Il regista, Ago Panini, ha preso alcuni dei più noti interpreti televisivi e cinematografici italiani e li ha chiusi in un albergo a recitare ruoli decisamente contrastanti con l'immagine cui ci hanno abituati. L'intento è quello di spiazzare lo spettatore evitando così che i personaggi diventino stereotipati, prevedibili e dando invece l'impressione che riescano a modellarsi senza regole predefinite, durante lo svolgersi dell'azione. L'obiettivo è sicuramente raggiunto, merito anche di tutto il cast di attori, che offrono delle interpretazioni naturali e convincenti.
Ciò che invece rende poco scorrevole la visione di questo film è la mancanza di comunicazione fra i diversi episodi. Le storie, infatti, sebbene dotate di un tema di fondo comune, non si intrecciano realmente, si sfiorano, ma non arrivano mai a toccarsi. Ciò fa si che lo spettatore tenda ad interessarsi di più ad alcuni episodi, piuttosto che altri, finendo così per interpretare il passaggio da una stanza all'altra dell'albergo, non come un modo per raccontare tutto ciò che sta accadendo contemporaneamente, ma solo come un'interruzione nel racconto che si sta seguendo.
Anche i meno esigenti noteranno, inoltre, una velleità artistica in parte fuori luogo. La volontà di caratterizzare la pellicola di una profondità che non ha traspare soprattutto nel monologo iniziale. Il registro vagamente poetico con cui è scritto si scontra con un contenuto piuttosto banale e decisamente privo di un effettivo collegamento funzionale con il resto della storia.
Ago Panini risente probabilmente della sua notevole esperienza nel campo della pubblicità e non riesce ad amalgamare completamente tecniche mutuate da quel tipo di comunicazione con quelle proprie del cinema, rendendo questo film più una raccolta di interessanti corti che un lungometraggio completo. Ciò non toglie completamente valore all'opera, l'importante è solo prepararsi all'idea di fare zapping fra 6 piccoli film, una volta seduti di fronte al grande schermo.




