Sabato, 26 Settembre 2009 20:51

Basta che funzioni - Recensione

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Dopo quattro film in Europa, Woody Allen torna a girare una commedia nella sua New York. Tralascia intrighi, omicidi e tormentati intrecci d'amore per soffermarsi sul profilo del suo ultimo protagonista, Boris Yelnikoff, ex professore di fisica, in conflitto con il mondo intero.

L'incipit rientra appieno nello stile dell'autore: Boris (Larry David) con sfacciato sguardo in macchina, si presenta al pubblico con un monologo-confessione, in cui racconta di sé e della sua vita. Il rimando all'Alvy di Io e Annie è evidente, così come il tributo alla migliore tradizione cabarettistica da stand up comedian, perfettamente interpretata da David, autore e attore di successo della scena comica newyorkese.

Cinico e misantropo, Boris, ormai in pensione, vive a New York e dà lezioni di scacchi a giovani “vermetti”. E' intollerante, logorroico e sarcastico, si incontra per chiacchierare con gli amici e finisce inesorabilmente per subissarli con i suoi discorsi pessimistici sui massimi sistemi.

Di certo non ha un carattere facile e ritiene di non piacere alla gente: ha mancato un nobel, ha divorziato da una donna colta e facoltosa, ha anche tentato il suicidio gettandosi nel vuoto, uscendone vivo, ma claudicante.

Nonostante i sentimenti di amarezza e frustrazione che trasudano dai suoi discorsi e dalla certezze catastrofiche, il destino di Boris cambia radicalmente dopo l'incontro con Melody (Evan Rachel Wood, già in Thirteen e Across the Universe), miss-qualcosa in fuga dalla provincia e in cerca di fortuna nella Grande Mela. Inaspettatamente, con la sua ingenuità e gentilezza, la giovane riesce a poco a poco a intenerire Boris, finendo per sposarlo.

Ma la loro relazione si complica con l'arrivo dei genitori di Melody che, decisi a far ordine nella vita della figlia, finiranno per rivoluzionare la propria, con esiti decisamente esilaranti ed imprevedibili.

Tra party, vernissage, battute memorabili e menage a trois, l'ultima commedia di Allen riprende molti temi già  noti allo spettatore. Lerry David è l'alter ego del regista e ne richiama  manie e atteggiamenti, il risultato è brillante e divertente e i dialoghi dalle battute sferzanti sottintendono una certa umanità.

Il cinismo spietato e spesso misantropo del protagonista comincia a scemare.

Quasi arreso al destino che tanto sembrava remargli contro, Boris diviene più indulgente verso le debolezze umane di cui sembra cogliere finalmente la varietà. Sarà che ha 60 anni e non più i 40 di Alvy, sarà che è più maturo o forse più saggio, in fondo ciò che ormai gli interessa che funzioni, sembrano essere la vita e i sentimenti.

L'apertura verso l'altro traspare anche della struttura stessa del film, che si apre sul protagonista, per divenire via via un'opera corale, sintesi della variegata e complessa personalità  del regista.

doppioschermo

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