Giovedì, 11 Marzo 2010 13:50

Donne senza uomini - Recensione

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Donne senza uominiLa cornice storica del 1953 in Iran - dalla lotta del Fronte Nazionale per l’emancipazione dall’embargo alla caduta del governo Mossadegh per mano della CIA - svela quadri femminili privati del diritto a un’identità anzitutto sessuale. Il romanzo di Sharnush Parsipur da cui prende le mosse l’adattamento della regista e celebrata video artista Shirin Neshat, affiancata nella scrittura da Shoja Azari e dalle musiche di Ryuichi Sakamoto, non è esclusivamente la premessa a una pellicola cui è valso il Leone d’Argento, e nemmeno soltanto la trasposizione filmica di cinque precedenti videoinstallazioni, ma l’opportunità colta di rimarginare poeticamente ferite e prigionie. Si mantiene la struttura narrativa per episodi dietro cui osservare e partecipare, secondo la regola del vissuto o, all’opposto, del rigetto di ciò che per epoche e genere potrebbe cascarci addosso come alieno, fino alla conciliazione simbolica in cui quattro storie femminili - nel romanzo e nei video erano cinque - trovano sfogo in un rifugio comune. L’inseguimento delle vite per dilatazione d’immagini che, se da un lato riflettono l’appartenenza privilegiata e sublime di Neshat alla video arte, dall’altro si appropriano con lirismo delicato del margine destinato in ogni epoca all’isolamento femminile persiano, apre il cerchio di Munis, Faezeh, Zarin e Fakhri. Il disperato tentativo della prima di opporsi a un regime domestico e politico si fonde tragicamente con la ricerca della felicità di Faezeh, innamorata di Amir, fratello della stessa Munis. Le ottusità di quest’ultimo non bastano a fermare la volontà di «non sentire il mondo per non sentire il dolore». Ed è simile l’abbandono hopperiano della prostituta Zarin nella propria stanza, incapace ormai di dare un volto agli uomini. La ritroviamo nuova Ofelia nelle acque della proprietà acquistata da Fakhri, moglie di un generale e decisa a evadere dalla fortezza per cui ha rinunciato ad amare, cantare e scrivere poesie. Ognuna bussa alla porta dello stesso giardino, lo invade come fosse recinto protetto da nebbie e sagome di alberi in uno scenario intatto. Come quello islamico, festa dell’ozio e della pacificazione interiore, il cerchio verde di Fakhri è nutrimento a piena voce femminile. Ma la realtà irrompe nell’Eden tanto quanto il grido di Munis da sottoterra per essere ancora presente alle espropriazioni, alle violenze subite da Faezeh, al mutismo dolente di Zarin e, infine, alla rinnovata solitudine di Fakhri. La precisione estetica e per contrasto di colori tipica di Neshat guida quel loro «silenzio d’ora in poi» attraverso una camera coerente nell’allentare la stretta su sensualità indotte ad annullarsi, eppure mai morte. I volti intensi delle attrici ne seguono il fine di poche parole in una Teheran ricreata a Casablanca. Così non si può non spartire il confine unico in cui viene scambiato un destino, un fiato reso corto dai dogmi, vivificato soltanto da ciò che in Parsipur - che nel film interpreta la tenutaria del bordello in cui lavora Zarin - era risposta già visiva, surreale e «desiderio che si fa follia». Le donne di Allah sono esilio di veli tra schiene maschili chine in preghiera, manifestanti che protestano, figure molli di un hammam in cui solo un corpo è scarnificato. La lingua del tempo sembrerebbe allora rivoltarsi su stessa, se non fosse per quel canto che preserva dall’orrore più definitivo.

doppioschermo

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