Giovedì, 29 Settembre 2011 12:44

Una separazione - Recensione

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Asghar Farhadi, alla sua quinta prova registica dopo l’interessante ed enigmatico About Elly incentrato sul peso di attese e mancati ritorni si lascia guidare ora verso una delle possibili ineluttabilità senza patria.

Quel che normalmente incide un volto, per uno sguardo incrociato o l’arrivo di una notizia, genera la storia e il suo innesco. Una questione di dettagli e avvicinamenti progressivi di una macchina da presa che non è impaziente di scoprire le carte, ma preferisce sostare sui volti e di seguito camminare veloce quando parte reale di un’intenzione. Quest’idea riassume forse al meglio sia la versione più pura del fare cinema, sia l’intenzione di abbracciare un contesto come quello dell’Iran contemporaneo che ha molto da dire senza virtuosismi, né esercizi di cerebralismo.

Asghar Farhadi, alla sua quinta prova registica - premiata a Berlino con l’Orso d’Oro come miglior film e l’Orso d’Argento alla migliore interpretazione femminile e maschile, dopo l’interessante ed enigmatico About Elly (Orso d’Argento 2009) incentrato sul peso di attese e mancati ritorni - si lascia guidare ora verso una delle possibili ineluttabilità senza patria. Di fatto, il bisogno di Simin (Leila Hatami) di evadere e riscattarsi da una famiglia e da un paese senza sbocchi per sé e sua figlia Termeh (Sarina Farhadi) è la dimensione più privata di un distacco che sembra inizialmente incomprensibile allo spettatore. Il ritratto di una famiglia che lentamente apre le porte e fa apprezzare l’equilibrio, misto al senso di dovere di Nader (Peyman Moaadi) verso il padre malato d’Alzheimer, è solo il principio di un’ottusità raccontata per tappe e crolli progressivi di una compostezza del dolore e della recitazione che l’accompagna.

La distanza di Simin dalla casa, il suo abbandono cosciente in attesa di un ripensamento di Nader, sono tasselli tradizionali di un conflitto imbevuto però delle differenze sociali e religiose che incalzano le vite. La nuova solitudine di Termeh, decisa a non seguire la madre, ma ad attenderla con il padre e il nonno, apre così all’arrivo di Razieh (Sareh Bayat) coi suoi segreti, il ventre gravido e le sue prudenze sempre più simili a condanne. Razieh nasconde infatti una povertà senza scampo e un marito disoccupato che perde la testa ogni volta che le circostanze gli negano condizioni di risalita. Basta allora un errore della donna in casa di Nader perché si scatenino comportamenti inconsulti, conseguenze irrimediabili e tortuosità penali dentro dialoghi serrati e perfetti a dimostrare come tra una classe media e una in affanno esista un implacabile grado di separazione. Un’impossibilità di salvarsi per qualcuno e di altri di rinunciare a ottundersi: come Nader non comprende l’urgenza di un incontro pacificatore con Simin e la famiglia di Razieh, così quest’ultima non può giurare sulla colpevolezza di un altro con una mano sul Corano.

E allora quelle posizioni iniziali di Nader e Simin di fronte a un’autorità che ritorna ossessivamente sotto forma di giudice e legge facilmente punitiva, prendono ancora maggiori distanze. Gli sforzi di Simin di salvare quel che di un matrimonio resiste soltanto per inerzia, la fierezza cieca di Nader, il dolore nascosto di Termeh e gli occhi spezzati di Razieh nella collera folle e disperata del marito, scorrono dietro vetri e porte chiuse. Stanze inseguite teatralmente da una camera che non risparmia tagli e fenditure da cui filtra una bellezza di grido irrisolto, un incrocio di veli e irruenze. Si inseguono silenzi e pause tra pareti senza eco, proprio là dove la parola prova a scavare domande senza voluta risposta.

doppioschermo

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