Non è quello che un avvocato mi dice che può fare, ma ciò che l’umanità, la ragione e la giustizia mi dicono che dovrei fare: è questa la citazione di Edmund Burke che ha ispirato il thriller Solo per vendetta, che si interroga sul concetto di giustizia privata e libero arbitrio prendendo come spunto la storia di Will Gerard (Nicolas Cage), un insegnante d’inglese la cui vita viene sconvolta quando la moglie Laura (January Jones) viene aggredita e violentata; mentre la osserva nel letto d’ospedale, si avvicina uno sconosciuto che gli paventa la possibilità di vendicarla, senza aspettare che la polizia trovi il colpevole, lo arresti e lo processi, con il rischio che sia assolto per mancanza di prove o che esca dopo pochi mesi di carcere. Il professore sfida le sue titubanze affidandosi a Simon, ma in breve tempo si rende conto che ricambiare il favore lo porterà a perdere rapidamente il controllo della propria vita e a compiere azioni che finora credeva impossibili.
Solo per vendetta rappresenta una piccola rivincita per Nicolas Cage che, negli ultimi anni si è trovato a girare pellicole di dubbia qualità pur di coprire i debiti contratti con il fisco, prestando il proprio nome ad alcuni flop eccellenti; la pellicola, infatti, girata addirittura nel 2009 e mai uscita in patria, è un thriller che sulla carta potrebbe essere fin troppo banale (diverse le analogie con il recente Giustizia privata e con The Next Three Days), ma che in realtà risulta e ben strutturato e ricco di colpi di scena, soprattutto nella prima parte.
Girato con un budget ridotto dall’australiano Roger Donaldson, il film restituisce un ritratto a tinte fosche della bistrattata New Orleans, che ancora stenta a riprendersi dalle conseguenze del terribile uragano Katrina e che si conferma come una delle metropoli che vanta un tasso di criminalità tra i più alti di tutti gli Stati Uniti. Anche se non sfugge ad alcune cadute di stile, tra inseguimenti improbabili e colpi di scena troppo prevedibili, la pellicola appare ben congegnata fino alla fine, quando il regista sostituisce il facile e comodo happy end con un ultimo colpo ci scena che lascia l’amaro in bocca.




