Marina è una donna sposata con un bambino piccolo, che decide di lasciare la città per trascorrere un mese in montagna, sul Monte Rosa, con il figlio di quasi due anni sotto consiglio del suo stesso pediatra. Trova quindi alloggio nell’appartamento in affitto di una guida turistica alpina, Manfred, situato fuori dal paese, in un posto molto solitario. Non passa molto tempo per lei, perché si renda conto che questa nuova situazione in cui si è cacciata da sola è insostenibile: riuscire a gestire il bambino le sembra un’impresa impossibile, esasperata com’è dalla mancanza di sonno e dai continui pianti del figlio. La situazione precipiterà del tutto quando il bambino sarà vittima di un incidente domestico: la donna allora cercherà di ritrovare la sua dimensione di madre e di far pace con la sua essenza di donna, grazie anche alla presenza dello stesso Manfred, con cui s’instaurerà un’intensa e profonda relazione.
Tratto dall’omonimo romanzo della stessa regista Cristina Comencini, il lungometraggio in un modo fin troppo ricercato e innaturale, esaspera all’inverosimile i sentimenti e le suggestioni che il libro trasmette. Il tema della solitudine della donna di fronte alla maternità, un legame che si dovrebbe instaurare in modo quasi automatico perché guidato dall’istinto, viene invece dalla protagonista rifiutato ed è proprio nell’esprimere il rifiuto di questa condizione, che il personaggio di Marina non convince: l’eccessiva lentezza ed esagerazione nel racconto dei sentimenti e delle emozioni della protagonista, che avviene soprattutto attraverso un ricercato e tuttavia poco naturale lavoro d’immagine, impedisce alle suggestioni dello schermo di comunicare al pubblico.
Troppo legato nella narrazione degli avvenimenti, al testo del romanzo, di cui non arriva il messaggio, la pellicola presenta un ulteriore discesa di stile nella seconda parte, in cui lo spettatore aspetta, invano, che nasca qualcosa perché le basi fondamentalmente ci sono, ma il tono di alcune frasi e certe scene di sesso fini a se stesse, contribuiscono a rendere il tutto una finzione: ed è per questo, forse, che lo spettatore fatica a calarsi nell’atmosfera del film, che non è riuscito nonostante il romanzo gli avesse aperto un portone.




