Venerdì, 02 Settembre 2011 18:37

Ruggine - Recensione

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La favola amara di Daniele Gaglianone, con tre bambini che crescono nella periferia di una città del nord, respirando particelle di ruggine e dando la caccia al drago nero

Il drago nero è sempre in agguato: si nasconde dietro gli abiti eleganti e le maniere distinte di un medico e torna a fare paura quando meno te lo aspetti. Sembrano spaventosamente fini i palazzoni di una città del nord Italia degli anni Settanta, dove Daniele Gaglianone ha scelto di ambientare Ruggine, la pellicola presentata nelle Giornate degli autori della 68esima Mostra del cinema di Venezia, che vede Nastro Azzurro official sponsor per il terzo anno consecutivo.

Una periferia in cui le donne “fanno solo figli e salsa di pomodoro”, come spiega una piccola adulta come Cinzia (Giulia Coccellato) al compagno di giochi Sandro (Giuseppe Furlò) mentre si scambiano un tenero primo bacio al buio di un castello di lamiere arrugginite di un cantiere fatiscente che, insieme al piccolo leader Carmine (Giampaolo Stella), hanno eletto a parco giochi. Una babele linguistica e culturale dove convivono famiglie di immigrati meridionali e del nord-est,  che improvvisamente piomba nell’oscurità quando due bambine vengono trovate stuprate e uccise, in contemporanea con l’arrivo di un nuovo pediatra, il dottor Boldrini (un Filippo Timi dallo sguardo folle e fin troppo sopra le righe), un medico dai toni austeri e severi, rispettato dagli adulti – di estrazione sociale più modesta – e temuto dai bambini che quasi subito intuiscono che, dietro i suoi modi di fare sopra le righe, si nasconde un mostro.

In un gioco di continui salti tra passato e presente, Cinzia, Carmine e Claudio si ritrovano, ormai adulti, a fare i conti con il ricordo di quell’estate: la piccola femminista è diventata un’insegnante di arte alle scuole medie (Valeria Solarino) alle prese con una studentessa che ha subito molestie, mentre Claudio (Stefano Accorsi) esorcizza il ricordo di un padre troppo severo giocando con suo figlio. Ma a portarsi dentro i fantasmi di quell’estate è soprattutto Carmine (Valerio Mastrandrea), che trascorre le sue giornate al bar tra una birra e una sigaretta.

Gaglianone, anche sceneggiatore del film insieme a Giaime Alonge e Alessandro Scippa, ha preso spunto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaroni che racconta la problematica della violenza sull'infanzia, una sorta di fiaba senza lieto fine in cui "un gruppo di bambini incontra l'orco che li vuole mangiare e lotta per far sì che questo non succeda", ha spiegato l'autore presente alle Giornate degli autori Nastro Azzurro/Venezia. Ma purtroppo, come mostra la pellicola, "il male vince comunque, perché gli basta solo comparire per prendere il sopravvento". Il regista, alla sua prima esperienza con un cast di volti noti (molto intensa la Solarino, forse troppo sopravvalutato il “francese” Accorsi) e uno di piccoli attori all’esordio sul grande schermo, è capace di rendere perfettamente la desolazione e la drammaticità degli eventi attraverso gli sguardi dei protagonisti, in uno scenario squallido e spaventoso come la vecchia discarica avvolta nella ruggine. Da segnalare soprattutto l’interpretazione di Valerio Mastrandrea (molto maturato rispetto alle pellicole degli esordi) e del pedofilo splendidamente interpretato da Filippo Timi, che con i suoi eccessi si cala perfettamente nella parte del “mostro”; anche la colonna sonora del film, affidata a Vasco Brondi del Le Luci della Centrale Elettrica, accompagna alla perfezione ogni scena, provocando le emozioni giuste.

 

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