Venerdì, 19 Febbraio 2010 11:00

Afterschool - Recensione

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{tab=scheda} Afterschool
Titolo: Afterschool 
Genere: Drammatico
Cast: Emory Cohen, Rosemarie DeWitt, Harrison Lees, Paul Lucenti, Anna Maliere
Data di uscita: 2010-02-19
Paese: Stati Uniti
Diretto da: Antonio Campos
Durata del film: 107 min.
Anno di produzione: 2008
Distrubutore: Bolero

Trama in breve: Robert è un adolescente che frequenta una scuola di preparazione all'università americana. La sua passione sono i documentari che gira e realizza da solo. Un giorno, il ragazzo riprende la tragica morte di due suoi compagne. Per commemorare la memoria dei due giovani scomparsi viene affidato a tutti gli studenti del campus un compito audiovisivo, che però finisce per generare tensioni tra studenti ed insegnanti...



{tab=recensione} Afterschool

Il richiamo più immediato che una mente cinefila opera, nella visione di Afterschool, è quello – peraltro già ampiamente evidenziato da molti critici –all’Elephant di Gus Van Sant. Tuttavia c’è una differenza sostanziale, ancor prima che stilistica, tra le due opere. Mentre Elephant preparava il suo tragico epilogo attraverso quadretti di una quotidianità mortalmente noiosa e piani sequenza interminabili di camminate lungo i corridoi, tanto da far apparire la strage finale come una catarsi quasi necessaria per lo spettatore stesso, l’Afterschool di Antonio Campos (qui al suo primo lungometraggio) rende la morte violenta il fulcro centrale della propria storia anche in senso temporale, concentrando idealmente l’attenzione sulle premesse e sulle conseguenze dell’evento cruento e sottraendo quindi ed esso la valenza allegorica e liberatoria della sparatoria di Elephant.

Apprezzabile sia sul piano teorico che su quello pratico la messa fuori fuoco di contesti, ambienti e volti, nonché la scelta di far rimanere fuori campo spesso e volentieri personaggi e dialoghi per restituire il senso di alienazione ed iperbolizzare la tensione morbosa verso l’immagine in generale e la ripresa video in particolare. L’impressione che si ha è quella di assistere alla documentazione di una nuova forma di autismo mediatico, imperniato su un universo autoreferenziale e spersonalizzante in cui la ricerca di guizzi emotivi riesce a mettere sullo stesso piano di gradimento video di scenette amatoriali divertenti e filmati di morti in diretta o di pornografia estrema creduta reale.

Senza falsi moralismi ma con una punta forse di pretenziosità accademica in fondo perdonabile, si mostra - e dimostra- una generazione drogata, letteralmente e metaforicamente, ufficialmente ed ufficiosamente (i ragazzi che si riforniscono dal pusher teenager e/o che prendono i medicinali dall’ambulatorio).

Una nota di merito va alla scena finale, che raggiunge il culmine del suo climax angosciante in un quasi-paradosso angolare. L’equivalente - se è possibile - dell’atto onanistico reale del protagonista, già ripreso ed intuito più volte, trasposto figurativamente nell’ambito della sua ossessione filmica.

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