nuove opportunità sembra suggerito da vento e acqua, quella che scorre accanto alla casa di famiglia di Daigo. È la dimora della madre fino alla morte in solitudine e già sede di un caffè come il padre l’aveva concepito poco prima di andarsene in compagnia di una giovane donna quando Daigo aveva sei anni.
Il silenzio delle strade pressoché disabitate muove la suggestione non tanto e non solo di un’altra vita, ma di un secondo tempo concesso a chi rifiuta coscienze passate. Daigo non ha mai pianto e non intende farlo, si sforza di accettare la propria partenza e approdo tra i libri e dischi del padre conservati con cura. Cerca un nuovo lavoro senza guardarsi troppo alle spalle e, per l’errore di stesura di un annuncio, lo trova venendo assunto da Sasaki (Yamazaki Tsutomu), un tanatoesteta, esperto del rito di deposizione giapponese. Il rifiuto fisico e morale verso un lavoro disprezzato dal senso comune, spinge il giovane a non farne parola finché proprio nella ritual
ità filosofica di Sasaki, nel rispetto e studio di gesti che predispongono all’ultimo viaggio davanti agli occhi attoniti e franti delle famiglie dei defunti, sa cogliere una consapevolezza capace persino di rasserenare.
Riscopre allora il violoncello dell’infanzia e lo punta a terra là dove sono rimasti vecchi segni. Eppure, la verità sul suo nuovo impiego getta nell’orrore Mika, la fa tornare a Tokio. Daigo è solo: affrancato da tutti, suona la melodia preferita dal padre vicino al fiume dove un tempo con lui, si era scambiato un sasso a ricordo di uno stato d’animo. Ed è una musica che sovrasta le parole, precisa e dolente, soffusa da un’intenzione simbolica, sospesa dal ritorno di Mika e dalla notizia felice di un figlio in arrivo. Nella vicinanza ritrovata si apre lo sfondo all’ultima fatica: riconciliarsi con il padre dopo la sua morte improvvisa.
Il rito appreso avvicina così all’esperienza della morte e alla sua comprensione, alle pietre deposte come nascita o fine offerta in rituale di bellezza. Al viaggio e confine reciproco della partenza. E nella continuità di poesia e fine humour dentro lo sguardo sapiente di Tsutomu, come negli imbarazzi del tutto umani e già pittorici di Masahiro, non si corre mai il rischio dell’ovvietà di un senso ultimo. La regia di Yojiro Takita - cui è valso del tutto meritoriamente il Premio Oscar come miglior film straniero - si compone di tavole d’acquerelli da dove volti, corpi e voci emergono lentamente e a cui ritornano con uguale ritmo. Una narrazione in cui la prova aperta del dolore più negato alla parola fa del rito il verso unico di un haiku dove chiunque respiri ha diritto a un sasso da accartocciare in uno spartito e passare in eredità.




