Non era facile rendere cinematograficamente le vicende di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist, intricatissime eppure raccontate in modo asciutto e per niente artificioso. Non era facile anche se erano scritte con uno stile per certi versi già cinematografico.Non era facile nemmeno accostarsi a un best seller del calibro di Uomini che odiano le donne, esordio brillantissimo di Stieg Larsson, diventato presto un caso editoriale nonché il libro più venduto in Europa nel 2008.
Primo romanzo della trilogia Millennium, che ha venduto nel mondo oltre 10 milioni di copie, rivela, oltre all’indubbia padronanza dei meccanismi a incastro del genere, la notevole competenza di Larsson – giornalista come Blomkvist – nel campo delle associazioni antidemocratiche e di estrema destra, della corruzione nascosta in seno alle alte sfere della finanza svedese e della violenza subita abitualmente dalle donne anche in una società evoluta come quella scandinava. Non solo un giallo, ma un romanzo drammatico di forte denuncia sociale.
Blomkvist, reduce da una condanna per diffamazione, viene contattato dall’anziano magnate Henrik Vanger perché tenti di fare luce sulla scomparsa di sua nipote Harriet, avvenuta oltre quarant’anni prima. Partendo dall’ipotesi di un omicidio compiuto all’interno della stessa potentissima e complicata famiglia Vanger, Mikael inizia le sue indagini aiutato da Lisbeth Salander, un’hacker geniale e tatuatissima, mascolina e riservata ai limiti dell’asocialità. Insieme, i due improvvisati detective scopriranno agghiaccianti segreti che i Vanger faranno di tutto per mantenere tali.
Non era facile, ma il tentativo di Niels Arden Oplev può dirsi riuscito. Il regista svedese ha preteso il controllo artistico assoluto, curando letteralmente ogni dettaglio: «Volevo che ci fossero tutti i dettagli e le sfumature del libro di Larsson – le vecchie foto attraverso cui rivive il personaggio di Harriet, i vecchi filmati di repertorio dell’incidente sul ponte, la memoria fotografica di Lisbeth. Era importante che il film conservasse lo spirito tagliente del libro, che avesse il coraggio di mostrare il lato oscuro della società». Moltissime e accurate sono infatti le inquadrature dei singoli dettagli, messi a fuoco con cura e poi sfuocati, sovrimpressi tra loro, e dei primissimi piani.
Un film lungo e complesso, la cui gestazione non è stata da meno, in parte per le condizioni estreme dell’inverno svedese, in parte per la difficoltà di dissezionare la trama, per cui Oplev si è avvalso della collaborazione di due tra i più famosi sceneggiatori scandinavi, Rasmus Heisterberg e Nicolaj Arcell. Infine, dopo un casting durato parecchi mesi, la scelta è felicemente caduta sulla trentenne Noomi Rapace, autodidatta, che si è tagliata i capelli, si è riempita di piercing, e ha preso, come Lisbeth, la patente per la moto e lezioni di pugilato, e su Michael Nyqvist, popolare attore teatrale diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica. Fedelissimi al romanzo, fatta eccezione per la fama di incallito dongiovanni di Blomkvist, nel film appena accennata, e per il rapporto che instaurano, forse per ragioni di tempi meno conflittuale e controverso.
Già dal prossimo autunno sarà presente nelle sale il secondo capitolo della trilogia, La ragazza che giocava con il fuoco, e dalla primavera 2010 La regina dei castelli di carta.




