Il cuore filosofico del best-seller di Muriel Barbery da cui è tratto Le hérisson, adattamento cinematografico d’esordio per la giovane regista Mona Achache, regge il filo sottile di umanità per natura soggette al pregiudizio. È di nuovo l’“eleganza” di una favola odierna che, pur realistica negli intrecci osservati da una guardiola o da una macchina da presa, assume l’aspetto di una pellicola per volere registico non distante dall’onirismo. Al diario di Paloma nelle pagine della Barbery, si sostituiscono così disegni e riprese a mano che affermano il ruolo narrante e visivo proprio del cinema, pur nel rispetto di un’atmosfera che accoglie la parola come riflessione, fantasia indagata, flusso di coscienza, paura e gesto all’apparenza abbrutito.
La femminilità impenetrabile di Renée rivive nella trasformazione esemplare e misurata della Balasko, contrastando efficacemente con la frivolezza amabile di Ariane Ascaride nei panni dell’amica e cameriera Manuela. Il crescendo delle storie - introdotte forse troppo lentamente per non guastare la dilatazione letteraria d’ispirazione - è l’amicizia insolita tra tre opposti per età e origini, lo scambio che evoca l’asciuttezza e incisività degli haiku. Si aggiunge, infine, il riconoscimento delle letterature come porto per ogni esistenza ai margini e ragione di resistenza al dolore.
Per Paloma, Renée e Kakuro, è un nuovo inizio tra tavolette al cacao amaro, gatti come personaggi da romanzo e tè sorseggiati davanti a una proiezione giapponese, altro omaggio alle conoscenze d’oltreoceano. Il finale ne riassume la fugacità crudele che travolge sia le teorie di Paloma, che l’ovvietà nemica della filosofia e di un cinema in ascolto di tutte le famiglie uniche nell’infelicità.




