Dietro alle vicende famigliari ci sono tragedie che condizionano silenzi, rabbie e oppressioni in lotta perenne col passato. Lì si nascondono tanto i verdetti quanto le premesse di risalita, l’istinto di riprendersi quello che spetta. Remember me racconta la volontà di fuggire da memorie distruttive: Tyler (Robert Pattinson) e Ally (Emilie de Ravin), due ventenni newyorchesi, si incontrano per una scommessa fortuita, che sembra inizialmente accantonare la comune origine da eventi drammatici. Il loro codice di comportamenti e parole rende sempre più leggibile una relazione che non cancella le reciproche stranezze, né gli ambienti diversi - Ally è figlia di un poliziotto, Tyler di un uomo d’affari - preparando il terreno alle confessioni e all’abbandono.
Se Tyler sfoga la repulsione per la freddezza d’assalto del padre (Pierce Brosnan) nella convinzione tipicamente giovanile di un sapere assoluto e in un quaderno d’appunti destinato a qualcuno con cui non ha mai interrotto il dialogo, Ally sceglie di proteggere il dolore dell’unico genitore rimastole (interpretato dall’intenso Chris Cooper) finché ne ha forza, finché il diritto a una vita autonoma priva di lutto non ha il sopravvento.
Si riconosce presto una vicinanza e un sentimento visti dai due protagonisti forse per la prima volta. Il bisogno di Tyler di crescere accanto al talento e alle fragilità della sorella minore (la brava Ruby Jerins), la presenza dolente da sopravvissuta della madre (Lena Olin) non gli impediscono eccessi di rancore. E, d’altro canto, l’urgenza d’esprimersi di Ally sfida la violenza repressa del padre, il vuoto incolmabile di ruoli primari.
Allen Coulter firma la regia di una pellicola che procede per tappe di microreazioni e passaggi culminanti in un ritmo ed esito nel complesso altalenanti. Una serie di avvicinamenti che arrancano dopo una prima scena d’impatto e la narrazione svolta dieci anni più
tardi senza che - ed è questo un espediente efficace di scrittura - venga mai chiarito se tutto si svolga nella contemporaneità o in uno scarto precedente. La presenza dell’ex vampiro di Twilight, qui in veste anche di produttore esecutivo, manifesta certo lo sforzo apprezzabile di districarsi in un intreccio più sfaccettato che come tale incita però ad altra esperienza e maturazione. L’intero cast risponde a un’intenzione corale dove le voci soliste di Brosnan-Pattinson e Cooper-de Ravin vorrebbero incarnare conflitti ancestrali tra padri e figli.
Il proposto colore realistico che alimenta sceneggiatura (Will Fetters, Jenny Lumet), regia e fotografia, muta di segno nel finale calcato da una forzatura ammessa a chiudere il cerchio. Si rischia così di guastare equilibri faticosamente raggiunti sia nell’intento di appianare dissidi già troppo congestionati in poche vite, che nell’immediato travolgerne la ricostruzione sferrando un colpo dritto allo stomaco.




