Mercoledì, 24 Marzo 2010 12:03

Happy Family - Recensione

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happy-familyQuando è stato presentato a Los Angeles anche il pubblico americano, nonostante la traduzione con sottotitoli, ha apprezzato calorosamente (così dicono regista e produttore) tutte le battute, tanto che forse se ne farà un remake hollywoodiano. Sarà perché ha la finezza della finzione teatrale, più universale che non quella cinematografica. Mentre le battute strizzano l’occhio a una comicità ingenua e disarmante, che ha fatto la storia. Fatto sta che Happy Family fa ridere di gusto e in maniere intelligente. Con il meta-testo che Alessandro Genovesi aveva portato in scena all’Elfo di Milano, Gabriele Salvatores lancia (finalmente) un messaggio: il cinema italiano può staccarsi dalla piega neo-neorealista che per anni è stata l’unica alternativa alle gag ridanciane e sguaiate.

Happy Family è unhappy-family-personaggi film nel film: Ezio (Fabio De Luigi), sceneggiatore improvvisato, decide di scrivere un film, “un film d’autore” anche se ci sarebbe un problema, “manca l’idea”. Allora si inventa una Milano in cui il cielo è troppo azzurro per essere vero. La gente va in giro in cinquecento giallo semaforo. E gli uomini non hanno bisogno di lavorare perché ricchi di famiglia. L’ispirazione la cerca in oggetti che ha a portata di mano: una cartolina di Panama, un disco di Simon e Garfunkel, la sua bicicletta. Insomma, nella convinzione di scrivere un capolavoro mette insieme un pastrocchio cucinato con gli scarti. Una storia simil Romeo e Giulietta, in cui i padri (Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio) poi diventano amici per la vita e le mamme (Carla Signoris e Margherita Buy) si lanciano in confidenze sulla vita matrimoniale. La carne a cuocere è tanta: le famiglie allargate, l’omosessualità, le differenze sociali, il cancro e il colpo di fulmine tra il quarantenne Ezio e la trentenne pianista paranoica dai capelli rossi (Valeria Bilello). Tutti temi buttati là senza troppo indagare. Citazioni irriverenti del cinema italiano degli ultimi tempi.

E’ Ezio l’io narrante e il deus ex machina delle vicende, ma i suoi personaggi rompono le fila e intervengono nella creazione dell’autore. Questa è la componente che più esplicitamente si ispira al teatro: scontato il riferimento a Sei personaggi in cerca d’autore. Anche qui delle figure precostruite fanno pressione per affermare il proprio ruolo. Il finale deve essere chiaro e positivo, perché il pubblico non deve essere preso in giro. Arricchiscono il piatto vari rimandi cinematografi, dalle riflessione a voce alta dal sapore felliniano al prologo sulle paure che fa molto Woody Allen.

Salvatores mette in campo tutti i trucchi per rompere gli schemi classici della finzione cinematografica. A partire dai personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore parlando in macchina. Poi, ogni dettaglio di fotografia e scenografia è fatto per far risaltare l’innaturalità del racconto: colori ipersaturi, scene semplificate e stilizzate. E inquadrature che non mettono i piedi per terra, restituendo una città incantata. Il risultato è un film surreale e idealista, che è un regalo del regista al suo pubblico che ha bisogno di ridere e riflettere sul cambiamento.

doppioschermo

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