Sabato, 27 Febbraio 2010 01:00

Invictus - Recensione

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La bocca del lupo
Titolo: Invictus
Genere: Drammatico
Cast: Matt Damon, Morgan Freeman, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern
Data di uscita: 2010-02-26
Paese: Stati Uniti
Diretto da: Clint Eastwood
Durata del film: 134 min.
Anno di produzione: 2009
Distrubutore: Warner Italia
Sito ufficiale: http://invictusmovie.warnerbros.com
Website locale: http://wwws.warnerbros.it/invictus

Trama in breve: Sconfitto l'apartheid, Nelson Mandela, capo carismatico della lotta contro le leggi razziali, diventa presidente del Sudafrica grazie alle libere elezioni. Anche il mondo dello sport viene coinvolto dall'evento: il Sudafrica si vede assegnato il mondiale di Rugby del 1995 e sulla scena internazionale ritornano gli Springboks, la nazionale sudafricana dagli anni '80 bandita dai campi di tutto il mondo a causa dell'apartheid. Il rugby, infatti, è sempre stato lo sport più seguito dagli Afrikaner e ai cittadini sudafricani di colore veniva riservato negli stadi un misero settore, di solito occupato per tifare la squadra avversaria. In occasione della cerimonia di apertura del campionato mondiale, l'ingresso in campo del presidente Mandela che indossa la maglia di jersey degli Springboks segna un passo decisivo nel cammino verso la pace tra bianchi e neri. A collaborare con lui a questo progetto di integrazione e pacificazione attraverso lo sport, Francois Pienaar, il capitano della nazionale Sudafricana.

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La bocca del lupo

La vendetta, spesso al centro della cinematografia di Clin Eastwood, sembrava, nel film Gran Torino, essere l’unico modo per porre rimedio alla violenza e ritrovare la pace. In realtà il giovane e puro protagonista coreano veniva salvato da un futuro di rimorsi mentre il vecchio peccatore, seppur prossimo alla redenzione, giocava le sue ultime carte per ottenere giustizia. Il percorso del regista, quindi, si allontana dalla messa in scena di una vendetta spietata e risolutrice, e con il suo ultimo film, Invictus, si addentra nella concezione del perdono come unica possibilità di rinascita e di sopravvivenza.

Eastwood ci porta lontani dai confini statunitensi per raccontarci una storia vera, quella di Nelson Mandela, interpretato da un carismatico e riflessivo Morgan Freeman, che dopo aver passato lunghi anni di prigionia, finalmente scarcerato nel 1990, ha combattuto affinché cessasse il potere dell’apartheid e nel paese si potessero ottenere elezioni democratiche aperte alla popolazione nera. Il film ci racconta gli eventi a partire dal 1994, anno in cui Mandela vince le elezioni e diventa presidente del Sud Africa: gli africani che lo hanno votato esigono e si aspettano che la vendetta incomba dura e senza misericordia su coloro che li hanno oppressi fino a quel momento ed al tempo stesso la popolazione bianca è sicura che la vita tranquilla e protetta dal sistema che hanno vissuto fino a questo momento sia destinata ad un tracollo imminente. Mandela, nonostante le sofferenze e le privazioni inflittegli, disattende le aspettative di tutti, lasciando spazio al perdono e dedicandosi anima e corpo, fino a mettere a dura prova la propria salute, al futuro del paese, pensando ai propri connazionali come a dei figli da proteggere e accompagnare in un percorso di rinascita. Tutto ciò è chiaro sin dall’inizio del film, quando il neo eletto raduna intorno a sè i membri del team del presidente uscente esortandoli a rimanere a lavorare per il bene del loro paese, senza preoccuparsi di essere discriminati a causa del colore della loro pelle.

In Sud Africa sta per giocarsi la prestigiosa coppa del mondo di Rugby e la squadra di casa, gli Springboks’, odiata da tutti gli africani che vedono il team come un simbolo dell’apartheid e dell’oppressione bianca, non è certamente tra le favorite. Mandela capisce che mortificare la popolazione bianca destituendo la loro amata squadra sarebbe l’errore più grande e sceglie di utilizzare proprio lo sport, capace di raggiungere e aggregare gli animi delle persone, come punto di partenza per un nuovo inizio, per una vittoria che dia forza e speranza a tutti.

Il capitano degli Spingboks', Francois Pienaar, interpretato da Matt Damon, che sfoggia un naso da rugbista posticcio come il suo accento britannico (nella versione in lingua originale), verrà ammaliato ed ispirato dal fascino e dalla personalità di Mandela, che riuscirà a fargli ritrovare le convinzioni e la forza di volontà necessarie a motivare la sua squadra e a raggiungere un grande traguardo: sconfiggere gli All Backs e vincere la coppa del mondo.

Può sembrare strano che sia proprio Eastwood a portare con questa storia un soffio di positività nel cinema statunitense contemporaneo, sempre più disilluso e propenso a raccontare un futuro privo di speranza. Nonostante gli eventi siano già scritti nella storia, si ha la sensazione che da un momento all’altro qualcosa di tremendo ed irreparabile possa accadere ai protagonisti, che scegliendo la strada della non violenza lasciano una breccia vulnerabile a disposizione di chi vorrebbe ostacolarli. Questa angoscia ci accompagna fino alla fine del film, quando dopo i risultati ottenuti grazie alla perseveranza di Mandela e agli sforzi della squadra di rugby, tutti, anche gli spettatori, possono con sollievo immaginare un futuro migliore, a cui dovranno, attivamente e con coraggio, prendere parte.

Invictus non è stato candidato come miglior film ai prossimi Academy Awards 2010 e ciò è probabilmente dovuto al fatto che il film non si incentri sul tipico climax americano tanto caro alla giuria, ma questa decisione potrebbe essere, per gli appassionati di cinema, una garanzia in più per godere di una pellicola vera e ricca di sentimento, girata con cura ed empatia. Uniche due candidature sono quelle di Matt Damon come miglior attore non protagonista e quella come miglior attore protagonista per Morgan Freeman, che ci propone un'interpretazione straordinaria e toccante di un uomo unico, lontano dalle figure politiche a cui il mondo è abituato, un padre, che decide di avere come figli tutti gli abitanti della sua nazione e di prendersi cura di loro, con intelligenza, lungimiranza e amore. Il percorso è difficile e tortuoso, ma ciò non basta a fermarlo poiché, come scrive William Ernest Henley nella poesia da cui il film prende il titolo,

“Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Son Io il signore del mio destino.
Son Io il capitano dell'anima mia.”

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