
Il piccolo Nicolas e i suoi genitori, dal 2 aprile nelle sale italiane, ha il sapore della Francia degli anni Cinquanta. La dinamica espositiva è semplice, con un io narrante brillante e vivace: “Mi chiamo Nicolas. Ho due genitori che mi vogliono bene, un gruppo di amici fantastici con cui mi diverto tantissimo”. Il mondo dal metro e mezzo, il microcosmo del piccolo protagonista per una storia forse già sentita, ma convincente nella sua costruzione episodica.
Inquadrature nitide, che diventano specchio di una vita che a pochi anni di vita, scorre con la naturalità degli eventi dettati dalla scuola, dai giochi e dalla vita in famiglia. Un impianto lineare nel film di Tirard che apre ad un'ilarità genuina.
Per il film (che in Francia ha avuto più di cinque milioni di spettatori) due le caratteristiche essenziali. Da un lato la naturalità di una storia che nasce da uno dei più importanti classici per l'infanzia francesi, frutto del binomio Renè Goscinny e Jean-Jacques Sempè: la vicenda si snoda attorno al “dilemma” di una nuova nascita, dall'atavica paura di ogni bambino d'essere sostituito/destituito dall'amore di mamma e papà. Dall'altro l'essenzialità dei dialoghi si sposa con l'efficace particolarità di inquadrature. Mai eccessivo, non si disperde in scivoloni semplicistici quasi stucchevoli. In realtà, calibra l'equilibrio a misura di bambino e la dimensione corale di un mondo adulto che diventa corroborante per la storia stessa.
Convincente Valèrie Lemercier, madre di Nicolas. Traccia il profilo di una donna casalinga che tenta di risollevare le sorti lavorative del marito, interpretato da Kad Merad, in attesa di una promozione. Dinamica e sagace la scena della cena in onore del signor Moucheboume, datore di lavoro del padre di Nicolas. Un semplice gioco degli equivoci scardina la psicosi di una donna che vive la propria condizione di casalinga con serenità, ma che al pensiero di doversi confrontare con la moglie altolocata del datore di lavoro subisce la sindrome d'inferiorità, curata con lo sfoggio di nozioni di letteratura scandinava. Nascono così una serie d'incomprensioni surreali che, senza scivolare nell'ovvio, divertono e convincono.
Ma la vera rivelazione è il piccolo protagonista, Maxime Godart. Il visetto tondo del Giamburrasca d'Oltralte, riesce ad essere adorabilmente colpevole anche nelle situazioni più drammatiche. E diverte la squadra di bambini scapestrati che per sostenere l'impresa di Nicolas, di liberarsi del fratellino, collezionano idee distruttive che alimentano esponenzialmente il numero di marachelle e conseguenti danni.
Un impianto lineare che lascia ai singoli interpreti la capacità di rivolgere allo spettatore uno scampolo di vita anni Cinquanta, quasi una favola vecchia maniera che in Italia potrebbe trovare il meritato seguito e consenso.




