
L’ultima opera di Spike Jonze - dal suggestivo titolo Where the Wild Things Are - racconta di Max, bambino irrequieto, che scappa di casa da una mamma poco attenta (e intenta a ricostruirsi una vita di coppia con un altro partner) e da una sorella dispettosa (e troppo dipendente dai suoi amici) per trovare rifugio fantastico in un’isola popolata da mostri paciocconi e pelosi. Fin da subito è chiaro come le creature selvagge incontrate dal piccolo protagonista siano proiezioni di figure vicine della propria vita reale – o di scomposizioni di esse – nonché di sé stesso e degli aspetti più introversi e nichilisti del suo carattere.
Per quanto anche il titolo italiano renda abbastanza bene l’idea di fondo del film, la marcata componente psicologica della vicenda narrata – cui qui si è solo accennato - fa tornare l’attenzione su quello originale citato in apertura. Potendo interpretare quell'aggettivo – wild - nell'accezione di “primordialità” e quel sostantivo – things - come riferito ad entità e stati d'animo piuttosto che alla semplice e generica fisicità oggettuale, la forza dell’espressione Where the Wild Things Are risulta indubbiamente maggiore, se non meritevole di essere ricordata e preferita a qualunque altra.
Non si tratta di un film per bambini, ma di un film sui bambini. Di certo non si raggiungono i livelli di drammaticità de Il Labirinto del fauno, né l’inquietante pessimismo de La storia infinita, ma siamo di certo dalle parti dell’ottimo film d’autore e non del blockbuster magico-fantasy prenatalizio.
Unica pecca stilistica: forse avrebbe giovato alternare la realtà vera a quella fantastica almeno una volta durante il film, fra la primissima e l'ultimissima parte. Mentre, nel modo in cui è presentata la storia, anche seguirne il lato più "psicanalitico" risulta invece abbastanza alienante.
In conclusione, comunque, un film molto bello e toccante. L’idea che sia stato tratto da un libro illustrato per bambini piuttosto che da un romanzo complesso e strutturato è un ulteriore segno della genialità della sua sceneggiatura.
Una nota particolare, oltre che alla splendida colonna sonora, va al protagonista maschile: finalmente un bambino che fa il bambino e non tenta di fare l'adulto o di recitare come tale. L'anti Macaulay Culkin, se vogliamo. Meglio ancora: l’anti Dakota Fanning (sebbene al maschile).




