Ad Albuquerque, New Mexico, come in ogni luogo dove convivono aspirazioni da liceali e finte maturità imposte dalle convenzioni, non è sufficiente un passato glorioso da cheerleader per vincere di nuovo. Occorrono determinazione e coraggio d’esporsi, ingredienti che Rose Lorkowski (
Amy Adams) a trent’anni si ripete allo specchio poco prima di iniziare la giornata da addetta di un’impresa di pulizi

e. Rose ha un figlio di otto anni, Oscar (
Jason Spevack), nato da una relazione senza futuro con un ormai sposato poliziotto, Mac (
Steve Zahn), che incontra di nascosto in un motel. Presto, le eccentricità di Oscar, continuamente espulso dalle scuole, la costringono ad accettare la proposta di Mac di entrare nel giro delle squadre di pulizia che bonificano scene del crimine. Rose coinvolge allora la sorella Norah (
Emily Blunt) cui la legano la perdita della madre e un padre (
Alan Arkin) intento a procurarsi denaro facile con affari fallimentari.
Norah trascorre perlopiù il tempo a perdere lavori e fumare erba, la sua passività ha per la sorella lo stesso peso degli incontri con compagne di scuola imborghesite dal matrimonio. Il buon inizio dell’impresa a due, denominata Sunshine cleaning, sembra invece rendere concreta per entrambe l’occasione di una svolta, ma è un incidente a impedirne la piena riuscita e a rimettere tutto in discussione. A sospendere i rapporti e risollevare vecchie ferite di famiglia, segreti e dolori che il sangue da lavare in casa di sconosciuti riesuma e getta in faccia.
Si rafforza così in crescendo l’intenzione di raccontare nelle vite di due sorelle opposte per attitudini lo sforzo di una risalita comune e insieme la desertificazione di principi etici che ha invaso non solo le famiglie, ma le abitudini sociali in genere. Ripulire una scena contaminata è un mezzo per uscire dal cerchio stretto e trovare la giusta terapia, direbbero i produttori del film, gli stessi di Little Miss Sunshine. Come allora, il concorso delle forze è goffo, ma deciso a scommettere su una via d’uscita che qui privilegia il confronto tra i primi piani degli occhi ed espressioni di Rose e Norah, le brevi catastrofi di Oscar e la pelle dura di un capofamiglia nel sempre impareggiabile Alan Arkin.
È un linguaggio non più in movimento per l’America, ma condiviso attorno a un tavolo con un unico amico rimasto senza un braccio e un contatto radio col Paradiso per confessare i propri silenzi e fare domande. Non ci sono guizzi potenti da commedia nera, ma il privilegio è dato alle relazioni e alle loro conseguenze che, anziché imbrigliare scrittura (Megan Holly) e regia (Christine Jeffs), sembrano trainarne il nucleo principale e coerente nel ribadire come proprio i rapporti dettino le leggi e non viceversa. E così si replicano odori pessimi e pessimi comportamenti, si descrivono dettagli d’ambientazione che servono la storia tanto quanto l’impronta di un sorriso amaro e un riscatto finale all’americana.