Mercoledì, 07 Settembre 2011 13:08

Il villaggio di cartone - Recensione

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Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone mira chiaramente a un recupero della fede e dei suoi valori, scagliandosi contro l’istituzione della Chiesa che si allontana progressivamente dal messaggio di cui si fa portatrice.

Un parroco disilluso accoglie in una chiesa centinaia di immigrati clandestini, i quali costruiscono un vero e proprio villaggio con dei cartoni all’interno della chiesa che viene smantellata e privata di ogni cosa sotto gli occhi increduli del parroco.

Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone mira chiaramente a un recupero della fede e dei suoi valori, scagliandosi contro l’istituzione della Chiesa che si allontana progressivamente dal messaggio di cui si fa portatrice. Emblematica la scena in cui un braccio meccanico strappa il crocifisso, lasciando l’altare vuoto, spoglio: in quell’istante il parroco avverte la necessità di una ricostruzione, come se quei muri, privati dei loro simboli, rivelassero una nuova sacralità, una forza rinnovata. Così la Chiesa ritorna alle sue origini, si fa nuovamente “casa di Dio”: un rifugio per i derelitti, gli invisibili della società, i dimenticati. Probabilmente l’eccessivo simbolismo appesantisce un’opera che comunque si rivela al di sotto delle aspettative e che, per quanto potrà essere discussa, non è sicuramente memorabile.

Il maestro Olmi, ha rinunciato al concorso, lasciando lo spazio ai cineasti più giovani: del resto la sua è una carriera coronata di successi, non ultimo un Leone d’Oro alla Carriera consegnatagli al Lido tre anni fa. Il villaggio di cartone è nato per una ragione molto più semplice di quelle ipotizzate dai critici: per due mesi il regista si è trovato immobilizzato a letto per colpa di una caduta, e per sopravvivere alla convalescenza ha pensato a questo film.

doppioschermo

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