Giovedì, 18 Marzo 2010 01:00

Io sono l'amore - Recensione

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Presentato alla sezione Orizzonti di Venezia 66, l’ultimo frutto del binomio Swinton-Guadagnino - dopo The Love Factory nel 2002 e The Protagonists nel 1999, film quest’ultimo in cui il sodalizio artistico tra i due si mostrava già dichiarato - vede ora la Swinton anche nei panni di produttrice, oltre che di protagonista di un archetipo famigliare tragico e borghese.

Io sono l'amore

I Recchi concordano da sempre un canovaccio di pose, sottintesi e valori assemblati coi mattoni della fabbrica milanese che possiedono e che con la città continuamente prende posto, ossessionando sia i passaggi di consegna del suo fondatore Edoardo Recchi Sr. (Gabriele Ferzetti), che il matrimonio congelato e ignaro di Emma (Tilda Swinton), di origine russa, con Tancredi (Pippo Delbono). Investe le vite dei loro figli: Edoardo Jr. (Flavio Parenti), cui spettano le redini aziendali accanto al padre, Elisabetta (Alba Rohrwacher), voce di un orientamento scomodo e inconfessato e, infine, Gianluca, asservito alle movenze di famiglia. Fuoricampo Ida, la governante, espressione di una fedeltà terrigna e mai enfatica grazie alla bravissima Maria Paiato. A lei il compito di resistere fino all’ultimo contro uno strappo insanabile di cui il silenzio è un umore esplicito.

La sceneggiatura - scritta dallo stesso Guadagnino con Barbara Alberti e Ivan Cotroneo - serve quasi un ritratto d’antan prossimo a sgretolarsi e mostra da subito l’elemento di disordine: l’arrivo di Antonio, il cuoco (Edoardo Gabbriellini) e primo a vincere una sfida sportiva contro Edoardo Jr., a insinuare attraverso combinazioni creative dei sapori, la crepa nella monotonia dormiente di Emma. Si apre così il secondo sipario sul film in parte debitore, anche se insistito, al minimalismo delle musiche di John Adams. L’estetica puntuale dei costumi serve piuttosto a modulare l’impressione di una gabbia che rigurgita insoddisfazioni ed è pronta a crollare, non appena ha il sopravvento la pulsione innocente delle nature. Emma si riconosce viva grazie ad Antonio, di cui si perdono le tracce nel giovanilismo toscano di Gabbriellini, che non convince nel ruolo del distratto seduttore di una donna regale.

Il cliché è riproposto dalla tragedia finale che attraversa la gelosia edipica di Edoardo Jr. Da qui, il segnale della rivoluzione di Emma nella sempre inarrivabile deità della Swinton che imbraccia le armi degli occhi e dell’arcano prima immobile e poi sconvolto. La camera la segue, la invoca, abbandona le riprese dall’alto delle prime sequenze che suggerivano un palco di marionette. La rivede opposta all’eccellente compitezza nervosa di Delbono, intensissima a fianco della citazione che dà il titolo al film e riprende l’aria dell’Andrea Chenier, omaggio a Jonathan Demme e al suo Philadelphia comparso in istantanea. Omaggio tuttavia non ben giustificato, come il rischio di un documentarismo che indugia stucchevolmente sui dettagli e chiederebbe più coraggio alla storia.

doppioschermo

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