Lunedì, 04 Gennaio 2010 01:00

Il riccio - Recensione

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Il riccio
«Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» recita l’incipit di Anna Karenina, il primo a tradire il mutismo di Renée Michel (Josiane Balasko), portiera di uno stabile altoborghese parigino. Dietro un’apparenza ruvida nasconde un sapere da autodidatta che nutre costantemente rifugiandosi nella stanza dei libri. Nello stesso palazzo, Paloma Josse (Garance Le Guillermic), dodicenne figlia di un ministro, apre il racconto in prima persona filmando le vite attorno da dietro una vecchia videocamera ed esponendo la teoria dei pesci rossi nella boccia. Anche Paloma è di un’intelligenza non comune, ma già incline a pensieri suicidi come rimedio alla sopravvivenza. La sua è un’autodifesa cinica coltivata tanto quanto la selvatichezza di Renée. L’incontro di entrambe con il ricco inquilino giapponese, Monsieur Kakuro Ozu (Togo Igawa), interviene presto a spezzare le solitudini fondendole in un’“eleganza” autentica e vigile all’opportunità delle relazioni.

Il cuore filosofico del best-seller di Muriel Barbery da cui è tratto Le hérisson, adattamento cinematografico d’esordio per la giovane regista Mona Achache, regge il filo sottile di umanità per natura soggette al pregiudizio. È di nuovo l’“eleganza” di una favola odierna che, pur realistica negli intrecci osservati da una guardiola o da una macchina da presa, assume l’aspetto di una pellicola per volere registico non distante dall’onirismo. Al diario di Paloma nelle pagine della Barbery, si sostituiscono così disegni e riprese a mano che affermano il ruolo narrante e visivo proprio del cinema, pur nel rispetto di un’atmosfera che accoglie la parola come riflessione, fantasia indagata, flusso di coscienza, paura e gesto all’apparenza abbrutito.

La femminilità impenetrabile di Renée rivive nella trasformazione esemplare e misurata della Balasko, contrastando efficacemente con la frivolezza amabile di Ariane Ascaride nei panni dell’amica e cameriera Manuela. Il crescendo delle storie - introdotte forse troppo lentamente per non guastare la dilatazione letteraria d’ispirazione - è l’amicizia insolita tra tre opposti per età e origini, lo scambio che evoca l’asciuttezza e incisività degli haiku. Si aggiunge, infine, il riconoscimento delle letterature come porto per ogni esistenza ai margini e ragione di resistenza al dolore.

Per Paloma, Renée e Kakuro, è un nuovo inizio tra tavolette al cacao amaro, gatti come personaggi da romanzo e tè sorseggiati davanti a una proiezione giapponese, altro omaggio alle conoscenze d’oltreoceano. Il finale ne riassume la fugacità crudele che travolge sia le teorie di Paloma, che l’ovvietà nemica della filosofia e di un cinema in ascolto di tutte le famiglie uniche nell’infelicità.


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