
L’infernale Quentin non sbaglia un colpo e a ogni produzione dà nuove conferme del talento che ha fatto di lui il regista che ha reinventato negli anni ’90 il Pulp sul grande schermo. Regista di contaminazioni de genere e di ri-creazioni di stili, spesso miscelati nelle formule più impensate, e più riuscite, Quentin Tarantino si confronta ora con la storia. L’avevamo lasciato nel 2004 con il capolavoro dell’arte visiva Kill Bill, opera magna che confermava il talento eccezionale di Uma Thurman e rispolverava la verve del dipartito David Carradine. Poi l’avevamo ritrovato in tandem con il compagno di merende Robert Rodriguez nel double feature Grindhouse, presto divenuto cult per gli amanti dei b-movies e messo sott’accusa dalla maggior parte dei critici italiani, giovani e meno. Ma Tarantino aveva già in cantiere un nuovo sorprendente progetto basato sulla pellicola italiana Quel maledetto treno blindato, diretto da Enzo G. Castellari nel 1977. Il titolo con cui il film era comparso in America era proprio Inglorious Bastards, modificato dall’ex enfant terrible in Inglorious Basterds per la sua nuova opera, osannata come cinema puro da critici e spettatori che l’avevano visto in anteprima allo scorso Festival di Cannes. Tarantino riscrive la Storia raccontando un immaginario attentato a Hitler avvenuto nell'unico luogo per lui possibile, una sala cinematografica. Bastardi senza gloria (titolo italiano) racconta la storia di un gruppo di soldati americani capeggiati da Brad Pitt, più bravo che bello con quella vistosa cicatrice al collo e i baffetti da yankee in vecchio stile, che si ritrovano ad accettare una missione nella Germania nazista, una sfida all’ultimo sanguinoso scalpo. Accanto a Pitt, Mike Myers (Austin Powers) ed Helen Kruger (Troy) nel ruolo dell’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark, cospiratrice antinazista. Elemento clou della sceneggiatura è l’alleanza tra questo gruppo di bastardi e Shosanna, una ragazza francese (interpretata da un brava Melanie Laurent) di origine ebrea la cui famiglia è stata sterminata dalla SS. Nel ruolo del cacciatore di ebrei il magistrale attore austriaco Christopher Waltz, sconosciuto ai più, nel ruolo del cinico Hans Landa, il principale bersaglio dei soldati e il mortale nemico degli Ebrei. Waltz è forse il fiore all’occhiello di questo film, con la sua abilità di parlare più lingue riuscendo a sconvolgere gli spettatori e gli stessi personaggi. In perfetto stile tarantinesco regna sovrano il rosso sangue, tra le pratiche più estreme di vendetta, come l’incisione di svastiche sulla fronte dei militari delle SS, strangolamenti a gogò, massacri cranici a suon di mazza da baseball e perfino il prelievo dello scalpo con un coltello da macellaio. Il regista contemporaneo più apprezzato di oggi ancora una volta mira lontano e reintegra, con il linguaggio metacinematografico e metafilmico cui ci ha abituati: raffinate e colte citazioni vengono disseminate tra le riprese, gli oggetti, i dialoghi e gli stili (perché la variazione autentica sul tema è una costante sempre degna di nota) mentre ammiccanti indizi autoreferenziali sono offerti allo sguardo cinepatico, più che cinéfilo. Tarantino sviscera il cinema e continua a contaminarlo con un’autorialità artistica meticolosa e una verve che ancora ci sorprende: il grande pubblico può vedere il suo film come una metastoria ucronistica, come un sogno realizzato nell’esperienza spettatoriale, mentre il suo pubblico si rimette al lavoro come una talpa determinata, scava nelle immagini, nella messa in scena, nei costumi dei personaggi per scovare gli indizi di un cinema che solo Quentin può incastrare in un unico spettacolare film.