Domenica, 29 Marzo 2009 03:00

Teza - Recensione

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"Per raccontare la vita di un uomo bisogna scriverne il nome sulla mappa della Storia", ha detto Haile Gerima, a proposito del suo ultimo film, Teza.

Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e Premio Osella per la Migliore Sceneggiatura, il film del regista etiope autore di Sankofa (1993) racconta di un complicato ritorno a casa.

Anberber, che è cresciuto in un’Etiopia arcaica e ha conosciuto la dominazione italiana e il governo del negus Hailé Selassiè, parte per la Germania per diventare medico. Qui entra in contatto con i movimenti studenteschi del’68, partecipa ai dibattiti sull’industrializzazione dei paesi del Terzo Mondo dopo la fine del colonialismo e segue con sconforto le notizie della durissima repressione delle contestazioni nel suo paese. Quando l’Etiopia, qualche anno più tardi, diventa una repubblica, Anberber decide fiducioso di fare ritorno a casa. Ma ancora una volta, realizza l’impotenza a cui è costretto, e non soltanto per una gamba claudicante dopo un linciaggio subito in Germania da parte di un gruppo di estrema destra: le istituzioni sono corrotte, la bande paramilitari imperversano sulle strade, i bambini sono spesso reclutati come soldati. Non gli rimane che abbandonare il presente e rifugiarsi in un mondo di ricordi, trovando l’unica ragione di lotta nella cura di sé.

Non molto diverso il senso di frustrazione provato dallo stesso Gerima, che come il suo personaggio si è laureato in Europa e poi ha fatto ritorno in Etiopia, sperando «come Prometeo» di portare alla sua gente «fuoco della modernizzazione», e rendendosi conto immediatamente dopo dell’inutilità dei suoi sforzi.

«Teza mi ha offerto la possibilità di dare voce a quegli intellettuali africani che una serie di complesse circostanze storiche ha trasformato in sfollati. In fuga da un mondo che rischia di sopraffarlo, Anberber […] sceglie di ritirarsi nella terra della sua infanzia, malgrado sia consapevole di compiere l’ultimo atto della sua esistenza. Questa decisione lo obbligherà a confrontarsi con le terribili ferite del suo paese, sempre costretto a nascondersi dagli aguzzini del regime», ha dichiarato il regista.

Figlio di uno scrittore nazionalista che aveva combattuto ai tempi dell’occupazione italiana, Haile Gerima ha sempre amato le storie e vuole raccontarne di sue attraverso la sua profonda fiducia in un cinema indipendente che abbia come caratteristiche principali l’«identità» e la «liberazione».

E la riproposizione, in Teza, dei rituali arcaici della sua terra, ha proprio il senso di ricordare che l’evoluzione, culturale come industriale, non può prescindere dall’identità di una nazione: anche Anberber, all’inizio, aveva cercato di cancellare il proprio retaggio di tradizioni, la propria diversità. E ancora una volta, è lo stesso Gerima a spiegare: «[…] quando questa volontà di essere diversi da ciò che si è si allenta, si torna a vedere quelle cose in un’ottica diversa, accettandole tutto sommato come parte integrante del proprio bagaglio, continuando magari a non credere a certe pratiche, ma convivendoci pacificamente. La tragedia dei popoli africani quando si sono liberati della schivitù del colonialismo è stata anche, secondo me, quella di buttare tutta la tradizione pensando di diventare adulti solo rifiutando il passato».

doppioschermo

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