Ferito a un occhio in Iraq, il sergente maggiore Will Montgomery è costretto a lasciare la missione ed è destinato all'ingrato ruolo di annunciare i decessi ai parenti dei soldati morti. Insieme a lui il burbero capitano Tony Stone, che lo addestra con durezza al delicato compito che si rivela da subito più complicato del previsto. In particolare, Will rimane colpito dalla reazione insolita di una donna che ha appena appreso di essere rimasta vedova, e cerca di entrare nella sua vita. Esordio alla regia del 43enne israeliano
Oren Moverman, sceneggiatore del discusso biopic "I'm not there", quadrifonia su Bob Dylan. Il suo passaggio dietro la macchina da presa è all'insegna di un'apprezzabile umiltà che si riverbera anche nella storia, scritta insieme al padovano Alessandro Camon: un quieto dramma post-bellico che mantiene comunque dritta la barra della fiducia negli uomini e nella loro inconsapevole onestà di fondo.

Il genere va specializzandosi sempre più nel raccontare figure professionali "laterali" rispetto alle pallottole e alle mine: dopo gli artificieri di
The Hurt Locker, ecco dunque i "messaggeri", i più estranei al concetto stesso di guerra. Le uniche parole che un esercito spende, del resto, sono quelle che comunicano la fine della guerra o la notizia di una morte: il che, per un soldato diretto interessato, finisce per significare la stessa cosa. Benché non vengano mai esplicitamente messe in discussione dai due protagonisti, le vuote formulette pronunciate al cospetto dei familiari delle vittime si caricano sempre più di ridicolaggine e finiscono per essere esorcizzate in un dolente ritorno all'età della spensieratezza, del cazzeggio e delle scazzottate. Per quanto banale possa essere questa constatazione, l'unico modo per smettere di girare a vuoto è cercare (e magari trovare) qualcuno da amare: solo allora si potrà ben dire che la guerra è finita. Il film è ampiamente dignitoso, parte con durezza ricalcando in certi passaggi lo scontro agente-recluta di
Training Day con Denzel Washington e Ethan Hawke, poi cala di qualche ottava tenendosi tuttavia sempre a distanza di sicurezza dallo scontato e dal patetismo. Hanno un senso le nomination agli Oscar per la sceneggiatura e la performance del redivivo
Woody Harrelson, il cui mascellone ingrugnito ha finalmente uno scopo. Cameo di
Steve Buscemi.