Venerdì, 03 Aprile 2009 02:00

Gli amici del Bar Margherita - Recensione

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C'è la sua Bologna, quella degli anni '50, quella di quartiere, di quando lui era adolescente, in “Gli amici del bar Margherita” di Pupi Avati, in uscita nelle sale il 3 aprile. Sotto i portici di via Saragozza il regista bolognese torna a casa, con toni più leggeri rispetto a Il papà di Giovanna per una commedia sentimentale piena di ricordi e personaggi legati alla sua giovinezza.

Siamo precisamente nel 1954 e il 18enne Taddeo (Pierpaolo Zizzi) sogna osservando dall'esterno il bancone del mitico Bar Margherita, proprio davanti casa sua. Vorrebbe frequentarlo anche lui, come i tanti personaggi che vede ogni giorno, così, con uno stratagemma, diventa l'autista personale di Al (Diego Abatantuono), l'uomo più carismatico e misterioso del quartiere. Nessuno ricorda il suo nome, tutti lo chiamano “Coso”, ma Taddeo diventa, presto, testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della bella entreneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante; del ladruncolo e sessuofobo Manuelo (Luigi Lo Cascio); di Zanchi (Claudio Botosso), inventore delle cravatte con l'elastico; dello strano campione di ballo Sarti (Gianni Ippoliti) e della bella maestra di pianoforte Ninni (Luisa Ranieri). Resterà un semplice osservatore o riuscirà a diventare uno di quelli del Bar Margherita? Insomma Taddeo, una volta raggiunta l'opportunità di fare finalmente parte di quel gruppo di amici, lo farà veramente?

“Negli anni '50, nella cultura dei bar, c'era un atteggiamento nell’interpretazione della vita da parte dei giovani di allora che oggi sarebbe considerato arcaico – spiega Avati – I ragazzi di allora investivano la loro creatività nel più assoluto disimpegno e nel totale disinteresse degli adulti verso di loro”. Il film racconta anche questo, un momento del Paese in cui “le adolescenze erano spensierate e sperperate con disinvoltura e lo stupire e il divertire gli altri era un modo per dare senso alla vita”, racconta il regista.

Non una pellicola autobiografica, ma un misto dei ricordi e fantasia. “Mi è difficile oggi poter circoscrivere quanto del vero bar ci sia in questo mio film e quanta parte invece sia frutto della mia fantasia. Quanto insomma io abbia detto come era davvero o quanto avrei voluto che fosse stato”, sottolinea Avati.

Tanti volti noti per un film corale, da Diego Abatantuono a Neri Marcorè, da Luisa Ranieri a Laura Chiatti. Assieme a Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Claudio Botosso, Gianni Ippoliti, Gianni Cavina e Katia Ricciarelli. Tanti personaggi e personalità variegate che ruotano attorno al giovante Taddeo interpretato da Pierpaolo Zizzi, alla sua prima esperienza cinematografica. “Un’opportunità del genere mi ha permesso di ricorrere ad attori di famiglia (Abatantuono, Marcorè, Ricciarelli) e ad altri interpreti che mi incuriosivano da tempo ma con i quali non avevo mai ancora lavorato (Lo Cascio, De Luigi, Chiatti). Per ognuno di loro ho scritto un personaggio il più possibile aderente alle loro individualità e nel contempo 'replica' di una porzione di quel microcosmo al quale ho tempo di ridare vita”, spiega il regista.

Prodotta dallo stesso Avati insieme al fratello e compagno di cinema Antonio e Rai Cinema, nel film c'è il tocco di un altro bolognese doc, Lucio Dalla, amico di vecchia data, in quanto membro di un complesso in cui Pupi, da ragazzo, suonava il clarino. “Ho trovato la storia fin dall'inizio molto divertente ma anche sociologicamente adatta nel mettere in evidenza i retromondi sociali che c'erano all'epoca – spiega Dalla, autore della colonna sonora - Quel locale di via Saragozza è stato un epicentro, il concentrato di una serie di iniziative legate anche al linguaggio, allo slang bolognese. Mi sono sentito subito ispirato, è venuto tutto 'di getto' e il piacere e l'uso che ho fatto di questa esperienza è stato davvero rigenerante”.

doppioschermo

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