Venerdì, 23 Settembre 2011 23:44

Ma come fa a far tutto? - Recensione

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Commedia rosa brillante firmata dalla sceneggiatrice de Il diavolo veste Prada con una Sarah Jessica Parker nelle inedite vesti della mamma chioccia

Cosa succederebbe se Bridget Jones oggi avesse marito, prole e una professione tutti sulle proprie spalle e fosse in America? Forse si trasformerebbe in Kate Reddy, una donna smunta e bisunta dalla stanchezza, che trotterella tra casa e lavoro, dividendosi come può tra il coniuge e i figli ma finendo talvolta col combinare i guai più divertenti dello schermo rosa. A quarant’anni, si sa, una donna è matura abbastanza da riuscire a gestire l’implosivo focolare domestico e qualche collega affascinante e potente che muove delle avance, ma Kate, lei riesce a fare tutto muovendo a invidia amiche, rivali e segretarie. Le donne che fanno parte del suo universo femminile non esitano a testimoniare alla telecamera la loro meraviglia o il loro dissenso: Kate non dorme di notte come le madri apprensive di tutto il mondo, in preda al rimorso per lasciare continuamente i suoi cuccioli per i viaggi di lavoro, Kate sacrifica l’alcova con l’uomo paziente e dolce che l’ha sposata per conservare le proprie energie in un ufficio prevalentemente maschile, Kate corre tra un impegno e l’altro infischiandosene se l’impasto dei pancake è finito sulla giacca o fingendo che i pidocchi tra i capelli non vengano scoperti a un importante colloquio di lavoro. Ma quando si ritrova al bivio atteso se continuare a perdersi le prime dei figli, mandare a monte i matrimonio e vedere una svolta nella sua carriera o mollare un po’ la presa, prendere le distanze dalla scrivania e rispettare le sue promesse materne, la donna capisce di dover decidere per il bene di tutti.

Tratta dall’omonimo bestseller di Allison Pearson, autrice britannica destinata a bissare l’enorme successo della connazionale Helen Fielding, Ma come fa a far tutto? è una commedia brillante che fa del sottile femminismo una leva sicura per far presa su un ampio pubblico di casalinghe disperate, di donne in carriera e di mamme tuttofare etichettate simpaticamente come “mammostre”. Non è un caso che il racconto inizi dal ritorno a casa della protagonista, che, nel bel mezzo della notte, rovina una torta confezionata per farla passare per un genuino dolce fatto con le proprie manine e assicurare alla figlia un futuro più roseo del suo, che da piccola moriva di vergogna per le imprese fallimentari della madre lavoratrice. Il sogno americano, o forse universale, della donna multitasking che vede la parità dei diritti finalmente messa in pratica si avvera nella superprotagonista del film, apoteosi del moderno mito della wonderwoman imprecisa ma energica, ambiziosa ma materna. Il suo femminismo si riduce a uno schematismo bilaterale da favola glicemica e in battute sessiste sottovuoto (superate da quelle generali più pungenti e attuali) e riesce a divertire solo chi si avvicina alla questione eterna senza troppe pretese.

Ambientata a Boston, anziché a Londra, la storia creata dalla Pearson viene adattata per il cinema da Aline Brosh McKenna, resa popolare da Il diavolo veste Prada. Dalla pagina allo schermo, sotto la moderna regia di Douglas McGrath, che si era già occupato di trasposizioni letterarie con il classico austeniano Emma, il film si regge su uno stile narrativo pop, che rende brioso lo sviluppo di una storia semplice e lineare. Ammiccante e colmo di strizzatine al pubblico femminile, il film con Sarah Jessica Parker ha il suo tallone d’Achille proprio nell’interpretazione dell’attrice, legata ormai indissolubilmente nell’immaginario collettivo alla Carrie Bradshaw delle ragazze di New York. La Parker sembra goffa nel tenere tra le braccia i bambini, nell’infarinarsi il grembiulino, nel trattare il compagno con una tenerezza disneyana e si fa fatica a riconoscere la star più glamour del piccolo schermo sotto la chioma di capelli spettinati e davanti al rifiuto della corte di Pierce Brosnan, che nei panni griffati di un gentiluomo dall’elegante savoir faire riesce a destreggiarsi con abilità. Che il giocoliere emblematico della commedia sia proprio lui, un uomo?

doppioschermo

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