Un certo pensiero orienta le riflessioni dei propri sostenitori verso l’affermazione secondo la quale ogni espressione d’arte di-vulgata è, in sostanza, una forma di coercizione sociale. Se una grossa fetta di fruitori adora il blockbuster, dunque, ce ne resterà pur sempre un’altra da adulare con prodotti più “raffinati”. Il risultato? Purché non si pensi, intrattenimento. Fruttuoso, per giunta.Milk, l’ultimo parto del muliebre Gus Van Sant, non si scosta affatto dal prodotto ch’esprime il logoro cliché sull’ambiguità del regista basculante fra una realtà di “pura sperimentazione” e un ammiccante gioco di malcelato intrattenimento d’autore. In tale proposito, e in questa sede, non sprecheremo parole di paragone fra Last Days e Scoprendo Forrester. Per ammissione dello stesso regista, questo film ha voluto esprimere la gaia bizzarria del suo protagonista – Harvey Milk, ovvero il primo omosessuale dichiarato riuscito a farsi eleggere ad una carica pubblica nella “Frisco” fine ’70 – mediante un procedimento narrativo il più lineare possibile. Come dire: un terremoto in camera fissa. Chiaramente abbiamo a che fare con un maestro del cinema, uno dei pochi rimasugli d’azzardo che la narcosi collettiva riesce ancora a scodellare: i lunghi piano sequenza di Elephant, le ripetizioni paranoiche, anche oniriche, del simpatico Last Days, i primi piani del “thriller” poco mozzafiato – scelta coraggiosa – di Paranoid Park, li si ritrova tutti nell’ultimo suo lavoro, ma solo a ben guardare. Perché ad un primo approccio, invece, notiamo Will Hunting, ovvero la seduzione della necrosi estesa che sta infettando un qui e un po’ lì, oppure il succitato Scoprendo Forrester. Milk, in sostanza, è un film da guardare con le pinze. Il regista non si dichiara apertamente, il suo è un outing mutilo che vuole cedere il passo ai primi sorrisi in sedici noni del solitamente acerrimo Sean Penn, delegargli l’appeal della pellicola, in puro stile Star System. Insomma, la previsione è che farà certamente più scalpore il duro del roudhouse sgrassato, ripulito e sorridente, che non il suo geniale burattinaio narcisista che dall’alto governa fili tutti dello stesso – ahinoi, questa volta atono – colore. Il fatto grave, dunque, sta proprio in questo: la comunità omosessuale si riscopre suddita d’una figura – quella di Milk – che a stento conosceva; Sean Penn ha oliato il suo Curriculum Vitae; i sostenitori del Van Sant potranno tornare a casa con la pancia piena e la sensazione d’aver visto un film d’autore.
PS: Milk – direbbe il Bongiorno – alla fine muore assassinato.




