Giovedì, 08 Aprile 2010 08:27

Green Zone - Recensione

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green-zoneE' l'anno 2003, la guerra in Iraq è iniziata da pochi mesi e Baghdad è il teatro principale delle decisive operazioni militari . Il capitano Roy Miller (Matt Damon) è incaricato di fare tabula rasa dei depositi di armi di distruzione di massa, ma le informazioni in possesso dell'intelligence si rivelano infondate e le operazioni finiscono per essere buchi nell'acqua. Solo grazie alle informazioni ricevute da un abitante di Baghdad (Khalid Abdalla) ed all'impaziente voglia di concretezza dell'ufficiale americano si entra nel vivo di un'operazione che, nonostante esuli dalle competenze del protagonista, porta alla scoperta di scenari politici ben più ampi e corrotti come seme della guerra in Iraq.

Il film di Paul Greengrass nasce dal libro-reportage del giornalista indoamericano Rajiv Chandrasekaran, il quale da inviato a Baghdad per il Washington Post ha assistito "dall'interno" allo sviluppo del conflitto immerso nelle vicende  politiche della Green Zone, 10 kmq di territorio americano nel centro della città irachena dove ex palazzi reali, ristoranti, piscine ed altri luoghi di conforto (oltre che di controllo e gestione del conflitto) sono al centro dei lavori per la costruzione della democrazia in Iraq. Lo scenario politico a cui apre il libro è fatto di notizie e convinzioni ormai apprese e consolidate dal mondo che guarda a quel conflitto in retrospettiva, in cui gli unici interessi che reggono come motivazione di guerra sono quelli non detti, celati dietro i fantasmi delle armi nascoste e maturati dietro (dis)interessi politici sempre troppo lontani dalla strada e troppo vicini alle poltrone. Così il film non risulta troppo estraneo alle tematiche politiche, visto che è su queste che trova sviluppo la trama, perchè al contrario di quello che cerca di dimostrare il regista quando afferma che "non si tratta di un film sulla guerra in Iraq ma di un thriller ambientato lì" rimangono, alla fine della visione, particolari di una lezione di storia che forse possono essere palesati dalla cultura di massa solo adesso nel periodo post-Bush.

Ma il film è comunque un film d'azione. I motori propulsori dell'avvincente azione sono il disobbediente pgreen-zone-duerotagonista ed il patriottico Freddy, interpretato da Abdalla. I piani sui cui si svolge la trama sono gli stessi dei film su Jason Bourne diretti da Greengrass, sul piano alto i palazzi della Cia sono sostituiti da quelli politico-militari (con un cinico e spudorato Greg Kinnear nel ruolo del cattivo agente DIA) e sul piano basso il personaggio di Matt Damon, meno super ma più eroe, a vivere di azione. La sua ricerca sposta l'asse della propria speculazione dall'identità alla verità sul conflitto a cui arriva solo dopo le stranezze e le lacune della propria missione iniziale; in questo caso sono le certezze sulla sua identità a dargli forza al contrario dei film in cui fu la propria forza a dargli identità. Che indossi abiti militari o casual non ha importanza per un ruolo che risulta essere lo stesso, vincente, già consolidato.

Ha i tratti della maturità la carriera di Khalid Abdalla che, avendo nel bagaglio performance in Il cacciatore di Aquiloni e United 93, viene proposto in un ruolo interpretato credibilmente bene non solo grazie alla sua etnia ed alla conoscenza della lingua araba ma anche per espressività e gestualità perfettamente in linea con il suo personaggio, incarnante la frustrazione e la voglia di rivalsa dell'iracheno medio nella Baghdad del conflitto.

La camera a mano è ormai il marchio di fabbrica di Paul Greengrass (e come lui molti altri), trucco con il quale anche una carezza può apparire sullo schermo come il più micidiale colpo mai sferzato. E tecnica usata in maniera asciutta e continua dal regista per ogni rissa ed ogni inseguimento o anche solo per semplici dialoghi. Ma anche le frequenti e spettacolari panoramiche oramai lo contraddistinguono, con o senza zoom sul luogo di interesse, ed in Green Zone si è potuto avvalere anche in maniera divertente per lo spettatore, della tecnologia militare per le inquadrature dalle camere ad infrarossi poste sugli elicotteri che seguivano l'azione dall'alto nel lungo inseguimento finale. Dopo i (de)meriti di aver reso la saga Bourne più rapsodica e meno attraente, il risultato ottenuto dal regista è un film che accende abbastanza presto i motori e suscita interesse sia per la trama che per il fascino delle scene, mostrandoci un Greengrass maestro di un genere che ,per lui e per ora, sembra essere saturo.

doppioschermo

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