Torna il controverso Pedro Almodàvar, e lo fa con una pellicola estrema e a tratti disturbante. La pelle che abito – questo l’evocativo titolo – si basa sul romanzo originale Tarántula di Thierry Jonquet, e vede come interpreti principali Antonio Banderas, Elena Anaya e Marisa Paredes.
La storia è abbastanza semplice, da un mero punto di vista comprensivo, sebbene la destrutturazione del racconto la renda meno lineare e assai più inquietante. Difficile raccontarne la trama senza rischiare anticipazioni di sorta. C’è una misteriosa, splendida ragazza che vive in una stanza ampia e costantemente monitorata, prigioniera composta e creativa, intenta in pratiche di meditazione. C’è una governante severa e preoccupata, imperturbabile e gentile, custode di segreti indicibili. E c’è un chirurgo dall’aria perennemente triste e ostile, specializzato nello studio di pelle umana artificiale, che sta portando avanti un oscuro esperimento di innesti cutanei. Ma nel corso delle due ore del film compaiono anche una serie di altri personaggi strettamente legati al passato ed al destino dei tre co-protagonisti, che si rincorrono talvolta in un trasformistico ed imprevedibile gioco di specchi e garze.
La pelle che abito sintetizza in sé, in più modi, tutti i temi cari ad Almodòvar: il travestitismo e l’universo trans gender, la prigionia del corpo e della mente, la degenza e la sofferenza fisica, la morbosità dei legami familiari, la sensualità violenta e compulsiva, il gusto per il giallo. Tuttavia qui l’ossessione si fa carnale in senso assoluto, e arriva demiurgicamente e riplasmare i fantasmi del passato per creare un futuro surreale e plastificato, sospeso in un’asetticità emotiva e fisica del tutto apparente.
Forse la grande pecca dell’ultimo lavoro del regista spagnolo è l’uso poco accorto dell’alternanza tra flashback e presente, che tende a volte ad anticipare in maniera impropria agnizioni che meglio sarebbe stato posticipare, ai fini dell’impatto drammatico. E sempre a tal proposito, a volte l’ansia di voler spiegare e mostrare tutto crea un effetto di defascinazione sullo spettatore, che subisce questa sovraesposizione come un surplus narrativo colpevole di lasciare poco spazio ad aperture e suggestioni dopo il calcato finale.
Si tratta comunque di un film estremamente teso, complesso e nient’affatto prevedibile, che sposta la poetica di Almodàvar verso territori ancora più angoscianti, quasi cronenberghiani. E questo, pecche stilistiche a parte, non può che considerarsi un’evoluzione.




